Il decennio che sta per concludersi è stato attraversato da fenomeni culturali di differente tipo che proprio nella musica hanno visto, spesso, la loro culla. Abbiamo selezionato i dieci migliori album che hanno saputo esprimere questo concetto.

Come ogni dicembre, è tempo di bilanci. Quest’anno, però, non si tratta solo di bilanci annuali ma addirittura decennali. Esattamente come abbiamo già fatto per cinema, serie TV, anime e videogiochi, quindi, vi presentiamo una lista – in ordine cronologico – dei migliori album usciti tra il 2010 e il 2019. Un elenco che speriamo possa rendere giustizia al denso panorama culturale che si è sviluppato in questi anni, ad un quadro sociale complesso e articolato del quale la musica si è fatto portavoce in diverse occasioni, dal black lives matter ai diritti per le persone transessuali.

Godspeed You! Black Emperor – Allelujah! Don’t Bend! Ascend! (2012)

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Tra tutti i generi che in questo decennio sono sfumati, fino a quasi scomparire, troviamo sicuramente il post-rock. Per chi non li conoscesse, i Godspeed You! Black Emperor, sono allo stesso tempo tra le più misteriose e influenti band del post-rock di inizio anni 2000.  Un genere, come già detto, ormai poco rilevante all’interno del panorama musicale attuale, ma se si deve a scegliere tra i dischi più interessanti del decennio, Allelujah! Don’t Bend! Ascend non può assolutamente mancare. La struttura dei brani dei GY!BE è spesso di lunghe composizioni musicali alternate da altrettanti lunghi interludi.

Allelujah non è diverso, essendo composto da solamente quattro tracce nonostante la durata complessiva di quasi un’ora. L’apertura del disco è una delle esperienze musicali più sconvolgenti del decennio, con un comparto ritmico al limite psichedelico. Come solito del post-rock, alle numerose chitarre della band vengono accompagnati elementi della musica classica come il violino e strumenti più etnici come dulcimer, ghironde e kemenche. Il tutto congruente all’armonia del disco che si pone a chi ascolta quasi come una cavalcata che lascia senza fiato.

Sharif Meghdoud

Daft Punk – Random Access Memories (2013)

L’apertura di questo album è emblematica del significato stesso che ha l’intero progetto sia nella carriera del duo francese che nell’intero panorama musicale, elettronico e non, del 2013 e degli anni precedenti e successivi. “Give life back to music” recita la voce robotica tipica dei Daft Punk all’inizio del disco, e non è un caso che questo avvenga in seguito a un intro principalmente suonata con strumenti analogici. A distanza di otto anni da Human After All, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Nomen Cristo hanno voluto portare la loro musica e in generale tutta la dance ai primordi, alle origini dove tutto ebbe inizio.

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Un ritorno all’umanità, al calore e al ritmo nel suo stato più embrionale ma con la consapevolezza delle tecnologie e del digitale. Un album obliquo che mescola vecchio e nuovo, portando nello stesso luogo disco music e pop moderno. Un lavoro che fornisce l’esperienza dei due più influenti produttori musicali contemporanei per recuperare la base che ha avviato tutto facendola incontrare con l’oggi; portando sullo stesso piano Giorgio Moroder e Pharrell WilliamsRandom Access Memories è la summa di tutta la ricerca sul ritmo compiuta dai due, che dopo lo splendido omaggio che è stato Discovery si proiettano loro stessi nell’olimpo della musica da ballo.

– Luca Parri 

Kanye West – Yeezus (2013)

Prima che Kanye West iniziasse il suo percorso religioso, nel 2013 si circondò di produttori tra i più talentuosi per comporre il suo disco più arrogante e interessante dell’intera discografia. Yeezus è infatti una enorme auto celebrazione incredibilmente profonda nella sua struttura musicale. Tra i produttori sopracitati compaiono infatti artisti come Daft Punk, Arca e Gesaffelstein, che donano all’album dei toni che variano dall’industrial alla techno, senza abbandonare però la natura strettamente hip hop del rapper statunitense.

