Analisi di un fenomeno di incredibile successo: La Casa di Carta

Prima del fenomeno Squid Game, c’è stato il fenomeno La Casa di Carta.
Per un lungo periodo, la serie spagnola ha conquistato Netflix e non solo, divenendo una delle serie TV più viste e amate di sempre. Un successo incredibile, di proporzioni così grandi che probabilmente nemmeno gli autori potevano immaginare al momento del rilascio dello show su Netflix.
La prima stagione arrivò, quasi nell’ombra, sulla piattaforma della N rossa alla fine del 2017.
Nel giro di pochi giorni lo share impennò raggiungendo picchi da record, diventando la serie più vista in paesi come Francia, Italia, Argentina e Brasile. Un po’ meno in Spagna, quasi paradossalmente, dove la serie debuttò poco prima su Antena 3.
Ora che La casa di carta si è conclusa, arrivata alla “quinta parte volume 2”, milioni di fan iniziano a soffrire della sindrome dell’abbandono per un prodotto che li ha accompagnati in questi quattro anni, per un totale di 41 episodi e l’attesa spasmodica tra una stagione e l’altra.

Analizzare il perché di un tale successo è al contempo semplice quanto complesso.
Senza dubbio in primo luogo va considerata la capacità dell’ideatore Alex Pina e del suo team, nel creare un prodotto ideale per una piattaforma come Netflix e per i suoi fruitori: ovvero l’esser perfettamente adatto al binge watching.

impatto casa di carta

Nel 2013 Netflix ha dato vita infatti a un nuovo modo di consumare serial televisivi, dove lo spettatore ha iniziato a poter scegliere tra contenuti ampi e diversi e soprattutto a poter guardare un episodio dopo l’altro, senza sosta e senza dover aspettare una settimana per le nuove puntate.
Un sistema assolutamente in linea con il mondo attuale, frenetico e schiavo del “tutto e subito”, un concetto che Netflix ha compreso e fatto chiave del suo successo.
Studi scientifici dimostrano una relazione significativa tra il binge-watching e le motivazioni compensatorie, dove il BW diventa un modo per fuggire dalla realtà ed evitare problemi o emozioni negative, ma come sia sia, è evidente che La Casa di Carta è un prodotto nato per questo.

Innanzitutto non ha un target specifico a livello anagrafico, attestandosi come una serie adatta agli adolescenti, come agli adulti, finanche alle famiglie. I contenuti, sebbene in parte forti, non sono mai splatter e il linguaggio è accessibile a chiunque.
Ma il vero punto di forza, quello che si concilia alla perfezione col più volte citato fenomeno del binge watching, è il ritmo frenetico, incalzante, che non ha mai tempi morti e non lascia allo spettatore il tempo di abituarsi a un plot twist e un avvenimento per incastrarne subito un altro. E se è vero che spesso i colpi di scena sono telefonati, la grande quantità di essi fa sì che lo spettatore glissi sulla banalità di alcune situazioni, completamente avvolto da un ritmo tsunamico.
“Una volta visto il primo capitolo dello spettacolo, ti ci perdi”, afferma Alvaro Morte, il Professore, in un’intervista sul Guardian, e i dati dello share si pongono a conferma delle sue tesi.

Un’altra delle chiavi del successo de La Casa di Carta è sicuramente il modo in cui si attiene ai canoni del cinema sulle rapine, ma ammorbidendo il concetto di perfect heist anglo-americano, molto freddo, quasi scientifico, per darci una versione latina fatta di passione, di sentimenti di ribellione e nazionalpopolari.

Per Alex Pina, lo show è radicato nelle fondamenta della letteratura spagnola: “Insorgere contro il sistema è sconsiderato e idealistico. È Don Chisciotte!”
Una filosofia “anti-sistema” che ci viene più volte ricordata dalla canzone presa in prestito dal Belpaese, Bella Ciao: un inno popolare di protesta scritto dai braccianti nell’Italia del XIX secolo e poi adottato dai partigiani antifascisti durante la seconda guerra mondiale, che peraltro è diventato ormai una hit, ispirando anche diverse cover, incluso un remix EDM di Steve Aoki.

