Piccolo, portatile, esplosivo: arriva Wolfenstein 2 per Switch!

Ce lo avevano promesso e noi neanche ci credevamo tanto, ma i ragazzi di Machingames e il team di Panic Button sono riusciti alla fine a imbrigliare tutta la rabbia, la violenza e l’ironia del buon vecchio Blaskovicz per infilarla un po’ a forza dietro lo schermo da pochi pollici della Switch, pubblicando Wolfenstein 2 The New Colossus sulla console Nintendo.

Non potevamo mancare a questo secondo appuntamento con il Terzo Reich, e ci siamo andati carichi di piombo e con il coltello, anzi, l’accetta tra i denti!

La Svastica sul Sole

Non c’è granché bisogno di ripetere qui quale sia la storia alle spalle del nuovo (più o meno) capitolo dell’epopea ucronica inventata da Bethesda. Le forze dell’Asse hanno vinto e il mondo è caduto sotto la morsa del regime nazista, con tutte le conseguenze nefaste del caso. Solo un manipolo di guerrieri irriducibili si ostina a combattere contro questa situazione, cercando di rovesciare le sorti di una popolazione ormai prona all’egida nazista.

Le vicende di BJ Blaskovicz e dell’intero circolo Kreisu partono esattamente dalla fine del primo capitolo, dopo che il nostro eroe è riuscito a sconfiggere il temibile generale Deathshead. Purtroppo, il peso e il prezzo di questa vittoria sono altissimi per BJ, tanto che si ritrova ferito, stremato, probabilmente prossimo alla morte, catapultato nella prima sequenza di gioco, una delle più mirabili degli ultimi anni, per realizzazione e semantica.

Confinato su una sedia a rotelle, dai movimenti tentennanti, il capitano affronta una dopo l’altra, le ondate di nazisti incazzati che attaccano il Martello di Eva, il sommergibile che la Resistenza era riuscita a rubare all’esercito nazista. Le prime fasi di combattimento e le prime battute della storia sono perfette per incorniciare il mood dell’intera produzione.

Da una parte, c’è tutta la violenza, la brutalità di una guerra senza quartiere che non risparmia niente e nessuno, dove il sangue e il fuoco la fanno da padroni, e dall’altra, a stemperare il tutto, emerge la seconda anima di Wolfenstein, la sua ironia, i suoi dialoghi sopra le righe, le metafore eccessive e, su tutto, l’atteggiamento da badass integerrimo e irriducibile del nostro eroe Blaskovicz.

La storia, che si dipana in molteplici location, su e giù per un’America assoggettata ai Nazisti, è esattamente quella che ci è stata raccontata nelle precedenti versioni, senza nessun taglio, nessuna edulcorazione, nessun adattamento. Il porting narrativo fatto dai Panic Button è stato fatto egregiamente, in rapporto di uno a uno. Lo spirito dell’intera fabula del gioco è rimasto intatto, senza lasciare che niente fosse perso per strada, perché la cosa più importante per Wolfenstein è rimanere Wolfenstein!

Downgrade obbligato

Siccome siamo tutti videogiocatori adulti e vaccinati, sappiamo benissimo che le vere magagne nella trasposizione di un titolo ‘grosso’ come Wolfenstein per la console di casa Nintendo risiedono tutte nei compromessi grafici a cui sono dovuti scendere i ragazzi di Panic Button.

Già lo avevamo visto con Doom, che era un vero e proprio miracolo di maestria, tecnica e programmazione, al netto dei difetti e delle inevitabili lamentele. D’altronde per raggiungere una forma encomiabile, il buon vecchio Doom è stato rimpolpato e anabolizzato con bel po’ di patch che hanno corretto il tiro e limato un po’ gli spigoli. Tutta questa premessa, serve a indicare che chi sta dietro la conversione di Wolfenstein ha alle spalle una solida esperienza, che spazia dalla conoscenza degli sparatutto in soggettiva, con tutte le loro caratteristiche portanti, fino all’architettura dell’hardware Switch, con le sue limitazioni e i suoi punti di forza.

