Da Il cacciatore a Il diavolo veste Prada: tutti i particolari che rendono Meryl Streep divina

Meryl Streep è la più grande attrice vivente. Lo è da decenni, lo è nella nostra era contemporanea, lo sarà per il cinema che arriverà nel futuro. Non c’è trucco, non c’è inganno, solo un talento smisurato, una dedizione all’arte della recitazione che poche altre grandi star hanno avuto l’abilità di applicare e che ha reso nel tempo l’interprete americana un’icona immortale, indiscussa.

Difficile da poter escludere dall’elenco delle personalità più influenti della storia del cinema e di cui, per quanto la ripetitività del doverne elogiare la maestria – vedi solo la reiterazione delle nomination e dei Premi Oscar – possa sembrare ormai una prassi più amministrativa che attinente, si riflette ogni volta nelle performance della Streep, lasciandoci continuamente ammaliati.

È stata la scrittura di ottimi ruoli ad aver contribuito alla realizzazione di una carriera di rilievo per Meryl Streep, film che hanno contribuito a costellare di titoli imprescindibili la filmografia dell’attrice, in una fortunata combinazione di qualità della pellicola e incredibile interpretazione della sua protagonista.

Ma, nonostante la maestosità di Meryl Streep, nonostante la magniloquenza che è sempre riuscita a trasportare nei propri caratteri, a farne la diva più amata dell’impero hollywoodiano è stato il suo lavoro con minuzia di particolari. Il dettaglio di un’espressione, uno sguardo lanciato nel silenzio di una scena. Un gesto, uno solo, che ci ha fatto capire che, di esseri divini come lei, ne abbiamo avuti, ne abbiamo e ne avremo pochi.

Meryl Streep e gli inizi

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Finezze di un’attrice che non si avvale di un metodo recitativo, ma lo possiede, lo fa proprio, lo maneggia come se entrasse a far parte del proprio essere e lo tramutasse nei tic, nelle peculiarità, nei requisiti individuali del ruolo. Uno strato di grandiosità che ci farà sempre percepire l’attrice dietro al personaggio, ma che ci permette anche di ammirarne il lavoro sulla rappresentazione, sul rendere ogni figura interpretata unica, irripetibile e reale proprio grazie ai suoi personali elementi distintivi.

Già dalle prime parti della sua carriera, sono state le sottigliezze a fare della Streep un’attrice versatile e attenta alle emotività dei suoi personaggi. Come ne Il cacciatore, secondo film per l’interprete, che nel 1978 l’ha vista accanto a icone già incontrastabili della New Hollywood, giunta quasi alla sua fine. Nel ritorno del personaggio di Mike del protagonista Robert De Niro, è il sollievo misto a gioia innocente quello che la Streep riporta nella sua Linda.

Il sincero affetto, palesato nell’abbraccio con Mike e che, presa coscienza della rinnovata presenza dell’uomo, si tramuta piano piano nel ricordo di Nick, colui che le aveva chiesto di sposarla, colui che non è tornato, che è rimasto in Vietnam. Un pensiero fugace che annulla quella felicità momentanea e, nel giro di un’unica scena, mostra il passaggio naturale dei sentimenti di Linda.

Una sola domanda, una frase che spinge l’attrice a cambiare il proprio atteggiamento e che mostra la spontaneità nell’arte interpretativa della Streep, che soltanto l’anno seguente, muta e riesce a conquistare il pubblico per la sua austerità stilosa in Manhattan, anche se solo per un piccolo ruolo.

Nella parte della seconda ex moglie del protagonista Woody Allen, è la sua sola camminata a conquistarci per l’eleganza contenuta di una newyorkese alle prese con il libro sul suo disastroso matrimonio. Uno sguardo fiero, leggermente sprezzante verso l’ex marito, ma con una scintilla che viene arricchita dal vento che le fa svolazzare i capelli. Una passerella di una manciata di minuti, ma che racchiude in sé l’intero spirito di un personaggio.

Quel primo Premio Oscar…

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Una moglie del tutto differente da quella che, nello stesso anno, rivestirà in Kramer contro Kramer del 1979. Diretta da Robert Benton e accanto a Dustin Hoffman, la Streep è una donna e madre confusa, che incanala in sé il disagio di una vita matrimoniale opprimente. Una donna totalmente persa, spaesata, pronta a lasciare la propria casa e, con questa e il marito, anche suo figlio, il suo piccolo bambino.

Dai nervi in tensione della scena in cui Joanna sceglie di andarsene, si passa più tardi al processo per la custodia del minore, in cui Meryl Streep strazia per la compostezza di una donna che sente le lacrime pronte a scenderle lungo il proprio volto. Trattenuta, impostata, la Streep cerca la dignità di un genitore che ha lasciato il proprio figlio, ma non vuole essere ricordata solamente per questo, portata fino a quella chiosa finale, a quell’ultima battuta: “Io sono sua madre. Io sono sua madre”. La voce spezzata, un singhiozzo trattenuto. Il primo Oscar come miglior attrice non protagonista.

