Dal musical alla musica come sogno: le serie tv e come hanno affrontato l’arte musicale

La musica come veicolo del racconto. Una possibilità concreta, che cinema e tv sperimentano, alternano, giostrano tentando di far suonare le giuste note e rimediarne, ogni volta, la melodia più adatta. Un’arte che nasce esterna alla narrazione per immagini, ma di cui è impossibile farne a meno fin ancora prima che le inquadrature e il loro contenuto potessero parlare.

Musica di accompagnamento al muto, musica come maestra d’orchestra che disegnava lei stessa linee e forme per le sperimentazioni dei primi anni del cinema, fino all’arrivo dell’introduzione diegetica della colonna sonora, parte integrante dell’audiovisivo e, da quel momento, mai più separata da film o serie televisive.

Oltre alla grande varietà di musical che la cinematografia internazionale da sempre ha saputo offrire, anche il piccolo schermo ha rimaneggiato sotto varie forme e aspetti il suo assetto musicale, declinandolo ogni volta nella forma che più si riteneva idonea alle idee di creatori e autori, e utilizzandola nella maniera più consona allo svolgimento del racconto visivo.

È così che la tv, contenitore inesauribile di possibilità, ha instaurato a propria volta un legame indissolubile e ogni volta differente con la musica, utilizzandola o come fine stesso della storia o strumento strutturale dell’operazione televisiva, permettendole di approcciarsi al genere e, su questo, costruire le dinamiche dei suoi protagonisti.

Le serie tv e il genere musical: Galavantgalavant

Primo metodo per far entrare la musica nella serialità televisiva è quello della funzione di canzoni e melodie come colonna portante del prodotto. Ma di musical televisivi scarseggia il piccolo schermo, poco propenso ad adottare la più classica delle forme cinematografiche e reiterarla nel corso di puntate e puntate.

È quanto accaduto a Galavant, dall’ideatore Dan Fogelman, che ha riempito la propria serie con ben più di una sola idea originale, unendo Medioevo e malizia, scorrettezza e classicità negli ambienti. Ma, soprattutto, il musical, genere usato per gli episodi della serie e vero traino dell’operazione guidata da Fogelman, in cui i personaggi mandavano avanti le proprie imprese cavalleresche e i loro amori alla dolce stil novo.

Peccato che l’iniziativa – e il coraggio – non hanno valso la fortuna di Galavant, che vede la propria cancellazione solo dopo ben due stagioni della serie, cominciata nel 2015 e conclusa, dunque, l’anno successivo. Critiche negative? No, nulla di simile ha influito nella cancellazione.

Galavant sembrava, infatti, aver ricevuto un grande plauso da un pubblico divertito dalla scrittura tagliente e musicata della serie, ma troppi pochi spettatori si erano approcciati alla storia dell’eroe alla ricerca costante del suo lieto fine, non facendo riscuotere alla serie quella notorietà che, probabilmente, avrebbe potuto salvare il regno.

Sopra e dietro il palcoscenico: la musica e il mondo dello show business

empire

C’è poi il mondo della musica a entrare prepotentemente nelle narrazioni televisive, occupandone largo spazio e ponendosi, come vere star, sotto la luce dei riflettori. A volte, però, la ribalta può non rivelarsi adatta a ogni aspirante icona musicale e nemmeno la fiducia autoriale può far niente per impedirlo.

The Get Down e Vynil, l’una creata da Buz Luhrmann e Stephen Adly Guirgis, l’altra niente meno che da Mick Jagger, Martin Scorsese, Rich Cohen e Terence Winter, hanno resistito, infatti, solamente per una stagione, rivelandosi una cocente delusione visto i nomi su cui, entrambe le serie, potevano contare.

