Da Get Out a Candyman, passando per Lovecraft Country: il cinema di Jordan Peele, regista, sceneggiatore e produttore fieramente afroamericano

Appena tre anni fa (nel 2017) Get Out di Jordan Peele sconvolse Hollywood e il mondo. Arrivò come fanno molti horror, confuso e eclissato dal suo genere ingombrante. Tra i tanti, infatti, il cinema dell’orrore costituisce di per sé una mezza garanzia in sala, data la platea di affezionatissimi che bene o male non manca quasi nessun appuntamento. L’horror è un rituale, e – anche quando è mediocre – riesce a portare a casa il suo risultato: un’oretta di brividi, disturbo e divertimento.

Jordan Peele, però, è riuscito dove altri autori negli ultimi anni si sono arenati: ha usato il genere come cavallo di Troia verso un pubblico mainstream per parlare di temi politici. L’effetto è stato strabiliante e prescinde persino la qualità della sua opera prima, arrivando a guadagnarsi diverse candidature agli Oscar di quell’anno (le prestigiose Miglior Film e Migliore Regia e Miglior Attore Protagonista) e vincendo il Premio come Migliore Sceneggiatura.

Jordan Peele cinema

Là dove l’Academy discute su un premio per il “cinema mainstream” dove buttare tutti quei film che spadroneggiano sul mercato, ma fanno storcere il naso alla critica, quello di Get Out è quasi un miracolo. Ma cosa rende il cinema di Jordan Peele così speciale e diverso dagli altri horror?

Jordan Peele e il Rinascimento del cinema Horror contemporaneo

Per non rischiare di fare discorsi inesatti, va specificato che Jordan Peele non è l’unico innovatore del cinema di genere degli ultimi anni. Accanto a lui, in una sorta di podio paritario osannato da pubblico e critica, anche Ari Aster e Robert Eggers. Tutti e tre si sono imposti nella storia del cinema con degli strepitosi esordi, che hanno fin da subito chiarito il loro stile e le loro intenzioni. Tutti e tre, inoltre, hanno replicato e consolidato il successo dell’opera prima con delle ottime opere seconde, che riprendono e superano le basi gettate nel debutto.

Tra tutti e tre, però, Peele è colui che ha scelto di dare priorità assoluta al contenuto e al messaggio, utilizzando una forma più tradizionale (almeno se paragonata all’estetica di Eggers e Aster). Il suo cavallo di battaglia è indubbiamente la denuncia delle condizioni in cui la comunità nera afroamericana ha vissuto e continua a vivere. E questo è chiarissimo in ogni prodotto che porta la sua firma. La rivendicazione della dignità del suo popolo è così forte in Get Out ha imposto questo autore come punto di riferimento per la comunità e ha dato uno slancio formidabile alla sua carriera. 

Jordan Peele come regista

Il successo di Peele si basa su pochi film (due portano la sua firma da regista), ma tutti estremamente ben calibrati. Insomma, questo cineasta newyorkese sembra avere una perfetta consapevolezza dei suoi mezzi e del valore che ha acquisito il suo personaggio. Apparentemente Jordan Peele ha consacrato la sua azione artistica al racconto della sue gente: questo significa fare arte militante che si intreccia al sociale, al politico. E lo fa attraverso gli istinti più oscuri, le paure più nascoste e la sublimazione più violenta che il cinema consente.

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Get Out: una metafora dello schiavismo

In Get Out seguivamo la disavventura di Chris Washington (Daniel Kaluuya) nel sobborgo più bianco d’America. Arrivato al seguito della sua fidanzata WASP Rose Armitage (Allison Williams), Chris scoprirà un disumano sistema di controllo e neutralizzazione della popolazione nera, brutalmente rapita e lobotomizzata. È abbastanza chiaro come Peele voglia denunciare secoli di abusi da parte dei bianchi sui neri, schiavizzati e sfruttati per la loro maggiore resistenza fisica. Al contrario, l’élite dei padroni è stanca, vecchia, debole e crudele.

Non solo lo schiavismo o, comunque, non solo lo schiavismo come fenomeno storicamente concluso: la denuncia di Peele si scaglia anche sull’appropriazione di parte della cultura nera, quella legata a manifestazioni musicali o sportive, dove gli idoli afro sono gestiti economicamente dai soliti magnati bianchi dello showbiz. 

Us: la guerra delle classi

Appena due anni dopo, Peele continua la sua riflessione nel suo secondo film da regista, Us. La traduzione ambivalente (“Noi“, come vuole la trasposizione italiana, ma anche United States), lancia il primo guanto di sfida, e Peele non fa sconti a nessuno. Anche questa volta i protagonisti sono degli afroamericani e, in particolare, Adelaide Thomas (Lupita Nyong’o) e la sua famiglia. La donna, da piccola, ha incontrato il suo doppio in una casa degli specchi in un Luna Park diroccato di Santa Cruz. Da quel momento, anche se la sua vita va avanti, si sente perseguitata da una presenza incombente,  la cui origine è misteriosa.