Ma di occasioni per innamorarsi del suo talento, la diva ne ha fatto un’abitudine. Un tempio di piccole attenzioni per i suoi personaggi, che le hanno reso enormi riconoscimenti e l’apprezzamento del pubblico. Dagli occhi spalancati dal terrore del dover decidere tra uno dei suoi bambini in La scelta di Sophie – secondo Oscar, stavolta come Migliore attrice -, all’abbandono totale ne La mia Africa a un Robert Redford che le sciacqua i capelli, mentre dell’attrice non rimane che il respiro, sensuale e, finalmente, pronto ad aprirsi a quelle terre ostili.

Una qualità interpretativa di cui, però, la Streep non ha voluto privare tutto un filone comico, che ha saputo trarre dall’attrice la sua verve indiscutibile, versatile e pronta ad avventurarsi in meandri inaspettati.

Dal dramma alla commedia: tutte le facce di Meryl Streep

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È il caso di La morte ti fa bella, dove la spocchia della bellezza si impadronisce del personaggio di Madeline e trasforma il portamento di Meryl Streep, accecata dall’estetica, dal lusso, diventata altezzosa nella camminata e in quel mento sempre rivolto all’insù. O del musical del 2008 Mamma mia!, con l’allegria di vederla scatenarsi sulle note degli Abba, di cui rimarrà impressa nella mente quella sequenza sul ponte, ballando irrefrenabilmente Dancing Queen.

È dal tuffo nelle acque greche che della Streep cogliamo l’indipendenza del personaggio di Donna, il suo brio che ha contagiato le sue amicizie e che la madre ha trasmesso alla propria figlia, prossima al matrimonio. E poi ancora nel biopic, tra commedia e dramma, Florence, dove è l’animo infantile della protagonista appassionata d’opera a lasciare quel sorriso sulle labbra dello spettatore, presto sfumato dall’incompetenza e l’ingenuità cieca di una donna dietro cui si nasconde, in verità, una bambina.

Perché dagli inizi fin negli ultimi anni, Meryl Streep non ha sbagliato un solo ruolo nella sua filmografia, nonostante il successo o meno delle pellicole. Senza alcun dubbio. L’unico, semmai, che ha punteggiato la sua carriera è stato quello infimo e radicato nel personaggio della sorella Beauvier nella pellicola del 2008 di John Patrick Shanley e che, nella scena finale del film, insieme a Amy Adams, le contrae lievemente il viso, accentuandone le rughe.

È l’inflessibilità che per tutto Il dubbio la Streep mantiene, ma che, proprio alla fine dell’opera, distrugge internamente ogni convinzione. È la fede quella che vediamo scivolare nel pianto improvviso del personaggio della suora Aloysius Beauvier, e che fa giungere allo spettatore quelle impercettibili doti che rendono una buona interpretazione qualcosa di sublime.

Tutte le icone di una carriera

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È per il suo terzo Oscar che Meryl Streep viene trasformata nella britannica Margaret Thatcher, quel trucco pesante, pesantissimo che le ricopre il volto, quella capigliatura che parrebbe imbalsamata, a richiamare quella della prima donna a diventare Primo Ministro del Regno Unito. Qui, a colpire il pubblico della performance dell’attrice in The Iron Lady, non è solo la dicotomia che sviscera la diversa identità del personaggio, diviso tra pubblico e privato, ma la sola presenza scenica che la protagonista ricopre.

Quello sguardo sempre puntato verso il proprio obiettivo, mai ostacolato, anche quando tutto sembra remare contro. L’intransigenza di una donna che l’attrice fa trasparire tutta attraverso la sola presenza nello spazio, il cui contributo del trucco (premio Oscar) e dei costumi ne esaltano un’interpretazione già eccelsa.

E se in The Iron Lady basta la sola presenza della Margaret Thatcher della Streep, ne Il diavolo veste Prada è addirittura lo sguardo l’unico veicolo di cui l’attrice ha bisogno. Fermo, penetrante. Giudicante nella misura in cui il mondo della moda deve vagliare il miglior capo.

Miranda Priestly è tutta nell’occhiata – e nelle reiterazioni di questa – che la direttrice di Runway lancia alla seconda assistente Andrea, la co-protagonista Anne Hathaway, penetranti nel analizzare il buongusto di una persona e non mancando di sottolinearne la mancanza.

Quando una sola parola, ha cambiato tutto

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Questi e molti altri i momenti che ci hanno lasciati folgorati. Questi e tanti altri piccoli gesti, cambi sottili e sottolineature mai, però, marcate, che ci hanno permesso di entrare in contatto con i personaggi di questa attrice.

Un’interprete a cui basta una parola, una sola, anche isolata, per mutare rotta del film e vestire qualsiasi pelle la parte decida di farle indossare. Ed è una parolina specifica a cambiare, all’interno della stessa sequenza, l’attitudine del personaggio di Katharine Graham nel The Post di Steven Spielberg del 2017.

Un “Tuttavia…” che altera l’atteggiamento remissivo della proprietaria del giornale americano, che da spaurita e indecisa donna al potere la tramuta in imprenditrice tenace, risoluta, sufficiente a se stessa senza dover tener conto di sciacalli e approfittatori, modificando da quel momento in poi la propria natura e come rivestendo, fino alla fine, un nuovo ruolo.

Un nuovo ruolo che, però, ci ricorda tutte le volte che abbiamo amato Meryl Streep. Cosa impossibile da non poter fare, ogni singola volta.

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