Netflix fa ancora una volta centro, con una serie d’animazione che rimarrà negli annali

Qualche mese fa Netflix lanciò a sorpresa il trailer di Love Death + Robots, e la mia reazione fu abbastanza scomposta – cosa rara – grazie a un montaggio pazzesco che faceva già intravedere l’eterogeneità che la serie antologica ha poi confermato alla sua uscita. Parlare di Love Death + Robots in modo univoco è un’impresa ardua, perché nonostante la supervisione del prodotto sia stata affidata a una sola persona, quel Tim Miller già regista di Deadpool, il risultato è evidentemente il frutto del lavoro di diverse teste, e probabilmente solo in questo modo è stato possibile raggiungere quella diversità di contenuti che già si poteva percepire dal primo trailer.

 

Love Death + Robots è composta da 18 episodi totalmente slegati l’uno dall’altro se non per l’evidente preferenza per il genere sci-fi. Ogni episodio è una storia a sé, autoconclusiva e dalla durata variabile, ma quello che più colpisce è l’estrema varietà tecnica e tematica che la serie mette sul piatto. Si passa dalla CGI ad un finto stop motion, passando per l’animazione più tradizionale. Quello che ci si trova davanti alla fine della visione è un enorme affresco che celebra l’animazione contemporanea, nobilitandone le possibilità espressive di fronte a chiunque pensi ancora che i cartoni animati sono cosa per bambini.

Questa manifesta maturità del linguaggio è veicolata dalla serie in due modi: il primo è strettamente tematico, e risulta ovvio già dal “18+” che troneggia sotto al titolo sull’homepage del servizio di streaming, mentre il secondo è puramente stilistico (non che le due cose non lavorino di concerto, chiaramente). Love Death + Robots non si vergogna a rappresentare esplicite scene di sesso e nudi integrali, così come non si vergogna a parlare di violenza e di guerra in modo crudo, senza lasciare assolutamente nulla all’immaginazione, e lo fa sempre grazie ad una realizzazione tecnica e a una direzione artistica di primo livello.

La forza dell’animazione è proprio questa in realtà, e lo è sempre stata, ovvero la possibilità di raccontare qualcosa in modo totalmente svincolato dalle catene della realtà, potendo adattare al tono e alla finalità del racconto una componente artistica il più aderente possibile, pescando senza limiti da quella che è la sola creatività degli autori. In questo modo in Love Death + Robots lo stile si adatta ai racconti, siano essi ironici o drammatici, con la grande disinvoltura che può avere soltanto un prodotto che non deve sottostare a nessun vincolo, neanche narrativo data la natura antologica.

All’interno dei 18 episodi c’è davvero di tutto, e sarebbe superfluo parlarvi di ognuno di questi anche perché, data la scarsa durata (dai 5 ai 17 minuti), fareste prima a vederli che a leggere di cosa trattano. Sarebbe più consono parlare di un nucleo tematico, se solo ce ne fosse uno effettivamente circoscrivibile.

L’altra forza di Love Death + Robots è proprio quella di riuscire a risultare una montagna russa, con una serie di storie imprevedibili e sempre nuove, che spesso hanno qualcosa da dire di concreto, come Buona caccia che in circa 15 minuti riesce a toccare questioni importanti, come lo sviluppo tecnologico o la questione del potere maschile sulla donna, passando per storie che in fondo parlano di poco ma riescono a rapire per uno stile visivo da lasciare a bocca aperta, come La testimone, dove troviamo una scena erotica di una potenza incredibile, per finire con episodi come Il dominio dello yogurt che tratta di una situazione di singolarità tutta particolare, con temi attuali nascosti sotto un tappeto di ironia surreale. In mezzo a queste perle, come è ovvio che sia, troviamo anche episodi un po’ sottotono rispetto agli altri, come Punto cieco, che veramente poco lasciano a fine proiezione.

È un problema di poco conto, dato che di episodi poco d’impatto ce ne sono veramente pochissimi, e soprattutto nonostante la sostanziale pochezza questi cortometraggi riescono comunque a farsi guardare con piacere, senza effettivamente mai annoiare. Il suggerimento che posso darvi quindi è di guardare tutta la serie nell’ordine in cui è proposta, perché la mancanza di un filo rosso che collega gli episodi non significa che questi, proprio nell’ordine proposto, non funzionino meglio nel loro voler essere un’altalena di racconti dal tono diverso.

Quello per cui possiamo ringraziare Netflix è certamente l’aver creduto in una serie di questo tipo, facendo un gran favore all’animazione adulta dando visibilità a un tipo di prodotto che molte volte passa inevitabilmente in sordina, spesso proprio per una percezione distorta delle potenzialità del mezzo: chiunque abbia visto Anomalisa non potrà che concordare che il film avrebbe meritato molto di più, in termini di successo.

Oltre a questi ringraziamenti da fan dell’animazione, è impossibile non constatare come Love Death + Robots sia un prodotto perfettamente riuscito, di cui non si può che volerne ancora e ancora, e in cui la vera delusione è solo il realizzare di essere giunti alla fine dell’ultimo episodio. Chiudete pure il browser, e andate a vedere di questo piccolo capolavoro d’animazione. Dell’importanza di amore, morte e robot ne riparleremo poi tra qualche anno, così come a volte oggi riparliamo di Animatrix.

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