Tra body neutrality e body positivity: il cambiamento delle eroine è in atto. E questo ha un impatto importante sui lettori di ogni genere

Siamo in un periodo estremamente interessante per quel che riguarda la rappresentazione umana nei media. Dopo secoli passati con una visione abbastanza univoca della bellezza, da qualche anno sta diventando piuttosto frequente il dibattito sulla diversità. Che si tratti di peculiarità etniche, o di forma fisica, siamo sempre più abituati come spettatori a rapportarci con un canone estetico più ampio. Certo, gli stereotipi tendono ad allargarsi ma difficilmente a infrangersi, motivo per cui ogni passo in avanti è accompagnato da una incerta danza sul posto. In termini pratici questo si traduce in personaggi magari non caucasici, ma comunque annoverabili in criteri estetici abbastanza limitati: atletici, curati e sessualmente desiderabili. Che dire? La strada è lunga, ma perlomeno si muove qualcosa.

Body positivity e body neutrality

Questo lento e faticoso processo è accompagnato da due concetti, che in parte si contraddicono, in parte si accompagnano nel rifiuto del canone unico. Da un lato abbiamo il movimento body positive, che afferma che tutti i corpi sono belli. Promosso da attivisti e attiviste e da influencer, diffonde immagini di corpi non convenzionali fieri di come appaiono. Corpi grassi, bassi, con caratteristiche fisiche proprie di un’etnia particolare (come i capelli afro, per fare un esempio) sono finalmente al centro di una rappresentazione trionfante, che esce dagli account privati e sbarca sulle passerelle di alta moda segnando importanti conquiste culturali. Di contro, la pressione dell’amarsi a tutti i costi e le implicazioni commerciali, fanno della body positivity un concetto non esente da critiche.

Elaborata in ambito psicologico, ma poi diffuso come concetto generale, la body neutrality sposta l’attenzione dal corpo per riportarla sull’essere umano nella sua totalità. In poche parole afferma che non tutti i corpi sono belli, ma tutti i corpi sono degni di rispetto. Analogamente, tutti i corpi hanno diritto alla rappresentazione ma nel giudizio sarebbe meglio soffermarsi sull’interezza della persona di cui si parla, e non solo sul suo aspetto.

Qualunque approccio decidiate di adottare, sappiate che il mondo del fumetto si è posto questi importanti interrogativi e ci sono almeno un paio di personaggi che ne impersonano le risposte. Ma facciamo una piccola premessa.

Il corpo nel fumetto: eroi e lettori

Per una parte di mondo che si è sempre vista rappresentata nelle vesti di eroi ed eroine non è sempre semplice percepire l’importanza di questa rivoluzione estetica. Quando i più o meno azzeccati colour-blind casting sono annunciati sui media si capisce che una gran parte del dibattito interno alle produzioni è stato mal comunicato al pubblico. Sembra quasi un contentino – e probabilmente per le major dell’intrattenimento lo è – ma ha un impatto importante in un gruppo sempre più importante di spettatori che vogliono finalmente vedere qualcuno che gli assomigli nella parte del protagonista. Purtroppo non sempre le buone intenzioni sono unite alla qualità del prodotto, con esiti che a volte sono difficili da giustificare. Quello che vale a livello cinematografico, naturalmente vale anche per il fumetto.

Sin dall’inizio, i lettori di fumetti si sono confrontati con uomini e donne dai corpi perfetti. Certamente un corpo allenato è narrativamente coerente con l’attività di super eroe, tuttavia è indiscutibile che gran parte della loro storia i personaggi abbiano avuto un aspetto ipersessualizzato. Valido per gli uomini, ma soprattutto per le donne, i loro costumi sembravano pensati in primo luogo per sedurre, anche quando poco funzionali a missioni decisamente più ambiziose. Fu Grant Morrison in E come Extinzione a verbalizzare questa “arroganza fisica” dell’homo superior. Per chi non lo sapesse, questo è il nome “scientifico” degli X-Men che appartengono a uno stadio evolutivo successivo (e migliore) rispetto al povero homo sapiens sapiens. Ma la domanda resta sempre quella: quante sono le espressioni del bello?

