Dov’è il mio corpo?, il nuovo imperdibile film Netflix

A Cannes c’è un concorso collaterale chiamato Semaine de la Critique, dedicato alle opere prime e seconde. Quest’anno, per la prima volta, il principale premio del concorso è stato vinto da un film d’animazione: Dov’è il mio corpo?.
Netflix ha deciso di distribuire il film in diversi paesi, e così Dov’è il mio corpo? è recentemente arrivato anche in Italia. Si tratta di un prodotto delicato, che come spesso avviene nel buon cinema si sofferma nel dipingere dei personaggi la cui storia può essere in qualche modo universale e ricevibile da chiunque.

L’umanità è infatti l’elemento centrale di Dov’è il mio corpo?, nonostante l’inizio faccia pensare a un horror grottesco. Il film si apre con una mano mozzata in cerca di fuga da un ospedale. Dopo i primi momenti la mano riuscirà a capire come muoversi e troverà la sua strada fuori dall’edificio attraverso una finestra, nel tentativo di ricongiungersi al proprietario, affrontando tutti i pericoli della città che potrebbero ucciderla (?).

A questa metà surreale di racconto corrispondono una serie di flashback della vita del proprietario della mano, Naoufel, un ragazzo magrebino che ha dovuto abbandonare i suoi sogni in seguito alla morte dei suoi genitori. Per tirare avanti consegna pizze, fino a che non conosce per caso Gabrielle durante una consegna mal riuscita. Le parla al citofono mentre è bloccato nel suo androne durante un temporale, e questo farà scoccare nel ragazzo la scintilla che lo porterà a inseguirla per quell’amore che sente verso l’unica persona che ha mostrato attenzioni per lui.

Il racconto come è chiaro è leggibile su più livelli, e affronta la situazione degli organi, degli immigrati in Francia ma anche quello della crescita, dell’amore e dell’importanza di appartenere, soprattutto quando si è stati sradicati e si son persi tutti i punti fermi.

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Nessuno di questi temi è però raccontato in modo didascalico, ma anzi tutto affiora dalle pieghe di una trama che, come si è detto, mette al centro i personaggi, che sono sostanzialmente tre, se escludiamo tutti quelli che esistono ai margini della vita di Naoufel, tutti quelli con cui interagisce ma con cui non ha legami reali, ma solo interazioni.

L’altra grande protagonista del racconto è la mano di Naoufel, simbolo di qualcosa di sé stessi che è andato perduto e con cui è necessario ricongiungersi. Ma il ricongiungimento è veramente possibile, o è necessario trovare “una nuova mano”, per rimanere nella metafora?

La mano cercherà di tornare lì, dove il ragazzo e la ragazza si incontravano, attraversando la città e lottando contro gli animali che vogliono mangiarla, o le macchine che inconsapevoli dalla sua presenza potrebbero schiacciarla. La città che divide, tanto grande e insidiosa, una città da attraversare come fosse una montagna, è rappresentata nella sua fredda indifferenza nei confronti dei suoi abitanti che in questa si ritagliano i loro spazi che diventano preziosi a prescindere dal dove, guadagnando importanza grazie a chi li abita e chi vi gravita attorno.

L’appartenenza e l’umanità, mi preme ripeterlo, sono il centro di Dov’è il mio corpo?.
Tutto questo è portato avanti con la delicatezza dell’animazione francese, riconoscibile dal primo fotogramma. Tecnicamente ci troviamo di fronte a un prodotto realizzato con tecnica mista, che mette insieme il normale disegno con animazione tridimensionale e rotoscope. Il tratto è semplice, facendo emergere i pochi ma fondamentali dettagli che servono a definire i personaggi, e l’utilizzo del colore è quasi piatto, con campiture quasi piene, appena sfumate.

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Dov’è il mio corpo? non potrebbe essere stato realizzato in nessun modo se non in questo. Nonostante l’unico elemento surreale del film sia la mano che si muove di sua spontanea volontà, buona parte dell’atmosfera è creata grazie all’uso del colore e delle matite (digitali), e se ci fossimo trovati di fronte un live-action certamente non avremmo trovato lo stesso risultato sul fronte dell’impianto emotivo.

Dov’è il mio corpo? è un film che dovreste assolutamente vedere, e che serve a confermare ancora una volta quale sia il potenziale narrativo dall’animazione, in alcune occasioni superiore rispetto a quello di un normale film in live-action. Siamo anche contenti che Netflix stia investendo così tanto in opere d’animazione di nicchia, destinate a un pubblico – passatemi il termine – più colto.

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