Binti, Lilith e l’Afrofuturismo trent’anni dopo: le affinità di Octavia Butler e Nnedi Okorafor

Ci sono coincidenze, nel mondo dei libri, che aumentano la magia e il piacere della lettura. Ci sono romanzi che credevi essere lontani conoscenti e che si rivelano, invece, legati da una strettissima affinità elettiva. Ci sono eventi editoriali che sembrano casuali, ma non lo sono.

Non può infatti essere un caso che Urania ristampi proprio adesso, a distanza di un mese dalla pubblicazione della trilogia di Nnedi Okorafor dedicata alla Himba Binti, Ultima Genesi, primo capitolo della trilogia Xenogenesi della scrittrice afroamericana Octavia Estelle Butler.

Le due opere, infatti, fanno parte di una corrente non solo letteraria, ma che contamina ogni settore creativo – da quello musicale alla moda – nominata afrofuturismo, di cui la Butler può essere considerata una madre spirituale, a cui la Okorafor si è ispirata per le tematiche e la costruzione del suo universo narrativo. Come la Butler, infatti, anche Nnedi Okorafor ci presenta una realtà multiculturale, extraterrestre, belligerante, raccontando la storia da un punto di vista femminile ben lontano dagli stereotipi dell’eroina forte e indipendente che ha ossessionato l’industria dell’intrattenimento nell’ultimo decennio.

binti

Non è facile, certo, mettere a confronto due romanzi così distanti nel tempo (Dawn, titolo originale di Ultima Genesi, è stato pubblicato nel 1987, trent’anni prima della trilogia di Binti), ma le affinità tra i due risaltano come puntini luminosi nel cielo in una notte senza nuvole, quasi che la protagonista della Butler, Dhokaaltediinjdahyalilith eka Kahguyaht aj Dinso, fosse un’antenata di Binti Ekeopara Zuzu Dambu Kaipka di Namib.

Nomina sunt omina

Dentro i nomi delle protagoniste possiamo leggere, fin da subito, una storia familiare complessa e fuori dall’ordinario: Lilith Iyapo (questo il suo nome terrestre) acquisisce infatti i nomi della sua famiglia Oankali adottiva: la razza aliena tentacolare che ha salvato gli ultimi umani dalla morte postnucleare propone ai sopravvissuti uno scambio commerciale che porterà alla nascita di una nuova razza, metà aliena e metà umana, che ripopolerà la Terra sotto la guida di Lilith, madre e guida di tutti i risvegliati. Non è un caso che questo nome evochi una figura religiosa presente nell’ebraismo delle origini: Lilith è la prima moglie di Adamo, colei che, prescelta come madre dell’umanità, venne ripudiata per il suo rifiuto a sottomettersi al marito.

ultima genesi

Binti abbandona invece il pianeta di sua spontanea volontà per studiare – prima del suo popolo, gli Himba – alla prestigiosa Oomza University. Il viaggio di Binti sarà fin da subito costellato di sfide, lutti e cambiamenti. La ragazza si troverà a fronteggiare, sola con la sua impetuosità e la sua forza, le Meduse, razza aliena in perenne guerra con i terrestri Khoush, fino ad abbracciare dentro di sé l’essenza del nemico.

Cambiamento e accettazione

Entrambe le donne, infatti, saranno costrette ad accogliere il diverso, facendone parte integrante del loro essere: non più completamente umane, Lilith e Binti dovranno processare la rabbia nei confronti dei nemici/alleati. “Noi trattavamo così gli animali” sbotta Lilith dopo l’ennesima modifica genetica subita dagli Oankali sul suo corpo senza il suo permesso, e presumibilmente per il suo bene; ”è il mio corpo“ le fa eco Binti, ”perché non me lo avete chiesto? Non potevate lasciarmi scegliere?“.