Perché l’evoluzione dovrebbe essere per pochi, per un’élite genetica tronfia e avvolta nelle sue tute aderenti?” (Grant Morrison – E come Extinzione)

Il corpo e il fumetto: la rivoluzione di Kamala Khan

2014. New Jersey. Una ragazzina di origine pakistana scopre di avere il super potere di mutaforma. Grande fan degli Avengers e – in particolare – di Captain Marvel, compie la sua prima, improvvisata missione sotto le spoglie bionde e slanciate dell’eroina. Disegnato da Adrian Alphona e scritta da G. Willow Wilson, l’esordio di questa nuova incarnazione di Miss Marvel ha diversi spunti su cui vale la pena riflettere. Impacciata nelle vesti di eroina, Kamala si interroga su quello che dovrebbe essere il suo aspetto, o – meglio – su quale immagine gli altri si aspettano da lei. Ingenuamente, un poliziotto le risponde: “Alta, bionda e con grandi poteri“.

Per un’adolescente, per di più di una minoranza culturale, l’idea di dover essere qualcun’altra per essere migliore è pericolosamente vicina. Sarà proprio la possibilità di essere chiunque Kamala voglia (anche la bionda, alta Capitan Marvel) e condurla verso la decisione di affermarsi per quella che è. D’altra parte il significato stesso del suo nome in arabo suggerisce l’idea di perfezione: così, la giovane protagonista capirà che i poteri sono un’occasione per diventare la versione migliore di sé, e non qualcun altro. Sicuramente una grande riflessione, importante proprio perché pronunciata da una donna e da un’adolescente: due categorie umane che da sempre si confrontano con le opprimenti aspettative esterne.

Questo fa di Kamala Khan – Miss Marvel uno dei personaggi della nuova generazione Marvel più rilevanti, culturalmente parlando. Non a caso, la copertina del numero uno è stata affidata a Sara Pichelli, la mano creatrice dietro l’altrettanto rivoluzionario Miles Morales.

Faith: un corpo eroico non convenzionale

Creata da Jim Shooter e da David Lapham, Faith ha fatto parlare di sé sin dalle sue prime apparizioni. Se vogliamo metterla sul piano della body positivity la sua prerogativa è vestire una taglia “non conforme”, almeno per quel che riguarda i costumi da super eroi. In realtà i poteri di Faith sono ben altri: oltre al volo, è in grado di creare campi di forza e di usare la sua energia psichica per spostare gli oggetti o intervenire nei meccanismi interni (di una porta, per esempio, o di una macchina).

Come molti super eroi, è orfana di madre e di padre e cresce con sua nonna sviluppando nell’adolescenza una certa propensione per la cultura nerd (e per Joss Whedon – ecco questo dettaglio non è invecchiato benissimo). Il personaggio fa il suo esordio nel ’92, nel primo numero di Harbinger e guadagna una testata tutta sua nel 2019, con l’esordio Dreamside, disegnato da Mj Kim e scritto da Jody Houser. Sin dalle prime pagine si capisce che Faith è nei guai, che è costretta ad agire in clandestinità e che è sotto il mirino della polizia per un reato non commesso. Nonostante la necessità di un basso profilo, all’occorrenza fa sfoggio dei suoi poteri, togliendo parrucca e occhiali. Con fierezza, Faith si libra nell’aria nel suo costume bianco e salva la situazione. Cosa manca? Un commento sul suo aspetto.

Per alcuni commentatori e blogger quest’assenza è un’occasione mancata per il personaggio, che avrebbe potuto verbalizzare l’atipicità del suo caso. Alla luce della neutrality, tuttavia, non condanniamo Faith e la preponderanza delle sue capacità sul suo aspetto fisico, che non va né rivendicato, né nascosto, ma semplicemente usato per compiere l’ennesima, importante, missione.

E voi, quali altri esempi di personaggi body neutral conoscete?

Storica dell'arte, giornalista e appassionata di film e fumetti. Si forma come critica tra Bari, Bologna, Parigi e Roma e - soprattutto - al cinema, dove cerca di passare quanto più tempo possibile. Grande sostenitrice della cultura pop, segue con interesse ogni forma d'arte, nella speranza di individuare nuovi capolavori.

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