Il tarantiniano film di Drew Goddard apre la tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma

La Festa del cinema di Roma 2018 si apre con un film che ammicca con insistenza allo stile tarantiniano. Stiamo parlando di Bad Time at The El Royale (7 sconosciuti a El Royale) di Drew Goddard e della sua natura sorprendentemente eclettica.

Riguardo il titolo, notiamo subito che la sua versione italiana si tinge un po’ di farsesco, come spesso accade, e va persino a spoilerarci un contenuto, magari intuibile, ma che avremmo preferito scoprire da soli. Ancora una volta un’operazione di traduzione non del tutto perfetta, quindi, sebbene non ai livelli di alcune davvero criminose a cui abbiamo assistito in passato.

Ad ogni modo ora che a fare spoiler ci hanno pensato i distributori del Belpaese, possiamo anche noi svelarvi che abbiamo a che fare con la storia (o meglio le storie) di 7 sconosciuti, tutti estremamente particolari e diversi tra loro, che si ritrovano per una serie di circostanze ad El Royale, un albergo sito esattamente a metà tra lo stato della California e quello del Nevada.

Il progetto di Goddard è intrigante ed ambizioso, e si sviluppa nell’arco di 140 minuti e con un cast d’eccezione, tra cui troviamo – tanto per citarne un po’ – Jeff Bridges, Jon Hamm, Dakota Johnson e Chris Hemsworth.
Loschi individui o personaggi dal particolare background, in un gioco astratto e inverosimile che ci lascia incollati allo schermo per buona parte del tempo. Dal primo momento percepiamo che lì dentro, in quell’unica ambientazione di un bislacco “hotel per depravati”, dove c’è un solo inserviente tuttofare, il giovane Miles Miller (Lewis Pullman), succederà il finimondo.

Quella sorta di gioco a cui accennavamo sarà un leitmotiv dell’intera opera, in senso a volte letterale ed altre figurato, e Goddard è bravo a divertirsi e farci divertire, trastullandosi con le linee temporali, saltando dal presente al passato e presentandoci così tutti i folli protagonisti dell’opera e le varie sottotrame ad essi legate, aprendo di tanto in tanto la porta dell’inquietante hotel, tra narrazione e flashback.

Se le atmosfere e la struttura ci ricordano dunque l’ultimo Tarantino, quello di Django Unchained e soprattutto The Hateful Eight, è purtroppo nel ritmo e nei dialoghi che il regista si smarrisce un po’, fallendo un’importante chance. Quell’andatura frizzante e sbalorditiva della prima ora infatti lascia spazio ad una parte centrale più lenta e tutto sommato prevedibile, dove i dialoghi, comunque spesso piacevoli, non lasciano a bocca aperta ma tornano sulla strada della linearità, nonostante alcuni maestri in tal senso – come Bridges – provino a risollevare l’asticella.

Dove invece Goddard dimostra di essere magistrale è nella manifestazione e nella gestione della violenza. Non una violenza pulp e meramente aggressiva, ma presente in termini a suo modo disturbanti, nell’accezione cinematograficamente positiva del termine. Sa farla esplodere in modo improvviso, inaspettato, dandoci una vera e propria strattonata e facendoci persino sobbalzare di tanto in tanto dalla sedia, ed è in grado di farlo anche quando ci si vi avvicina ad un finale per certi versi preventivabile, ma che ci carica e ci fa empatizzare con alcuni dei protagonisti, allietandoci grazie a questo andirivieni che è il suo cinema-luna park. Un cinema che ci mostra tutto ma non ci mostra niente, con la telecamera che ci tiene fortemente a farci vedere da differenti angolazioni le numerose scene in cui la sopracitata violenza deflagra, ma in definitiva non la svela del tutto ai nostri occhi.

Goddard gioca a fare Dio, punendo i colpevoli, salvando chi – a suo modo di vedere – lo merita più di altri, mescolando nel suo calderone anche l’aspetto della religione, proprio per non farsi mancare nulla.

Nel divertissement del cineasta del futuro X-Force c’è anche tutto un contorno che favorisce la buona riuscita. A partire dal già menzionato cast, con un Jon Hamm in grandissimo spolvero e a cui Goddard affida il ruolo di ariete per scardinare da subito la quarta parete, per passare ad una sorprendente Dakota Johnson che si toglie immediatamente di dosso i più noti panni dell’Anastasia delle 50 sfumature, per vestire quelli tremendamente tarantiniani di Emily Summerspring, che sembra scritta apposta per lei. Impossibile poi non menzionare il sempre incredibile Jeff Bridges, un’istituzione ed una certezza in determinati ruoli, e lo stravagante Chris Hemsworth, che ricorda tantissimo l’Early Grayce di Brad Pitt in Kalifornia con Cailee Spaeny a fargli da Juliette Lewis in una versione demagogica quasi alla Charles Manson (tanto per rimanere in tema di Tarantino).

Infine c’è tutta una componente visivo-uditiva su cui è impossibile glissare, con la calda e tentacolare fotografia di Seamus McGarvey, a confezionare un prodotto niente male, che le musiche del maestro Michael Giacchino hanno il compito di infiocchettarlo a dovere.

7 sconosciuti a el royale

Verdetto

Il film di apertura della Festa del Cinema di Roma 2018 è un sorprendente lavoro dell’eclettico Drew Goddard: 7 sconosciuti a El Royale (che sarà al cinema dal 25 ottobre). Un titolo che in questa versione italiana contiene un piccolo spoiler che avrebbero potuto evitare, ma è una pellicola che ci colpisce per le sue sfumature e la struttura incredibilmente tarantiniana, supportate da un comparto visivo-auditivo eccellente e un cast di prim’ordine. Goddard sa fare tante cose e le sa fare bene, peccato però che si perda un po’ nella gestione del ritmo nella parte centrale del film e in qualche dialogo che, con un’impronta di questo tipo e le tante aspettative che lui stesso è stato abile a generare in noi, avremmo immaginato sempre di un livello altissimo.
Nel complesso un film davvero interessante.

Se vi piace 7 sconosciuti a El Royale…

Oltre ai film di Tarantino, in particolar modo gli ultimi lavori del regista, come Django Unchained e The Hateful Eight, vi suggeriamo di recuperare il precedente film di Drew Goddard: Quella casa nel bosco

[Festa del cinema di Roma 2018] 7 sconosciuti a El Royale - Recensione
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