ultima genesi

Parte del processo di guarigione delle due donne consisterà infatti nell’accettare il loro cambiamento, ma soprattutto nell’accogliere la trasformazione di chi una volta le ha ferite: sia Lilith che Binti avranno accanto un compagno non umano impegnato in un arco di redenzione e apertura nei confronti dell’umanità. Elemento ancora più interessante, nelle due narrazioni, è l’evoluzione della psicologia delle protagoniste, che a differenza di molti personaggi tutti d’un pezzo, stoici e immutabili davanti alle avversità della vita, reagiscono alle difficoltà, ai traumi, ai lutti, in modo emotivamente realistico, crollando e rialzandosi anche grazie, nel caso di Binti, all’aiuto di un percorso psicoanalitico: ”ero a disagio, quel giorno. Nella mia famiglia non esiste l’usanza di confessare i nostri pensieri e paure più reconditi a una sconosciuta. Ci teniamo tutto dentro, nel profondo, chiuso nel nostro cuore, anche se il problema ci dilania l’anima. Tuttavia, io stessa ero cosciente di aver bisogno di aiuto.“ Sembra una sciocchezza, ma inserire aperture al percorso terapeutico in narrazioni non specialistiche è un forte segnale per tutte quelle persone che ancora vivono l’aiuto psicologico e psicoanalitico come una vergogna.

Madre terra

Il motivo del successo di opere come Ultima genesi, che nei suoi trent’anni di vita non ha perso smalto e di cui ci auguriamo che Urania prosegua la pubblicazione con i due rimanenti capitoli della trilogia, e Binti, premiata agli Hugo e ai Nebula Awards, è da ricercare proprio nell’assenza del trope della donna forte e indipendente, un cliché che non fa altro che trasferire in un corpo femminile quelle caratteristiche maschili universalmente considerate positive: ecco allora che una donna, per essere un eroe, deve saper contare solo su sé stessa, deve sapersi far rispettare imponendo la propria leadership, deve relegare la sua emotività in fondo al cuore, mandando avanti lo stomaco, il fegato e il cervello.

Nel caso nessuno ve lo abbia mai fatto notare, però, uomini e donne non sono uguali, e per fortuna! (NdA, nonostante la frase precedente, ci sono aspetti della vita di uomini e donne che devono essere uguali, come la retribuzione per l’attività lavorativa, i diritti e doveri civili, il rispetto della persona e del suo corpo.) Un personaggio femminile che si comporta come un personaggio maschile non è altro che una perpetuazione dell’idea che l’unico modo per essere forti sia farsi strada con atti di prevaricazione fisica o emotiva. La visione proposta da Octavia Butler e Nnedi Okorafor si fa forte della capacità femminile di accettare le mutazioni del corpo e dell’anima, adattandosi come acqua al suo contenitore. Binti, che è un’armonizzatrice, e Lilith, madre dei nuovi terrestri, presentano al lettore una forza interiore che affonda le sue radici nella comprensione, nell’empatia, nell’accordo, doti di vitale importanza per non trasformare un Primo Contatto in un campo di battaglia intriso di sangue.

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Tra grembi metaforici e navi spaziali viventi, non è un caso che la terra (intesa come suolo) giochi un ruolo fondamentale per Lilith, legata all’elemento che nutre e accoglie, essendo lei stessa incaricata di parentare (insegnare, offrire conforto, nutrire, vestire, guidare e interpretare quello che sarà, per loro [il primo gruppo di umani a tornare sulla Terra], un mondo nuovo e terrificante, nelle parole degli Oankali), e soprattutto per Binti, che usa l’otjize, un impasto di olii e argilla delle sue terre come una corazza di cui rivestirsi e un abito grazie al quale ricordare le sue origini.

La terra, abbandonata e ritrovata, luogo di origine e di ritorno, è per Binti e Lilith una preziosa alleata, un costante memento dell’umanità che scorre nelle loro vene di donne cambiate, ma capaci di accettare il cambiamento come parte essenziale della vita. Perché siamo donne, oltre alla forza e all’indipendenza c’è di più.

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