Da bravi artigiani del pixel, i ragazzi di Panic Button hanno riversato tutta il loro know how accumulato dai precedenti lavori per realizzare quella che è la migliore versione che ci si sarebbe aspettati su Switch. Badate: non è la versione migliore in assoluto, per quella dovete vedere il gioco all’opera su PC o su console di altra caratura, quel che cerchiamo di spiegare è che il risultato sulla macchina Nintendo è buono, forse il migliore che si potesse ottenere da un gioco che non era stato pensato per quel tipo di hardware, ma decisamente non il più spettacolare in circolazione.

Molti compromessi sono stati fatti per arrivare alla forma finale della versione Switch, perché realizzare un titolo del genere significa fare delle rinunce in ambito grafico per riuscire a salvaguardare altri aspetti ben più importanti e cruciali del titolo.

Potremmo dividere l’analisi grafica in un filone tecnico e in uno artistico.

Nel primo caso, è ovvio, molto è stato modificato, rispetto al lavoro originale. Potremmo discutere per ore sul motion blur, talvolta così accentuato che sembra che il gioco sia sfocato, e della conseguente motion sickness che ne potrebbe derivare, anche se questa è una cosa puramente soggettiva. A questo possiamo aggiungere come molto spesso l’adattamento grafico dinamico abbassi la risoluzione, di come le texture siano rovinate da questi accorgimenti.

Se poi facciamo un distinguo tra versione docked e undocked, allora il discorso si fa ancora più drammatico e complicato. In versione portatile il gioco talvolta risulta quasi fastidioso, soprattutto in quei livelli all’aria aperta, come il primo sbarco a New York o l’arrivo a Roswell, con una illuminazione quasi finta e fittizia, che rovina i contorni, sfuma le superfici. Sicuramente le cose cambiano nettamente se ci si collega alla TV, riuscendo a guadagnare un po’ di appeal grafico, grazie al migliore assetto computazionale della dock station. Però per essere onesti, non siamo assolutamente dalle parti della versione PC o PS4.

Tutti questi sono elementi che giocano a sfavore di Wolfenstein 2, se presi in valore assoluto. Se ci fermassimo a contare i frame, che calano, non così spesso, ma calano, dannazione, addirittura anche nelle cutscene, se ci fermassimo a osservare come vengono aliasizzati i bordi delle librerie sullo sfondo, come la luce non così volumetrica come ci si aspetta si spalmi inerte sulle superfici di cemento sbrecciato, se davvero riducessimo il lavoro di Panic Button a questo calcolo freddo, allora dimostreremmo una sola cosa: di non aver capito dove sta l’essenza del porting di un gioco del genere.

Quella per Switch non poteva e non doveva essere una fotocopia delle versioni per le console maggiori, ma doveva portare tra le mani dei possessori della console Nintendo l’esperienza di Wolfenstein, un’esperienza fatta di tante cose, di tanti particolari, in una costellazione di dettagli dove la grafica occupa un posto, relativamente importante.

Quello che traspare ed emerge è l’assoluta coerenza artistica con le altre versioni, questo per dire che nonostante molti siano stati i downgrade grafici, niente è stato risparmiato dal punto di vista semantico. Il viaggio di Blaskovicz nel cuore del terzo Reich è ancora disturbante e iconograficamente perfetto: i colori sono quelli giusti, le persone che si incontrano sono quelle che ci si aspettano, gli ambienti sono esattamente come li abbiamo già visti qualche mese fa, tutto l’impianto estetico, che è parte integrante e fondamentale dell’ucronia inventata da Bethesda e id Software, è presente in tutta la sua sconsolante bellezza.

Quindi, da una parte il gioco non è strepitoso dal punto di vista grafico, ma nonostante tutto resta BELLO, bellissimo, e questo è il risultato vincente delle scelte di Panic Button. Provate infatti a immaginare un approccio esattamente contrario: ridurre le dimensioni dei livelli, della profondità di campo, alterare la complessità del mondo di Wolfenstein per renderlo visibile in più alta definizione e risoluzione. Avreste avuto sicuramente un gioiellino grafico, una vera pace per gli occhi, ma potreste ancora chiamarlo Wolfenstein?

