La fantascienza contemporanea incontra il gender, tra nuove grammatiche e vecchie battaglie

Quanto è difficile tradurre un testo? Molto: trovare il giusto equilibrio tra fedeltà all’originale e piacevolezza della lettura nella lingua di arrivo richiede una lunga serie di compromessi, tentativi, e molto spesso non ci si trova davanti a un buona la prima (come sanno i lettori de Il signore degli anelli).

Ancora più difficile è tradurre un testo da una lingua che prevede la presenza di un genere neutro, come l’inglese, a uno sessuato, come l’italiano, il francese, e le lingue romanze in generale. Se, infatti, in inglese sostantivi e aggettivi restano invariati che si stia parlando di un individuo maschile o femminile, in italiano – al netto di asterischi, non sempre applicabili e vissuti ancora da una larga maggioranza di lettori come gigante segnale di politically correct – in questo momento chi scrive è uno scrittore o una scrittrice, senza altre alternative.

Ma è così importante, per chi sta leggendo questo articolo, sapere se chi sta scrivendo è un lui o una lei? Si scrive con il cervello e con le mani, o con gonadi e ovaie?

Il gender del nom de plume

La letteratura è piena di casi di autori donne (una definizione che sembra un omaggio al classico della fantascienza The Female Man di Joanna Russ), diventate famose sotto pseudonimo maschile: dal Frankenstein di Mary Shelley pubblicato anonimo, passando per James Tiptree Jr, Hunter J. Holly, l’italiana Robert Rainbell, fino ad arrivare, in tempi recenti, a Joanne Rowling (nome con cui ha presentato agli editori il manoscritto di Harry Potter), defemminilizzata in J.K. per rendere la saga del mago più famoso del mondo attraente anche ai maschietti (logiche del mercato, non faccio io le regole), che ha in seguito scelto il virile pseudonimo di Robert Galbraith per buttarsi nello sporco mondo della crime fiction con la serie di libri dedicati al detective Cormoran Strike.

Ci sono infatti idee dure a morire, e una di queste è che un libro scritto da una donna sia dedicato a un pubblico femminile. Cose da donne, scritte da donne per donne.

Ma che succede quando il binario uomo-donna viene sorpassato? Come spesso succede, è la letteratura di genere a venire in soccorso del genere (d’ora in poi, per rendere la lettura meno caotica e più international, gender), in particolar modo la narrativa speculativa, anche detta fantascienza.

fantascienza gender

Oltre il binario tra gender e fantascienza

Silvia Treves e M. Caterina Mortillaro hanno curato per Delos la raccolta di racconti Divergender, la prima opera italiana che cerca di superare il binomio uomo-donna grazie a sette racconti di autori italiani, due traduzioni molto interessanti e tre saggi che – purtroppo – non riescono a mantenere sempre la promessa di un’esposizione priva di stereotipi ma che sono, insieme alla piccola bibliografia in appendice, una miniera di titoli a cui attingere per approfondire queste tematiche. Sebbene molti dei racconti partano da una solida base di binarietà, giocando con l’inversione dei ruoli o con l’estremizzazione, autrici come Franci Conforti, con il suo MechanoGender – l’amore ai tempi delle macchine – o Giovanna Repetto, che ne La camera dello sposo ci presenta una relazione di stampo xenomorfica che ricorda una storia di Octavia Butler con atmosfere alla The Shape of Water, fanno superare alla loro immaginazione il gradino solido e invisibile dell’eteronormatività applicata ai ruoli di genere, o al loro ribaltamento.

Una maestra nel creare nuove eterogenee società fuori dagli schemi dell’eteronorma è l’autrice americana Charlie Jane Anders, presente in questa raccolta con il racconto Forse amore è una parola grossa (disponibile online in lingua originale), primo suo testo tradotto nella nostra lingua (nella speranza di poter leggere, prima o poi anche in italiano, il romanzo vincitore di Locus e Nebula Award All the Birds in the Sky). Come scrive M. Caterina Mortillaro nell’introduzione, i personaggi presenti nel racconto non s’inseriscono in un sistema binario maschio-femmina […]. Vivono la loro idea di amore e sessualità combinandosi in modo differente a seconda dei casi, con una serie di escrescenze e cavità che si attivano grazie all’azione di appositi feromoni. Tuttavia anche in questo mondo vi sono gerarchie […] ecco allora che i Piloti, al vertice della società […] “fanno gli uomini” con tutte le altre creature, mentre le Inservienti, al gradino più basso, “fanno le donne”.

