Il creatore de La casa di carta, torna su Netflix con una nuova serie crime: White Lines

Prima di analizzare nello specifico la serie Netflix White Lines e le sue caratteristiche, è doveroso fare un’introduzione su cosa si intenda per cinema postmoderno.

L’anno 1977 viene riconosciuto, da numerosi storici del cinema, come data di partenza del postmodernismo, particolare corrente cinematografica che vede nella sua filosofia la morte di nuovi generi e la continua mescolanza di quelli già esistenti. In quell’anno, infatti, esce nei cinema di tutto il mondo il primo capitolo di Guerre Stellari, film di fantascienza dichiaratamente ispirato sia dal cinema di Sergio Leone che da quello di Akira Kurosawa. Quest’ultimo tratto è esemplificativo di cosa s’intenda per cinema postmoderno: due influenze culturali sconnesse tra loro che insieme formano un prodotto totalmente inedito.

Cinque anni dopo, Ridley Scott firma la regia di Blade Runner, prima pellicola a presentare al pubblico il neo genere del cyberpunk. Scott riprende l’immaginario del cinema noir americano degli anni ’40 e lo riapplica alla distopia fantascientifica, rimescolando così le carte in tavola. Anche in questo caso, vediamo quindi applicato il principio del postmodernismo.

white lines netflix

 

Il cinema postmoderno vede il suo culmine negli anni ’90, con l’entrata in scena di Quentin Tarantino. Il lavoro di Tarantino è un continuo rimodellamento della formazione cinefila del regista stesso, che riporta sul grande schermo generi “morti” come il pulp, l’exploitation o il western. Nel corso degli ultimi vent’anni il cinema tarantiniano ha avuto un successo tale da creare una sorta di genere a parte che ne copia stile e filosofia. Non si tratta più di cinema postmoderno ma della copia di un regista che fa cinema postmoderno che, come abbiamo già visto, è esso stesso un rimescolamento di altre fonti di base. Si crea così un triplo strato tra i prodotti di questo genere e gli autori che si nascondono dietro, che dalla lezione di Tarantino imparano solamente che dev’esserci sesso, droga, violenza, parolacce e tanta cultura pop.

Come il postmodernismo ha rovinato White Lines

Arriviamo dunque a parlare di White Lines e di come il postmodernismo abbia rovinato quest’ultima serie Netflix.
White Lines narra la storia di Zoe Walker, bibliotecaria di Manchester che arriva a Ibiza dopo il ritrovamento del cadavere del fratello Axel, scomparso vent’anni prima. Qui si ricongiunge con i vecchi amici di Axel, i quali la aiutano a scoprire chi si nasconde dietro l’omicidio del fratello.

Sulla base di questa premessa, Alex Pina, creatore anche de La casa di carta, racconta una storia di intrighi famigliari nella vita mondana di Ibiza. Il primo episodio ci introduce perfettamente al tipo di racconto che andremo ad assistere, fatto di droga, sesso e violenza. Molto presto, però, ci accorgiamo che White Lines non ha molto altro da dire oltre a questi temi, per nulla analizzati, e anzi diluiti per l’intera durata della serie senza un reale risvolto sociale o psicologico.

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Il problema principale di White Lines è la sua ossessione verso la criminalità in un racconto che non la necessità. Il postmodernismo si fa strada nella sceneggiatura, sovrastando i valori della serie e riportando il tutto a un prodotto già visto, derivativo. Tarantino e i suoi emuli, come i registi britannici Guy Ritchie e Martin McDonagh, sono fonte d’ispirazione, magari anche indiretta, del nuovo lavoro di Alex Pina.

Peccato che venga replicata più l’estetica di quelle opere che il loro vero contenuto di fondo.
I personaggi di White Lines sono violenti, autodistruttivi e tossici, ma queste caratteristiche non sono mai opportunità per una qualsivoglia analisi psicologica. Sono piuttosto elementi messi in scena solo per il gusto di farlo e di portare al pubblico dei tipi di caratteri già noti. La stessa protagonista, Zoe, è una persona che ad ogni puntata sbriciola sempre di più la propria vita, non mostrando mai però un vero segno di crescita o responsabilizzazione. Sono personaggi a cui gli sceneggiatori dedicano intense sequenze d’amore, alternate a omicidi e torture, sviluppando così un racconto sconnesso e disarmonico dal punto di vista tematico.

Nonostante tutto questo, White Lines rimane una serie nella media di Netflix, che trova nella sua ultima parte gli episodi più convincenti. Quello che si evince da alcune sotto trame, peraltro mal sviluppate, o alcuni temi trattati in maniera superficiale, è che la serie avrebbe potuto presentare una storia più sincera e originale. Ci si accorge però che stiamo parlando di un prodotto strettamente commerciale e che il suo rifugiarsi nella sicurezza del postmoderno è una deliberata scelta degli autori. Non si è coraggiosi nel mostrare orge o situazione incestuose, se i dinamismi di quelle situazione non vengono sviluppati e non hanno alcun impatto sui personaggi. Si è coraggiosi se si decide di togliere il superfluo dalla propria opera per concentrarsi su tratti specifici e significativi.

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In conclusione, White Lines vuole essere tante cose, forse troppe. Vuole mescolare il crime con il drama, il romance con il pulp. Pretende di coprire l’interezza dell’apparato pop contemporaneo per andare incontro al gusto di tutti. Queste operazioni, però, sono le prime a essere dimenticate dal pubblico. Bisognerebbe cambiare mentalità, abbandonare il postmoderno e concentrarsi su poche cose ma fatte bene. Perché invece di fare una serie che si spera piaccia a tutti, è meglio farne una in cui si è sicuri che alcuni la ameranno.

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