Dove, però, una superstar fallisce, eccone pronta un’altra a prenderne il posto. Lo dimostrano le sei stagioni di Nashville e Empire, entrambe incentrate sullo show business discografico e ciò che significa costruire l’immagine di un’etichetta, di uno studio, di una punta di diamante che si faccia strada fino alla cima del panorama musicale. Forme di racconto più semplici, sorrette principalmente da intrecci sentimentali che drammatizzano le vicende, ma che hanno sempre la musica come filo conduttore principale, elemento senza il quale quelle emozioni, quelle relazioni e quei momenti di passione o tensione non ci sarebbero mai stati.

Stilemi che anche un’operazione come Mozart in the Jungle è riuscita, con raffinatezza maggiore, a fare propri, applicandoli però a una dimensione più circoscritta come quella del mondo dell’opera, dell’orchestra, tentando comunque una chiave accattivante con cui raccontarla.

La puntata speciale: il musical

scrubs

Ma, anche quando la tv non sceglie la musica come fondamento per la propria storia e le proprie linee guida, è comunque difficile resistere alla tentazione di lasciarsi contaminare da quest’ultima. Sono tantissimi, infatti, gli episodi musicali che, almeno una volta nel corso di una serie, hanno entusiasmato gli spettatori, totalmente spiazzati dalla declinazione in chiave musical che gli ideatori hanno concesso ai loro personaggi.

Momenti musicali che finiscono per rimanere incastonati nella storia della serie tv, reiterati nei ricordi e nella mente di fan e spettatori, che non dimenticheranno mai quella volta in cui Buffy – L’ammazzavampiri minacciava un demonio a colpi di passi di danza, né quando supereroi come The Flash o personaggi delle favole come quelli di C’era una volta si sono dedicati alla musica, pur non tralasciando il villain da cui sfuggire e scegliendo le note giuste per parlare d’amore.

Ma, tra tutte, sarà sempre l’episodio Il mio musical della sesta puntata della sesta stagione di Scrubs a conquistare per la sua limpidezza, l’ironia eppure la serietà con cui le caratteristiche del musical vengono affrontate. Dieci canzoni in ben ventiquattro minuti: la meraviglia di una puntata che affronta l’aneurisma di una paziente intrappolata, a causa del suo male, in un mondo tutto cantato, che ha regalato alcuni dei momenti più indimenticabili della storia del Sacro Cuore.

L’integrazione definitiva: da Saranno Famosi a Glee

musica serie tv

 

Tra tutte le pieghe che la musica e la serialità possono prendere, quella più forte e che più ha assicurato successo per il prodotto e la sua riuscita, è l’integrazione dell’arte musicale in quanto primaria aspirazione dei suoi protagonisti. Musica come parte della vita stessa, componente senza cui i personaggi non potrebbero sussistere e che, quindi, la rendono essenziale ai fini della serie.

È il caso di un classico della televisione come Saranno famosi, come le aspirazioni di un gruppo di giovani cantanti, attori, ballerini, che senza poter esprimersi attraverso le loro doti artistiche non potrebbero realizzarsi, non potrebbero comprendere fino in fondo se stessi e gli altri. Coreografie e atmosfera da musical nate dalla mente di Christopher Gore e che hanno abbracciato i dilemmi, le difficoltà della Generazione X, fino a toccarne i temi più delicati, non temendo lo scandalo, ma non abbandonando neanche mai il proprio sogno.

Anni dopo, con modalità differenti eppure sempre legate alla collettività di una scuola, di un gruppo e di un modo di esprimersi che passa per l’arte e, soprattutto, per la musica, è Glee a stravolgere le regole della serialità musicale e a rendere hit intramontabili e successi del momento parte integrante della narrazione di ogni singolo episodio.

Parlare non serviva più, era il canto, l’emozione di un testo musicale a restituire, diegeticamente e non, le sensazioni di una scena e di un momento. Fare parte del Glee Club ha avuto un significato, per i personaggi e per i fan, diventando la serie tv più rappresentativa sull’interazione tra vita e musica, non smettendo neanche un secondo di far cantare lo spettatore.

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