Parlare non è mai neutro

Il racconto della Anders, oltre a presentarci una protagonista, l’Inserviente Mab, cinica e disillusa, permette di riflettere sul bisogno di una nuova grammatica italiana che contempli denominazioni più neutre: nel racconto, ogni casta presenta un proprio pronome (Be/Ber per i Piloti, per esempio, o Po/Por per l* Roburi), con sostantivi e aggettivi che non hanno un’accezione né maschile né femminile. Quello che in italiano sembra un minestrone di asterischi e mancanza di concordanza, letto in inglese presenta decisamente meno problemi di comprensione, così come, attraverso l’uso del pronome They/Them per quei soggetti che non si sentono rappresentati dalla binarietà, la lingua inglese permette una comunicazione senza la complicazione della desinenza in -o o -a. Nel nostro paese un asterisco viene visto come un atto politico laddove, dalla nascita della lingua italiana in poi, il genere maschile è stato correntemente usato per definire il gruppo misto e ancora stiamo a discutere sul motivo per cui la parola sindaca suona male al nostro orecchio.

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La realtà è che la lingua è un organismo vivente che cresce e si evolve insieme e grazie alla cultura che la parla, e la necessità di nuovi termini per indicare sindaci di sesso femminile si presenta nel momento in cui, per la prima volta, le donne accedono a simili cariche politiche, così come fino al 1874 non c’era stata nessuna studentessa universitaria, la parola poliziotta non aveva nessun motivo di esistere prima del 1959 o nessuna donna era mai stata magistrata prima del 1961.

Neutro fantascientifico

Nell’Impero Radcht immaginato da Ann Leckie nella sua trilogia Ancillary – appena ristampata e completata da Mondadori -, lui/he è scomparso dal vocabolario e tutte le persone, a prescindere dal sesso, vengono considerate lei/she. Uno dei pregi dell’edizione Mondadori è di aver ritradotto l’opera, e come si legge nella nota della traduttrice, Francesca Mastruzzo, il risultato [della traduzione in una lingua sessuata] è una lingua sbilanciata al femminile, mentre l’italiano è solitamente sbilanciato al maschile (si pensi anche solo al fatto che un gruppo di persone viene indicato col maschile, a meno che non sia formato interamente da donne).

La decisione della Leckie è ben giustificata all’interno di un universo narrativo – una space opera degna della fantascienza vecchio stampo che non lesina su intrighi politici e azione – in cui le intelligenze artificiali dispongono di una pletora di corpi di ogni etnia, sesso ed età da abitare; la protagonista stessa di Ancillary Justice, primo capitolo della trilogia, è un involucro corporeo che ospita l’AI di una nave da guerra. Dal punto di vista del lettore, soprattutto del lettore italiano, lo straniamento delle prime pagine lascia spazio a una lettura che smette rapidamente di interrogarsi su cosa si nasconda nelle mutande dei personaggi citati, che si muovono nella storia a prescindere dal loro sesso, incarnando figure che vanno al di là di qualsiasi stereotipo di genere. Per la Leckie, il gender dei personaggi “non è qualcosa a cui il testo si interessa, non più di quanto molti libri siano interessati al fatto che qualcuno sia mancino o meno; semplicemente, non è rilevante.”

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L’ipersessualizzazione della nostra società, infatti, ha reso impossibile vedere l’individuo staccato dal suo sesso, facendo sì che ci si aspetti che una donna si comporti da donna e un uomo da uomo, qualsiasi cosa questo significhi. In un’ottica simile, racconti come Emancipazione, di M. Caterina Mortillaro, ma ancora prima Il sogno di Sultana, utopia femminista di inizio secolo della scrittrice indiana Rokeya Sakhawat Hossein, che bilancia una certa ingenuità con l’acutezza dei suoi ragionamenti, mostrano tutte le ipocrisie di una società in cui si crede ancora che il femminismo lotti per la supremazia della donna sull’uomo e non per la parità dei diritti.

Chi ancora oggi sostiene che la parità dei diritti sia stata raggiunta, che omofobia, misoginia, transfobia non esistano, ha molto spesso paura di essere trattato, in caso di vittoria del femminismo (sì, perché uno dei primi errori della dialettica della battaglia dei sessi è proprio l’appropriazione di termini da clima di guerra) nello stesso modo in cui le donne vengono oggi trattate dalla società patriarcale. Questo timore di sentirsi sminuiti, privati dei propri diritti, messi in un angolo, non è altro che l’ennesima riprova della necessità di un mondo in cui una persona sia tale a prescindere dal pronome con cui viene tradotta. Perché se a nessun uomo piacerebbe essere trattato come una donna, perché le donne dovrebbero invece accettare questo trattamento?

 

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