Gli yurei nella tradizione spiritica giapponese

Per noi occidentali è questo il periodo più tenebroso dell’anno: tra Halloween e il giorno dei morti, ci viene spontaneo associare al buio e al freddo i concetti di morte e spiriti irrequieti. Tuttavia in Giappone accade l’esatto opposto: i cosiddetti yurei, infatti, sono protagonisti di leggende folkloristiche specialmente nel periodo estivo, quando si festeggia lo Obon. Le origini di queste tradizione sono antiche, eppure affondano le loro radici così in profondità da influenzare, anche di poco, alcuni comportamenti odierni, paragonabili alle nostre superstizioni.

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Le origini e quelli più conosciuti

Cosa accade, per i giapponesi, dopo la morte? Innanzitutto si procede con i riti funebri, oggi solitamente di stampo buddhista, con i quali si auspicava un passaggio verso l’aldilà sereno e senza pericoli per l’anima del defunto. Questi avrebbe poi potuto rincontrare i propri cari durante lo Obon, grazie ai preparativi svolti per accoglierlo e riaccompagnarlo verso l’altro mondo alla fine del festival.

D’altra parte, è anche vero che non moriamo tutti allo stesso modo. Già in epoca Heian si credeva che una morte violenta o delle questioni lasciate in sospeso potessero far sì che l’anima del defunto non volesse ancora avviarsi nello Yomi no Kuni, il Mondo di oscurità, cominciando così ad infestare luoghi o tormentare i diretti interessati del loro dolore. Non è detto che questi siano tutti spiriti malvagi, talvolta si tratta di persone che in vita non sono riusciti a estinguere un debito d’onore e dunque vogliono a tutti i costi ricambiare i favori ricevuti.

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http://www.metmuseum.org/art/collection/search/76565

Nonostante ciò, gli yurei più conosciuti sono quelli di natura maligna, di solito nati da emozioni nutrite nel tempo ma serbate in segreto dalla persona fino a portarsele anche nella tomba. Essendo molto difficile per uno spirito rimanere ancorato al mondo fisico e interagire con esso, questi yurei possiedono una forza psico-emotiva davvero enorme con cui sono capaci di perseguitare a lungo le proprie vittime. Spesso e volentieri, insieme alle caratteristiche oggi iconiche come la veste bianca, il fazzoletto sulla testa (hitaikakushi) e l’assenza di piedi, venivano rappresentati con fattezze femminili, poiché in tempi antichi le donne godevano di pochi diritti ed erano soggette al volere del marito dunque le prime a desiderare intensamente una qualche forma di giustizia.

Due esempi famosi sono le storie di Okiku e Oiwa, raccontate rispettivamente nello spettacolo kabuki Yotsuya Kaidan e nello spettacolo bunraku Bancho Sarayashiki. Entrambi i generi teatrali del XVII secolo riportavano questi particolari racconti detti kaidan, letteralmente “storie di apparizioni”: sicuramente in qualche episodio speciale di un anime, solitamente scolastico, avrete visto il gruppo di protagonisti al buio, con qualche candela, per raccontarsi storie di paura.

Oggi vengono chiamate soprattutto così, col termine kowai hanashi, grazie anche al successo del genere horror con opere come Ringu o Ju-On, nelle quali si omaggiano leggende come queste: i due casi di Okiku e Oiwa prevedono una vendetta perpetrata dagli onryo delle due donne, un tipo di yurei generato da un forte desiderio di vendetta (nel loro caso, verso un marito fedifrago o un padrone insistente) e anche Sadako e Kayako si muovono grazie alla forza del loro odio e del loro rancore, venendo riconosciute come onryo a loro volta.

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Tuttavia non sono solo gli spiriti dei morti a diventare yurei. È la letteratura classica a offrirci anche in questo caso il ritratto emblematico di una donna, dama Rokujo, la quale diviene un ikiryo: questo yurei è letteralmente uno “spirito vivente”, che si allontana dal corpo per raggiungere la causa della propria sofferenza e compiere ciò che, fisicamente, sarebbe impossibile fare per la persona da cui si è staccato. Rokujo, ex amante del principe Genji (del Genji Monogatari), prova un’indicibile gelosia nei confronti della prima moglie di Genji, Aoi no Ue, arrivando al punto di ucciderla, pur non rendendosi conto del proprio gesto una volta ritornata in sé. Sarebbe comunque riduttivo nei confronti di Rokujo ridurre l’episodio narrato nell’opera a un semplice “raptus di gelosia”, poiché il personaggio rivela una psicologia molto più complessa che non possiamo discutere in questa sede.

Gli yurei nelle leggende moderne

Per questi e altri numerosissimi racconti è venuta a crearsi tutta una serie di comportamenti tabù che vengono assunti ancora oggi: se per noi è scaramantico non proseguire dopo che un gatto nero ci ha attraversato la strada, pare che in nessun caso verrà mai posizionato a nord l’ingresso di una casa, poiché si tratta della stessa direzione in cui viene disteso il corpo di un defunto durante i funerali; un tipico errore fatto da chi è poco informato è indossare un kimono incrociando i due lati nel modo sbagliato: quello destro deve andare sotto quello sinistro, al contrario di come vengono vestiti i morti; il quarto piano di un edificio è considerato funesto, poiché la pronuncia del numero quattro, shi 四, è omofona alla parola morte 死.

I più giovani però, complice la cultura pop di cui viene intrisa quasi ogni cosa ormai, amano ricordare alcune leggende metropolitane di cui abbiamo qualche esempio in anime o manga: da Toire no Hanako-san, la ragazza del bagno della scuola, a Kuchisake Onna, apparentemente un onryo dalla bocca sfigurata dal taglio di una forbice, fino a Teke Teke, altro yurei vendicativo senza gambe e chiamato con l’onomatopea del suo strisciare sulle braccia.

Nonostante il passare dei secoli, certe cose non cambiano mai e i giapponesi, forse, sono giunti ad amare, più che temere, queste storie dell’orrore. È certo che, nel raccontarle, non mancano mai le conseguenze delle azioni sconsiderate di chi incontra questi spiriti e le possibili soluzioni per sfuggire alla loro rabbia. Così, non si sa mai.

 

Bibliografia:

Per una parte dei contenuti dell’articolo è stato consultato l’ebook Ikiryo di Dafne Borracci.

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