Proprio per questi motivi in molti hanno tacciato lo show di essere estremamente populistico, macchiandosi però a loro di volta di una saccenteria insulsa che non considera quanto detto finora sul concetto di binge watching e sul fatto che, prima di essere un prodotto ormai di culto, di successo, di marketing – dal momento che la maschera dei Dalì si vende ovunque e la gente si tatua i personaggi dello show – è una serie TV, pertanto un prodotto di intrattenimento, di fuga dalla realtà e atto a far divertire la gente.

Ce lo ricorda ancora una volta Alex Pina, sottolineando sempre al Guardian come “Lo scetticismo verso i governi, le banche centrali, il sistema non sarebbe sufficiente come tema, se non fosse formulato all’interno di una narrazione divertente. Perché non mettere insieme questi due concetti?”.

E come ormai sappiamo, ha funzionato alla grandissima.
Aspettando i dati sulla quinta stagione, vi possiamo dire che circa 65 milioni di famiglie si sintonizzarono sulla quarta stagione subito dopo il suo rilascio. Praticamente uno stato fatto di fruitori de La Casa di Carta sarebbe il 23° paese più popoloso del mondo.

impatto casa di carta

Ma le motivazioni del successo non si fermano ai punti finora snocciolati.
Fondamentale era anche metter su una squadra di personaggi ben strutturata e in grado di funzionare sia come team che singolarmente.
L’idea della scomparsa dell’identità personale e quella di prendere in prestito un nome di città è fantastica e dona ai personaggi una veste quasi supereroistica. Dietro quelle tute rosse e quelle maschere di Dalì, ormai simbolo di proteste antisistemiche di ogni tipo in tutto il mondo, ci sono personaggi amati dal pubblico e coi quali ognuno di noi può identificarsi. Si può scegliere di essere più simili alla sensuale e imprevedibile Tokyo, al sentimentale Rio, a una versione da macho un po’ stereotipata come Denver, alla sensibile Stoccolma, al geniale Professore o chi ne ha, più ne metta.

Il fatto che gli attori dello show siano stati letteralmente avvolti dalla fama immediata lo testimoniano loro stessi, in alcune dichiarazioni. Ad esempio Ursula Corbero, alias Tokyo, ricorda con sbigottimento e piacere quando durante una festa per il capodanno 2017 in Uruguay venne circondata dai fan che iniziarono a dirle “Tokyo sei una dea, ti amo” e altri apprezzamenti del genere.
O ancora più divertente è un racconto di Pedro Alonso, alias Berlino, che mentre si trovava a Firenze ad ammirare la statua del David, si accorse che tutti gli altri nella Galleria stavano fissando lui invece del capolavoro di Michelangelo.

Ma il successo de La Casa di Carta apre anche ad altre questioni.
Diego Avalos
, direttore dei contenuti originali di Netflix, afferma che il trionfo di questo show “Solidifica il fatto che la grande narrazione può venire da qualsiasi paese. Non è più Hollywood a determinare quali storie possano funzionare nel mondo”.
In modo particolare, questo ha significato tantissimo per la Spagna, dal momento che molti altri serial iberici, come Elite, White Lines o il precedente Vis a Vis hanno registrato uno share impressionante dal 2018 in poi, facendo de La Casa di Carta, del suo ideatore, dei suoi attori ma in generale della Spagna una sorta di testimone di qualità, secondo il grande pubblico.

Un fenomeno simile a quello che sembra verificarsi al momento con Squid Game, astro nascente di Netflix e sulla cui scia luminosa ha inziato a brillare un altro prodotto sudcoreano, ovvero Hellbound, ma che permette soprattutto a questa nazione di ideare un remake de La Casa di Carta senza per questo suscitare particolare scetticismo.

Poi, come in tutte le cose che hanno successo e soprattutto come la sua cugina spagnola non mancheranno gli hater e i tanti critici che la affosseranno, anche a prescindere dalla qualità mostrata.
Perché una delle chiavi del successo de La Casa di Carta è stato anche questo, la capacità di piacere a tantissimi ma non a tutti, di avere molte pecche ma di saperle mascherare alla perfezione con tecniche d’illusionismo dettate da quel ritmo delirante e continuo che ha permesso allo show di entrare a gamba tesa nelle nostre vite, nel nostro quotidiano, diventando un prodotto mainstream che, piaccia o meno, ha fatto già la storia del piccolo schermo.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.