La sottile arte del retelling, quando il come è più importante del cosa

Dalla Genesi allultimo libro del fisico e divulgatore scientifico Guido Tonelli, dal momento in cui il primo uomo ha aperto la bocca per raccontare una vicenda con un inizio, uno svolgimento e una fine, le storie hanno iniziato ad assomigliarsi.

Un concetto, quello degli archetipi narrativi, che serve a costruire best-seller, collocare sullo scaffale giusto della libreria i romanzi e facilitare il lavoro di marketing delle case editrici, ma non solo: grazie agli archetipi, ogni società ha i suoi esempi di grandi temi esistenziali, rimodernati e attualizzati per essere digeriti dal grande pubblico.

Ecco allora che non c’è da fare una colpa alla Disney per essersi appropriata dell’Amleto di Shakespeare, ambientandolo in Africa e sostituendo il famoso essere o non essere con un ancora più famoso (e più catchy come frase da stampare su maglie, tazze e cover per cellulari) hakuna matata; per molti di noi, ammettiamolo, il primo (e a volte unico) approccio con la tragedia del Bardo è avvenuto proprio grazie a Ivana Spagna, Timon e Pumbaa, e Zazu che canta ho tante noci di cocco splendide (e così sarà anche per nuove generazioni che cresceranno con il live action, perché non possiamo farci niente e anche se siamo tutti d’accordo sul fatto che il cartone del 1994 fa mangiare la polvere a Marco Mengoni in CGI, il riciclo dei classici della nostra infanzia fa parte del cerchio della vita).

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Del resto, anche Shakespeare, nello scrivere le vicende del principe di Danimarca, si rifà a una versione più antica dello storico medievale Saxo Grammaticus, e sempre del resto, come già detto, ogni lavoro creativo è per sua natura derivativo, un semplice adattamento in chiave moderna di temi ricorrenti e già utilizzati in passato.

Raccontare storie già conosciute – in una parola, retelling – è una tentazione a cui molti autori hanno ceduto nel corso della loro carriera, sfruttando l’universalità di storie come quelle della Bibbia, i poemi omerici, il succitato Shakespeare e tutto quel calderone di fiabe, miti e leggende che sono ormai entrati nella cultura popolare mondiale. Esistono anche progetti specifici, come la Canongate Myth Series, di cui fanno parte Il canto di Penelope di Margaret Atwood e Il buon Gesù e il cattivo Cristo di Philip Pullman, o la Hogart Shakespeare (anche qua fa la sua comparsa l’autrice de Il racconto dell’ancella, con Seme di strega, versione moderna de La tempesta).

E proprio di retelling parliamo oggi, a partire da due novità editoriali appena arrivate nelle nostre librerie, due romanzi molto diversi per tema, stile, pubblico, accomunati però dall’amore per le storie.

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Partiamo dalla fine, cioè dal penultimo libro della bibliografia dell’autore francese René Barjavel: il suo Il mago m., portato in Italia da L’orma Editore con traduzione di Anna Scalpelli, è stato pubblicato in Francia poco prima della scomparsa dell’autore, nel 1984, e può essere considerato il vero e proprio testamento letterario di Barjavel, famoso principalmente per le sue opere di fantascienza come Diluvio di fuoco (ritradotto da L’orma con il titolo originale di Sfacelo, in arrivo questo autunno) e Il viaggiatore imprudente, precursore del filone del paradosso temporale. Come sia finito un autore di fantascienza a parlare di singolar tenzoni e amor cortese è presto detto proprio con le parole dello stesso Barjavel, che vedeva la fantascienza come “una nuova letteratura che comprende tutti i generi, e soprattutto l’epica, terminata con il Ciclo Bretone,” del resto, sosteneva, “è sempre con l’epopea che comincia una letteratura”.

Il mago m. è un romanzo che mette in gioco le donne, i cavallier, l’armi e amori, ma soprattutto questi ultimi: l’amore puro di Merlino per Viviana e quello speculare della Dama del Lago per il grande incantatore, l’amore rancoroso di Morgana (ben lontana dalla versione della Bradley ne Le nebbie di Avalon) per suo fratello Artù, quello inarrestabile come le onde del mare che travolge Lancillotto e Ginevra. Supportato dall’enorme talento di Barjavel nel riassumere in poche frasi intere avventure del canone, senza perdersi nel labirinto di comprimari e side-quest, le quattrocento pagine di questa riscrittura si leggono con la stessa voracità a cui ci ha abituato il binge-watching delle serie tv. E proprio questo è il Ciclo Bretone per Barjavel: un brodo primordiale che mischia Adamo ed Eva a esilaranti riflessioni sul motivo per cui i draghi preferiscono le vergini, condito da vecchie bisbetiche che, con un tocco ucronico, si nutrono da una magica dispensa con barattoli di zuppa pronta e pesche sciroppate. Le avventure di Artù (in realtà figura a malapena accennata tra le pagine, forse poco interessante proprio per la sua incapacità di provare vero amore) si trasformano dunque in un ibrido che attinge nella forma alle sit-com, con episodi filler che contribuiscono a mantenere viva la leggenda dei cavalieri della Tavola Rotonda, e al mondo della fanfiction nella libertà di manipolare il materiale di partenza, raccontando una storia conosciuta, eppure sempre diversa.

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Le fanfiction ci servono proprio per introdurre la seconda novità editoriale di cui parleremo: si tratta di Ferryman – amore eterno, appena pubblicato da Fazi Editore nella collana LainYa, con traduzione di Donatella Rizzati. La scozzese Claire McFall, al suo esordio, trasforma il mito di Caronte in una love story adolescenziale delicata e riflessiva.

Dimenticatevi il Caron dimonio, con occhi di bragia, e preparatevi a conoscere Tristan, traghettatore di anime di professione dagli occhi azzurri e il cuore tenero: la McFall rielabora il mito scavando nei due grandi regni dell’ignoto: la morte e l’amore, riprendendo dalla mitologia greca quella capacità di sfumare la crudeltà dell’una nella bellezza dell’altra. Come Ade e Persefone, o Orfeo ed Euridice, Tristan e Dylan dovranno affrontare prove estreme e superare l’abbandono, per tentare di coronare il loro sogno. Ferryman, primo volume di una trilogia che diventerà a breve un film, si avvale di una narrazione dilatata, in un ambientazione onirica, a simbolizzare il processo di elaborazione del lutto e quel lento nascere di un primo amore. Così come il paesaggio intorno a Dylan reagisce al suo umore, i due giovani impareranno che il pensiero influisce sulle relazioni umane, soprattutto quando il cuore grida più forte del cervello.

Merlino e Tristan/Caronte, due figure così diverse, eppure così cristallizzate nell’immaginario collettivo, affrontano i loro sentimenti costantemente divisi tra volere e dovere, e se Tristan – essere immortale – si trova a lottare con la sua coscienza contro emozioni mai provate prima, per il mago abbandonarsi all’amore significherebbe sacrificare la missione di una vita, rinunciare ai propri poteri, perdere per sempre il miraggio del Sacro Graal.

Il mago m. e Ferryman – amore immortale sono storie che partono dal già conosciuto per affrontare temi sempre attuali – l’amore, l’onore, il dovere – con spirito nuovo. E se non ci siamo ancora stancati del retelling, il motivo è proprio questo: raccontare sempre le stesse storie, è il modo migliore per scoprire qualcosa di nuovo ogni volta.

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