Negli anni ottanta e novanta le TV private regalavano perle dell’animazione nipponica. Nino, il mio amico ninja è il simbolo di una TV in via d’estinzione

’era una volta il tubo catodico, enormi televisori che si estendevano più in profondità che in larghezza, occupando mobili che rendevano le abitazioni il perfetto habitat di anziane spacciatrici di caramelle Rossana. Ma quegli apparecchi mastodontici racchiudevano nei loro ventri infiniti un profluvio di ricordi di generazioni di bambini, che ora alla tenera età di 30 e 40 anni desiderano ritornare in quel magico flusso di immagini che quei tubi catodici sapevano regalare.

Quei pomeriggi ipnotici, passati tra infinite partite con un Super Tele le cui traiettorie imprevedibili ricordavano le assurde giocate di Oliver Hutton, ma soprattutto tutte le ore trascorse davanti a cartoni, il cui ricordo ci porta in un attimo in un’epoca in cui l’unica preoccupazione era imparare a fare un perfetto shoryuken prima dell’estate. Per sfoggiarlo al cabinato dello stabilimento balneare.

nino amico ninja

Se la Rai, con Big! e poi Solletico, e Fininvest con Bim Bum Bam la facevano da padrone nel mondo cartoon dell’epoca, i pomeriggi e le sere passate davanti ai monoliti animati spesso si rivolgevano altrove. Esplorando quei mondi stravaganti, a tratti grotteschi, chiamati canali regionali.

Andare con il telecomando oltre TMC, saldamente ancorato al numero sette, era come oltrepassare la barriera di Game of Thrones. Prima della nascita di MTV, dall’ottavo canale in poi i confini televisivi si sfaldavano, mostrando mondi popolati da televendite con risoluzione bassissima già ai tempi, personaggi caricaturali, pubblicità realizzate con grafiche degne del peggior Paint. Ma proprio in quei canali oltre la barriera della tv nazionale, c’era l’Eden dell’animazione.

Bia, la sfida della magia, Capitan Harlock, I Cavalieri dello Zodiaco (prima del passaggio su Italia 1), Yattaman, Carletto il Principe dei mostri, Devilman, Galaxy Express 999. La lista potrebbe proseguire all’infinito. Ma proprio grazie alle TV private questi capolavori hanno avuto una messa in onda costante, che ha permesso a diverse generazioni di godere a pieno l’animazione made in Japan degli anni settanta e ottanta. Anche perché Rai e Fininvest al tempo potevano censurare senza pietà, tenendo all’oscuro i propri spettatori privi di Internet.

Negli anni ottanta e novanta il Lazio in particolare aveva una galassia sterminata di canali privati. Uno in particolare rimarrà per sempre nei cuori della generazione Y: Super Tre. La formidabile Sonia, a cui inspiegabilmente non è mai stato assegnata la conduzione di Sanremo, accompagnata dal C-3PO se lo ordini su Wish, aka Birillo, hanno dato vita ad un decennio fatato in ambito cartoon. Senza nulla da invidiare alla TV nazionale.

nino amico ninja

Nella sterminata programmazione di Super Tre e delle sue sorelle sparse nelle varie regioni d’Italia un piccolo, ma grande personaggio era il perfetto simbolo di una programmazione che osava e faceva saltare i rigidi schemi imposti dalla Rai & Co. Il suo nome era Nino, il mio amico Ninja. Eroe di una TV che non esiste più, a cui ci si poteva rivolgere con una fruizione mordi e fuggi, senza seguire i dettami di un’inflessibile serialità.

Chi era Nino, il mio amico Ninja?

Ma chi era Nino, il mio amico Ninja? Perché i personaggi ricordavano palesemente quelli di Doraemon?
Per rispondere bisogna fare un altro salto nel tempo. In un’altra epoca, in un’altra generazione. È il lontano 1964, ci troviamo in Giappone e sulle pagine di Weekly Shōnen Sunday, illustre rivista settimanale in cui hanno collaborato anche Shōtarō Ishinomori, Fujio Akatsuka ed Osamu Tezuka, appare per la prima volta un episodio di Ninja Hattori-kun, che in Italia diventerà proprio Nino, il mio amico ninja.