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Con US Jordan Peele fa un’acuta autocritica verso il sistema americano, in cui la divisione per classi non si basa più solo su criteri etnici, ma soprattutto sulla disparità economica e sociale. Infatti, questa volta i veri aguzzini sono i benestanti, coloro che possono permettersi una vita agiata e che reprimono chi sta sotto. Anzi, Peele radicalizza questa divisione e mette la classe più povera sotto terra, lontana dagli occhi e dai sensi di colpa.

Il cinema di Jordan Peele come produttore

Quando non è dietro alla macchina da presa, Jordan Peele continua a scegliere film con un messaggio forte e chiaro. Oltre a Keanu del 2016, dove è sceneggiatore, produttore e attore protagonista, Peele produce il bellissimo BlacKkKlansman di Spike Lee,nel 2018 (anche chi non ha visto il film può intuire con una rapida occhiata che si torna a parlare del razzismo contro la popolazione afroamericana). A differenza di artisti bianchi che si sono prodigati in film sul tema, Spike Lee e Jordan Peele affrontano le problematica in maniera, sì, differente, ma con un punto fermo in comune.

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In nessun caso c’è una narrazione pietistica del fenomeno, ma sempre una rivendicazione dell’intelligenza, della forza, della dignità dei personaggi neri. C’è il loro essere eroi in film scritti, diretti e prodotti da professionisti acuti, capaci e sensibili. C’è l’affermazione di un cinema black che ha valore al di là del suo essere sociale, rappresentativo, politico. Concetti che possono sembrare banali, ma che occorre ribadire in un’industria che tende ad appropriarsi delle minoranze in nome del politicamente corretto, mettendole sul palcoscenico fino a quando muovono il mercato. Un superamento artistico della Blaxploitation, insomma, con cui condivide in parte l’ispirazione ma che supera ampiamente per resa e diffusione.

Le nuove avventure horror di Jordan Peele

Dopo questa panoramica è ormai chiaro che quella di Jordan Peele è una delle voci più potenti della cultura black contemporanea. Difatti, il suo nome è associato a due importanti produzioni che costituiscono, per lui,  un ritorno al cinema horror.

Abbiamo il quasi imminente Candyman, remake dello slasher del 1992 diretto da Bernard Rose. Come nell’originale, Candyman ha come villain principale uno dei pochi “mostri” neri e – come nei film di Peele – anche lui ha una solida motivazione sociale alla base delle sue efferatezze. Sarà sicuramente un prodotto interessante, specialmente se inserito nell’attuale contesto artistico e produttivo, nonché sociale e politico.

La serie che dovete vedere: Lovecraft Country

A metà agosto, invece, il canale HBO ha diffuso la prima puntata della serie Lovecraft Country, tratto dal romanzo di Matt Ruff. Anche in questo caso la produzione esecutiva di Jordan Peele (insieme a J.J. Abrams) è un sigillo tematico: non stupisce di ritrovarlo in una storia che racconta di segregazione (siamo nell’America degli anni 50) e di orrore.

Rispetto agli altri film su cui Peele è intervenuto, Lovecraft Country gioca con uno dei mostri sacri del genere e ne riprende la mitologia. Allo stesso tempo, però, si preoccupa di valorizzare i protagonisti afroamericani come personaggi di grande valore e intelligenza. La vicenda personale del protagonista Atticus (Jonathan Majors) si lega, dunque, sia agli arcani disseminati da H. P. Lovecraft nelle profondità degli abissi e della provincia americana, sia agli orrori del razzismo e della supremazia bianca. Pur partendo da uno spunto narrativo non originale (un padre scomparso, un viaggio per scoprirne il mistero), la serie decolla immediatamente per tensione e colpi di scena disegnando un quadro sinistro dove sarà un piacere muoversi.

Non è un caso che Peele e il team creativo dietro alla serie abbiano voluto partire proprio da Lovecraft, uno scrittore cult per lo sci-fi horror, ma anche un teorico delle peggiori idee razziste. Provocatoriamente, la serie si apre proprio con la citazione: «Quando, tempo fa, gli dei crearono la Terra; l’Uomo fu modellato alla nascita sulla bella immagine di Giove. le bestie in minor parte furono poi disegnate; eppure erano troppo lontane dall’umanità. Per riempire la distanza, e ricongiungere il resto all’Uomo, gli ospiti dell’Olimpo architettarono un piano intelligente. Scolpirono una bestia in figura semi-umana, la riempirono di vizio, e chiamarono la cosa Negro.» 

Chissà come avrebbe reagito lo scrittore di Providence nel vedere degli afromericani come eroi indiscussi di una storia che porta il suo nome e si muove nella sua mitologia. 

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Con Lovecraft Country Peele si confronta con un nuovo formato, quello della serie, e con un universo narrativo intoccabile, vincendo entrambe le sfide. Un colpo ben riuscito per questo autore ambizioso, la cui tematica si incastra con tragica perfezione all’attuale quadro socio-politico americano. Prima del Black Lives Matter, ma in continuità con il fermento che ha portato ai disordini recenti, Jordan Peele ha fatto risuonare la sua riflessione. Si è unito a quel coro di autori afroamericani che con orgoglio rivendicano la loro storia dall’oppressione alla liberazione, fino all’emancipazione culturale. E, nell’unirsi a quel coro, ha immediatamente occupato un posto di primo piano. 

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