I fratelli Russo mettono in discussione la sacralità del cinema, non capendo che andare incontro al progresso non significa per forza dover cancellare il passato

fratelli russo cinema

i è alzato un gran polverone dopo la recente uscita (a vuoto) dei fratelli Russo, Anthony e Joe, che hanno messo in discussione la “sacralità” del cinema.
Intervistati da Hollywood Reporter in occasione dell’uscita del thriller The Gray Man con Ryan Gosling, Chris Evans e Ana de Armas da loro diretto, in arrivo il 22 luglio su Netflix, i Russo Bros hanno infatti – come si suol dire – sputato nel piatto dove hanno mangiato per anni.

È ovvio che sia folle, nel 2022, pensare al cinema come unico luogo che possa ospitare dei film, ma la deriva che prende il discorso dei Russo appare per lunghi tratti incoerente e fuori luogo. Qui sotto vi riportiamo intanto la traduzione di alcuni fondamentali passaggi della loro intervista concessa a HR.

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“Amiamo davvero tutto ciò che riguarda il cinema classico, ma non siamo mai stati preziosi al riguardo, in alcun modo”, esordisce Anthony Russo. “Ciò che ci ha sempre entusiasmato più di ogni altra cosa è la domanda ‘Come vai avanti?’. Questa è parte della nostra filosofia per quanto riguarda il non fare i preziosi sulla distribuzione cinematografica. ‘Come ti allontani dai vecchi modelli? Come fai a raggiungere un pubblico che prima non coinvolgevi?’ Questi sono gli aspetti più interessanti per noi”.

“Il cinema d’autore – prosegue Joe Russo – è un’idea che ormai ha già 50 anni. È stata concepita negli anni ’70, e noi ci siamo cresciuti. E quando eravamo ragazzi, era qualcosa di davvero importante per noi. Ma siamo anche consapevoli del mondo ha bisogno di cambiare, e più cerchiamo di prevenire il cambiamento, più caos creiamo”.

“Ma una cosa che bisogna anche tenere presente – sottolinea ancora Joe Russo – è che l’idea di poter andare al cinema è piuttosto elitaria. È dannatamente costoso. Quindi questa nozione che si è creata, a cui ci aggrappiamo, che il cinema è un luogo sacro, è una stronzata. E rifiuta l’idea di permettere a tutti di farne parte. Il valore della distribuzione digitale, oltre al fatto che spinge anche a una maggiore diversità, è che le persone possono condividere i conti. Possono avere 40 storie al costo di una sola. Ma portare avanti una guerra culturale sul valore o meno di tutto questo per noi è una follia”.

Analizzando il loro discorso, non credo che sia sbagliato in tutto e per tutto, ma parte proprio da assunti errati.
Innanzitutto il fatto che il cinema, per via dei suoi costi, sia diventato elitario dovrebbe essere un motivo per sostenerlo e non per buttarlo ancor più giù. Anche perché alla base delle motivazioni del rincaro del botteghino, c’è proprio il fatto che (complice anche la pandemia, certo) la gente va sempre meno al cinema, preferendo in quei pochi casi i multisala – portando anche alla chiusura molti cinema indipendenti, d’essai o semplicemente più piccoli – e costringendo di fatto a un aumento dei prezzi per salvare la baracca. Osteggiare o boicottare il cinema pertanto significa inevitabilmente portarne alla definitiva chiusura. Un fatto che purtroppo mi sembra ormai prossimo e ineluttabile, vista la direzione in cui il mondo sta andando e che va di pari passo con il commercio: si guardano i film sulle piattaforme di streaming e non si va al cinema; si compra online su aziende di e-commerce e non si va al negozio.

Detto ciò, comprendo anche che pagare 10 euro di biglietto (quando va bene) nell’attuale condizione economica generale, per vedere un solo film quando con lo stesso prezzo mediamente ci si paga l’abbonamento mensile a una piattaforma, può apparire una follia, ma almeno chi può dovrebbe continuare a farlo. Al contempo, mi aspetto che se pago 10 euro di biglietto io possa usufruire di comfort adeguati al prezzo, che spesso tuttavia non troviamo, ma ci si imbatte in fenomeni che “denunciai” molti anni fa in un simpatico articolo e che la pandemia ha senza dubbio esacerbato: la maleducazione della gente. Pagare cifre simili per dover poi discutere col vicino di posto perché, non più abituato alla sala, gioca con lo smartphone durante la visione o per esasperarsi per il continuo chiacchiericcio di fondo, è di certo inconcepibile. Ma ancora una volta la soluzione non può mai essere solo e soltanto eliminare il problema alla radice. È un po’ come vendere casa perché il tuo vicino fa rumore.

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Per di più, il discorso a cui alludevo all’inizio non credo costituisca mero populismo. Se ci sono dei registi che hanno guadagnato e cambiato la loro vita grazie al cinema, grazie agli incassi nelle sale, sono proprio i Fratelli Russo, che con i film del MCU hanno davvero sbancato il botteghino a più riprese.
Ora che il portafogli è pieno, sembra che tutto questo non gli interessi più, e in un rigurgito tremendamente radical chic il cinema, per loro, smette di essere un luogo sacro.

Per quanto riguarda il discorso sul cinema d’autore poi, mi metto davvero le mani nei capelli. “Il cinema d’autore ha ormai 50 anni”. E quindi? Proprio per questo va salvaguardato. Proprio perché siete cresciuti con un certo tipo di cinema, un cinema che ancora poteva essere etichettato come innovatore, originale, una vera e autentica forma d’arte, dovreste essere i primi a cercare di frapporvi fra questo e il cambiamento. Io riconosco di essere all’antica, e per quanto mi riguarda il progresso non rappresenta quasi mai un miglioramento, ma ragionando in modo distaccato e razionale credo comunque che il cambiamento fine a se stesso sia soltanto nocivo. Cosa significa “ostacolare il cambiamento”? E da quando cercare di difendere il cinema equivale a un impedimento per il successo delle piattaforme di streaming? Le due realtà non possono convivere? Anzi, siamo tutti contenti che queste piattaforme siano un modo per produrre e portare alla luce film che, in questo momento storico, nessuno si sognerebbe mai di produrre per il grande schermo, tuttavia questo appunto non significa “o uno o l’altro”.

Sembrerebbe tutto così facile da capire, ma evidentemente non per i fratelli Russo, che dopo aver prodotto e sceneggiato per Netflix un film mediocre come Tyler Rake – Extraction, tornano di nuovo sulla piattaforma della N rossa con The Gray Man, e probabilmente non hanno trovato un modo migliore per sponsorizzarlo.

Potranno sorgere migliaia di piattaforme di streaming, ma finché esisteranno le sale, checché ne dicano i Russo o chi per loro, guardare un film al cinema resterà sempre un momento sacro.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.