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Ad un primo superficiale ascolto, Yeezus può dare l’impressione di essere una divertente barzelletta, ma un’analisi più approfondita mostra come il delirio di onnipotenza di West non sia altro che un pretesto per parlare del mito del divo in relazione al proprio retaggio culturale afroamericano. I due brani consecutivi I Am a God e New Slaves sono gli esempi perfetti della contraddizione tra l’adorazione della musica hip hop e la propria origine storica culturale, in modo non dissimile dal singolo capolavoro This is America di Childish Gambino, canzone ormai diventata cult degli anni ’10.

– Sharif Meghdoud

Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly (2015)

Un reportage sonoro della condizione afroamericana contemporanea potentissimo e lungimirante, e non è un caso che il suo autore – Kendrick Lamar – sia stato il primo artista non di musica jazz e folk a ricevere nel 2018 un premio Pulitzer per il suo album DAMN. Ancora più del suo successore, però, To Pimp a Butterfly è un lavoro di narrazione in musica vivido e ambizioso. Un collage di immagini, parole e suoni che ripercorre tutta la storia dei neri in america (specialmente a livello musicale), dandone il grande valore e risalto che merita.

Un lavoro, questo, che è così importante per il nostro tempo da essere diventato tra i moltissimi riferimenti culturali che hanno portato alla concretizzazione del movimento politico Black Lives Matter. Un manifesto ideologico che Kendrick Lamar ha scritto per tutti quelli che si vedono confinati in una situazione di svantaggio perché non hanno il privilegio di essere bianchi. Un urlo verso un’America che sta dimenticandosi di una fetta di popolazione troppo grande, allontanandola e impoverendola sempre di più.

– Luca Parri

David Bowie – Blackstar (2016)

Un testamento, una premonizione, un presagio o una profezia. Questi sono soltanto alcuni dei modi per descrivere Blackstar, ultimo lavoro di David Bowie pubblicato tre giorni prima della sua dipartita. Un lascito che avrebbe potuto tranquillamente essere attinente a ciò che il duca bianco ha scolpito nella storia della musica in oltre cinquant’anni di carriera ma che, invece, pesca a piene mani dalla musica più recente di artisti decisamente più giovani di lui.

Bowie si è ispirato ai lavori di Death Grips Kendrick Lamar per realizzare il suo ultimo contributo all’arte e alla cultura. Una lettera di addio scura e commovente in cui il cantante prende coscienza della fine del suo tempo, sia biologico che artistico, con la speranza di lasciare questo mondo nelle mani di persone che sapranno custodirlo come lui avrebbe voluto e potuto. Una responsabilità enorme per le persone a cui si rivolge ma anche un’ammissione di umiltà gigantesca da parte di David Bowie, che si rende disponibile a farsi ispirare da coloro i quali che con tutta probabilità senza la sua musica neanche sarebbero esistiti.

– Luca Parri

Solange – A Seat at the Table (2016)

Solange è spesso meglio nota per essere la sorella minore dell’attuale regina indiscussa del pop, Beyoncé. Nel 2016 però le cose cambiano e l’uscita A Seat at the Table fa raggiungere a Solange la vetta di tutte le classifiche. Il disco è forse l’esempio migliore per quando si parla contemporary r&b, genere consumato e ferito a morte alla fine degli anni 2000 da Timbaland e Justin Timberlake.

Il decennio appena passato è stato infatti caratterizzato dal ritorno del genere in una forma più intima e personale, come Blonde di Frank Ocean (honorable mention che non è riuscito a entrare all’interno della nostra classifica) e l’ascesa di cantanti come Kelsey Lu, Kali Uchis o Jorja Smith. L’album di Solange è di fatto una confessione musicale, dove la formazione culturale del soul e del funk confluiscono in un’opera simbolo del retaggio afroamericano, affrontando l’importante tema del ruolo nella società della donna di colore (argomento caro anche alla sorella e base per il disco Lemonade).

– Sharif Meghdoud

Arca – Arca (2017)

Sicuramente una delle migliori sound designer del decennio è Alejandra Ghersi, in arte Arca. Il self-titled album rilasciato nel 2017 è la summa poetica dell’artista, qui per la prima volta nel ruolo anche di cantante. La produttrice venezuelana concentra temi tra cui l’ossessione, la sessualità e il proprio manifestarsi non-binary attraverso un’articolata sperimentazione dell’elettronica.