Il manga portava la firma di Fujiko A. Fujio, pseudonimo di Motoo Abiko e membro della coppia di autori conosciuta con il nome di Fujiko Fujio. I disegnatori erano diventati famosi per due altre opere, conosciutissime in Italia. Nel 1969 avevano infatti creato proprio Doraemon e quattro anni prima un altro eroe indiscusso delle tv private: Carletto il principe dei mostri.

Il titolo del manga era un omaggio ad Hattori Hanzo, leggendario samurai giapponese del periodo Sengoku, ricordato anche in Kill Bill con il personaggio del forgiatore di spade. Nella versione italiana il nome Nino sostituisce Kanzo Hattori, perdendo completamente il rimando alla storia nipponica.
Il passaggio dal manga all’anime non arriva immediatamente. Quasi in contemporanea con la versione cartacea, vanno infatti in onda due serie live action, da ventisei episodi l’una e rigorosamente in bianco e nero.

Bisogna aspettare dieci anni per la prima puntata del Nino, il mio amico ninja che meglio conosciamo. La casa di produzione Shin-Ei Animation, sull’onda del successo di Carletto e Doraemon, decide di puntare nuovamente su una creatura di Fujiko Fujio. Il 28 settembre 1981 su Tv Asahi  arriva finalmente il primo episodio di Nino, il mio amico ninja. Nella terra del Sol Levante il cartone spopola a tal punto che verranno confezionati ben 694 episodi, della durata di 5 minuti ciascuno. Il successo è così eclatante che nel 1986 Hudson produce un videogioco per il Famicon (il nostro Nes), che raggiunge l’esorbitante cifra di un milione e mezzo di copie vendute.

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Proprio nel 1986 Nino, il amico Ninja sbarca finalmente in Italia. Il merito è della Doro TV Merchandising, società di importazione e distribuzione di prodotti audiovisivi giapponesi, creata da Orlando Corradi e Kenichi Tominaga nel 1979: grazie a loro le nostre care TV private erano popolate da cartoni nipponici.

Le differenze con la messa in onda e il successo ottenuto in Giappone furono lampanti. Dei 694 episodi che completavano l’opera, in Italia furono tradotti e distribuiti solamente 156. Ogni puntata, di circa 18 minuti, racchiudeva all’interno tre storie. Come spesso accadeva in quegli anni, Holly e Benji docet, i nomi originali giapponesi furono completamente stravolti e italianizzati. Come già detto, Kanzo Hattorri divenne Nino, il fratellino minore, Shinzo Hattori, divenne Lino in un balzo pachidermico di fantasia. Inspiegabilmente il co-protagonista Ken’ichi ‘Ken’ Mitsuba mantiene una parvenza nipponica, diventando Ken Suba. Ha una sorte diversa invece la sua fiamma, Yumeko, che diventa Laura. Ma il vero capolavoro dell’adattamento viene fatto con il villain di turno, Kemumaki Kemuzo, che viene trasformato in Amilcare, accompagnato dal fedele gatto Lucifero.

La Doro TV curava in maniera certosina la distribuzione e la resa italiana degli anime e Nino, il mio amico ninja ebbe, come tutte le opere di quel periodo, un doppiaggio di assoluto livello. Basti pensare che a prestare la voce di Nino Alessio Cigliano, doppiatore di Kenshiro.

Come dimenticare poi la sigla, ennesimo capolavoro griffato I Cavalieri del Re. “Guarda la televisione come te. Cartoni d’ogni genere e di favole”. Quelle favole che popolavano Super Tre,Italia 7 Gold Teleregione, Telenorba. In un’epoca lontana, lontana, che rimarrà sempre impressa nel tubo catodico dei nostri ricordi.

Secondo la sua pagina Wikipedia mai accettata è nato a Roma, classe 1983. Come Zerocalcare e Coez, ma non sa disegnare né cantare. Dopo aver imparato a scrivere il proprio nome, non si è mai fermato, preferendo i giri di parole a quelli in tondo. Ha studiato Lettere, dopo averne scritte tante, soprattutto a mano, senza mai spedirle. Iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2006, ha collaborato con più di dieci testate giornalistiche. Parlando di cinema, arte, calcio, musica, politica e cinema. Praticamente uno Scanzi che non ci ha mai creduto abbastanza. Pigro come Antonio Cassano, cinico come Mr Pink, autoreferenziale come Magritte, frizzante come una bottiglia d'acqua Guizza. Se cercate un animale fantastico, ora sapete dove trovarlo.