723163-bigthumbnailIl videogame si è evoluto. Questo è un dato di fatto. Diversi sono i saggi che analizzano tale evoluzione, chi dal punto di vista meramente storiografico, chi cronistico, chi piuttosto sociologico o filosofico. Il videogame, come mezzo di comunicazione, ha avuto un’impennata nel corso degli ultimi anni e le sue caratteristiche, non possono che rispecchiare l’andazzo della cultura a cui si propone. Come ogni prodotto umano, il videogioco, insomma, non può non rispecchiarci in qualche modo, sia nelle sue caratteristiche sociologiche, sia nelle strategie di vendita, che in quelle più squisitamente ludiche. Ma vorrei che ci arrivassimo insieme, cosicché non vi suoni tutto come una “adamkadmonata”.

La riflessione mi è venuta da un pensiero che è comune nella testa di tanti giocatori, alcuni anche più vecchi di me. In un mondo che va avanti, la tecnologia si fa sottile, impercettibile, sempre più connessa alla nostra quotidianità e alle nostre esigenze, come a dire che il dogma è quello della semplificazione assoluta, della connettività. Eppure non è possibile non notare quella spinta viscerale verso la complicazione seriale. La ricerca dell’essenziale è finita, e ci stiamo affacciando adesso al mondo del superfluo. Prendete una console vecchia, iconica, prendete un NES. Colorazione stile mattone, design squadratissimo, ma un inno all’essenzialità ludica. Prendete il suo pad, ficcate una cartuccia nel vano della console e schiacciate il tasto start. Il meraviglioso tasto start. Percepite la sua immediatezza, la sua voglia di fare e non di innovare. La sola idea mi sembra simile a quella della maniglia di una porta. Ci si poggia la mano sopra e il suo funzionamento è immediato. Dov’è finita oggi l’immediatezza del tasto START? Giusto qualche generazione fa c’era un fascino nei videogame che era dato dalla loro semplicità, dalla facilità con cui, una volta inserita la cartuccia nella console, si aveva accesso a un mondo nuovo senza tanti fronzoli o presentazioni. Ma il mondo è cambiato, è andato avanti, e non mi meraviglia che quel benedetto tasto sia addirittura scomparso dai pad di tutte le console attualmente in circolazione, come a dire che il medium è divenuto qualcosa a cui non si ha un accesso immediato, ma piuttosto macchinoso. Tocca prima iscriversi, impostare, calibrare e poi, solo quando si ha una sorta di certezza empirica che il sistema è autosufficiente allora, e solo allora, giocare. Ma il gioco, come insegnano i bambini, non è qualcosa cui si arriva per sotterfugi. Può avere un significato (e un significante) più o meno complessi, ma la sua essenza, il “ludus”, dovrebbe restare asciutto, essenziale, e soprattutto senza pretese.

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Riprendete il NES, se ne avete uno a casa accendetelo adesso e sperimentate la sua assoluta mancanza di pretese. Il NES è diretto, è il ragazzino che vi citofona per la partita nel parco. Non gli frega un cazzo di condividere alcun pensiero, alcun sofismo. Il NES non utilizza il tasto SHARE, non sa manco che cos’è e, tutto sommato, non gli interessa conoscerlo. Eppure, non si capisce perchè, siamo ormai anni luce da quel mondo, da quella concezione di intrattenimento lì, e corriamo sempre più veloci verso le nuove frontiere, la ricerca di gusti sempre più complicati. Che sorpresa, dunque, che il mercato indie, quello che punta tutto al gioco puro e semplice, si stia espandendo a macchia d’olio. Abbiamo aggiunto sempre più tasti ai nostri pad, salvo poi renderci conto che a certa gente come Jenova Chen ne bastano due o al massimo tre. Profeti che parlano di futuro rifacendosi agli schemi del passato. Dei “mostri sacri” che affascinano il settore con idee che sembrano concepite dalla musa dell’innovazione. Ma “monstrum” ha un significato diverso, in latino significa “antico prodigio”, un qualcosa dotato di una bellezza e di una potenza comunicativa quasi adamitica e, forse proprio per questo, profetica. Perchè è forse proprio nella riscoperta del passato, e nella sua semplicità assoluta, e oggi anacronistica, la vera essenza del videogame. Eppure, più ci penso, più pondero il presente comunicativo del videogame più capisco, o almeno percepisco, che questo passato così prossimo non altri che un qualcosa che si può raccontare e non più augurare. Che ormai si va solo avanti e forse, ma proprio forse, tra qualche anno se ne parlerà sempre con più nostalgia, fintanto che quella nostalgia non diventerà storia e poi, forse, leggenda. E ben che ci andrà qualcuno ne parlerà in un libro o lo twitterà in rete, schiacciando il fottuto tasto share. Qualcuno mi ridia il tasto START, che senza un tasto di avvio, non riesco ad andare avanti. Non so come si fa.

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