L’impronta più orchestrale e armonica distingue il disco da precedenti altre opere di Arca, ma la più concisa armonia musicale è anche un modo dell’artista di aprirsi per la prima volta ad un pubblico più ampio, anche grazie ai numerosi videoclip e singoli rilasciati prima della pubblicazione dell’album. Arca per il momento è la punta di diamante dell’elettronica d’avanguardia, notata tra gli altri da Kanye West per la produzione del sopracitato Yeezus e da Bjork, dove nell’ultimo disco della cantante islandese viene accreditata come collaboratrice di tutte le tracce.

Fever Ray – Plunge (2017)

La glaciale ed eterea voce di Karin Dreijer Andersson, che in molti abbiamo potuto amare nei The Knife, nelle collaborazioni con i Royksopp e nel precedente album del progetto Fever Ray (che contiene la sigla della serie TV Vikings), esplode e scardina i suoi stessi limiti in questo disco. Un tuffo, come suggerisce il titolo, nella femminilità più estrema, erotica e violenta.

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Fever Ray torna sui terreni dell’industrial e dell’elettronica contaminata dal folk e dal black metal scandinavo ma in modo decisamente meno sognante e delicato di quanto fatto in precedenza. Qui la cantante preferisce un approccio più acido e irrequieto, rabbioso e in cerca della rivincita di una donna che è quella di tutte le donne. Sensuale e arrabbiato, questo album è un tassello fondamentale nella sfera del femminismo militante contemporaneo. Il sesso è un’arma politica, che tutte quante le persone devono utilizzare come strumento di coscienza individuale e collettiva.

– Luca Parri

Sophie – Oil of Every Pearl’s Un-Insides (2018)

Fra le produttrici e i produttori più influenti del momento, il nome di SOPHIE è sicuramente quello più intrigante. Salita alla ribalta nel 2014 con i suoi primi singoli, la produttrice e disc jockey britannica pubblica il suo primo disco, Oil of Every Pearl’s Un-Insides, nell’estate del 2018.

L’album è un incalzante viaggio all’interno della bubblegum music e l’elettronica più sperimentale, fatta di campionamenti e bassi tra i più unici e identificativi del decennio. Attraverso l’alternanza tra ballate come It’s Okay to Cry e violente club track come Ponyboy, il disco è un excursus nel mondo LGBTQ visto dall’ottica della club music. La transessualità dell’artista è infatti esplicata dalla scaletta musicale, che racconta quasi una storia di trasformazione fisica attraverso l’utilizzo di intricati componimenti.

Indicativo di questo è il brano Faceshopping, singolo che all’epoca fu accompagnato da un disturbante videoclip in grafica 3D dove il viso dell’artista veniva malleato in tutti i modi possibili e immaginari.
Oil of Every Pearl’s Un-Insides è un manifesto di evoluzione sonora, dove la musica viene plasmata, smontata e re assemblata in un genere completamente nuovo.

– Sharif Meghdoud

FKA Twigs – Magdalene 

Tahliah Debrett Barnett, vero nome di FKA Twigs, è senza dubbio uno dei simboli più esemplificativi di quello che sono stati a livello visivo e musicali i dieci anni ormai trascorsi. Già dal suo primo album completo, chiamato molto eloquentemente LP1, era chiaro a chiunque che la musicista, cantante e ballerina londinese avesse le carte in regola per rappresentare e portare avanti una nuova scuola di soul contaminato, sperimentale ed elettronico. Con Magdalene questa bandiera è ancora di più salda nelle sue mani.

migliori album decennio

 

Si tratta di un disco malinconico e triste senza mai essere melenso, che parla agli ex-amanti che la cantante ha avuto (nello specifico gli attori Robert Pattinson Shia Lebouf) comunicando loro il vuoto che hanno lasciato. Un album interamente prodotto dalla stessa FKA Twigs insieme a Nicholass Jaar, Skrillex e Benny Blanco che contiene una complessità compositiva e lirica disarmanti; meritando di diritto un posto tra i migliori del decennio anche se arrivato in coda a esso. La presa di coscienza della fine degli amori è trattata in tutti i suoi stadi: dal rifiuto all’accettazione, dalla rabbia alla violenta ricerca di vendetta.

– Luca Parri

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