Sarebbe stato davvero un porting degno di questo nome?

Sweet e-motion controller

Il gameplay di Wolfenstein 2 è un solido e rovente mix di stealth e sparatorie a cielo aperto. La freneticità e la violenza sono rimaste inalterate in questa versione Switch, lasciando intatto il feeling che avevamo assaporato già nelle precedenti iterazioni.

Blaskovicz ha un gusto innato per crivellare di colpi le orde di Nazisti dell’Illinois che gli vengono addosso, e il sangue scorre a fiumi di livello in livello. Esattamente come è accaduto diversi mesi fa, ci siamo ritrovati a sorridere sadicamente nel mutilare e dilaniare i corpi dei soldati del Terzo Reich, ritrovando anche in questa nuova versione la stessa ‘ignoranza’ che tanto ci aveva esaltato.

Il modo migliore per giocare a questo titolo, per goderne a pieno, è in modalità docked con pro controller. Non c’è bisogno di molte spiegazioni: i comandi sono veloci e rispondono benissimo, regalando un’esperienza di gioco perfettamente sovrapponibile a quella delle console più potenti.

Con un pro-controller dotato di sensore di movimento, o con i due Joycon collegati al ‘cagnolino’ è possibile sfruttare il preciso giroscopio per mirare. L’utilizzo contestuale di levetta destra e motion controller, in una configurazione statica del joypad, offre una giocabilità elevata e immediata. Per i veterani di Splatoon 2 che hanno ormai sviluppato una coordinazione occhio-polso quasi innata, giocare con il motion controller a questo titolo sarà una passeggiata.

Paradossalmente, impugnare i due Joycon in ciascuna mano e usarli separatamente è la modalità più imprecisa e fastidiosa con cui affrontare il gioco. I movimenti involontari della mano destra ci costringeranno continuamente a correggere la mira, rendendo tutta l’esperienza di gioco a dir poco sgradevole. Inoltre la scomodità della posizione dalla levetta di destra, in questa configurazione di comandi, si fa sentire ancora di più.

Per ultimo, ma non meno importante, il gioco è perfettamente godibile in modalità portatile. Nonostante il downgrade di cui abbiamo già ampiamente parlato, il gioco in quanto tale risulta ancora solido, divertente e accessibile. Anche in questo caso, il giroscopio della console ci aiuta nella mira e il suo utilizzo in combutta con la leva destra, fa divertire e soddisfa anche il gameplay più frenetico.

Possiamo dire con franchezza che questo titolo si sposa perfettamente per sessioni di gioco in metro o in “seduta plenaria”, il luogo migliore dove poter sfruttare la Switch!

Verdetto

Abbiamo già ampiamente giudicato il gioco dal punto di vista artistico e narrativo nella recensione per PS4 e quindi non c’è bisogno di ribadire l’ovvio. Nella versione Switch, il titolo di Bethesda e Machinegames approda senza censure né tagli, riproponendo la storia di Blaskovicz e la sua cricca completamente intatta.

I veri compromessi sono stati fatti in ambito tecnico, e ricalcano esattamente le scelte già fatte da Panic Button nel porting di Doom: motion blurring, ridefinizione delle texture, downgrade degli effetti speciali. Nonostante tutto, purtroppo, il gioco è gravato da alcuni cali di framerate, che però non inficiano affatto l’esperienza complessiva. Possiamo dire che il lavoro dei Panic Button ha centrato il bersaglio che non è quello di riprodurre una fotocopia delle versioni PS4-PC, ma di lasciare inalterato il mood complessivo, di non intaccare minimamente la giocabilità in nessuna delle possibilità offerte dalla Switch e di dare al pubblico il miglior Wolfenstein possibile su console Nintendo.

E in questo caso, il risultato è dannatamente positivo!

Se avete gradito Wolfenstein, allora non potete perdervi l’esperienza totale di Doom Switch Edition.

Non sei un tipo sanguinoso? Allora Splatoon 2 è il gioco giusto per te!

 

 

Wolfenstein 2: The New Colossus - Recensione della versione Switch
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