Prodotto da Martin Scorsese e Torino Film Lab, Port Authority arriva al Torino Film Festival dopo l’incursione cannense nella rassegna Un Certain Regard del festival francese.

Il voguing, negli ultimi tre/quattro anni, ha raggiunto un pubblico sempre più vasto e trasversale. Il ballo nato durante gli anni ’80 in umidi e angusti scantinati newyorkesi sta piano piano uscendo – grazie a prodotti di intrattenimento che ne raccontano storia e modi – dalla sua bolla, nonostante resistenze esterne (e a volte interne) che ne limitano la diffusione, ghettizzandolo, come spesso accade con le tendenze avviate nelle community LGBTQ+. Dopo Pose e Ru Paul Drag Race – per citare i più famosi – a prendersi l’impegno di diffondere questa danza e soprattutto la sua cultura, questa volta, è Danielle Lessovitz che ne ritrae un piccolo gruppo – o per meglio dire una famiglia – nel suo Port Authority. La regista newyorkese sarà riuscita a rendere giustizia a questa realtà di corpi, rivendicazione queer, ritmo, pose e passerelle?

Uno sguardo diverso sul voguing

Quando si parla di determinati contesti viene sempre più semplice farlo utilizzando voci (anche virtuali, come sono i personaggi di una storia) che siano già da principio addentro a esse. A prescindere dall’attinenza alla realtà o meno, di solito, se si vuole descrivere un mondo si usano archetipi che condividono dal principio della storia i caratteri cardine di tale mondo.

In questo senso Port Authority, per stessa ammissione della regista, si prende un rischio gigantesco affidando l’onere di raccontare la sfera del voguing contemporaneo e delle family kiki di Harlem a un maschio, eterosessuale e bianco. Come tutti i rischi, però, la vera chiave di volta per l’eventuale successo o fallimento è la consapevolezza della grandezza di questo: interrogarsi su quanto possa incidere l’occhio attraverso il quale si filtra la propria storia e avere quindi perfettamente senso di come essa venga inevitabilmente modificata è l’unico modo per evitare di farsi superare dal rischio in cui si incorre.

Paul, protagonista della storia interpretato da Fionn Whitehead (Dunkirk, Black Mirror: Bandersnatch), rappresenta infatti il punto di vista totale attraverso il quale la storia viene tagliata e presentata a spettatrici e spettatori. La sua vita ha raggiunto un punto di rottura totale: arriva a New York da Pittsburgh con la speranza di riallacciare rapporti con la sorellastra e ristabilire una situazione familiare ormai perduta ma finisce, dopo l’ennesimo rifiuto della donna, in un rifugio per senzatetto dove si vede costretto ad accettare un lavoro di sfratti per l’agenzia di immigrazione.

Tutto sembra perduto per il protagonista di Port Authority, sempre più confinato nella povertà economica, mentale e politica ma con la voglia evidente di un riscatto di classe che va al di là della razza, del genere e dell’identità sessuale. È in questa situazione di crisi assoluta che Paul incontra Wye (Leyna Bloom), attratto dalle movenze particolari della danza che il giovane vede fare dalla ragazza per strada, per caso.

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Da qui la prospettiva di Paul si allarga ma, contemporaneamente, si divide e restringe. Un lato di lui è decisamente attratto, intrigato e genuinamente interessato a Wye e a quella famiglia non di sangue con cui la ragazza convive, balla e passa le giornate cercando di sopravvivere alle condizioni in cui un gruppo di persone nere, non-binarie e appassionate di una cultura strettamente sotterranea può incorrere ad Harlem, a New York e nel mondo. La parte opposta, che lo respinge e allontana, lo porta a non accettare la transessualità di Wye, a mascherare la sua condizione economica e mentire sul suo lavoro.

Danielle Lessovitz in Port Authority fa cadere su Paul la responsabilità di raccontare un amore complicato in una realtà ancor più difficile. Il risultato è un tiro alla fune creato e alimentato dalle incongruenze del privilegio di base che Paul si porta dietro anche nella povertà, che lo rende comunque totalmente alieno alla vita in cui Wye è invece immersa.

Il rischio che Port Authority si vuole prendere, orientando tutta la narrazione in un verso potenzialmente contrapposto e distante al tema, è altissimo e il film alterna momenti in cui valorizza e subisce la scelta. La volontà di raccontare un mondo così stratificato da un esterno totale ma inequivocabilmente vicino è forte e permea tantissimo tutta la durata del film. A tal punto da far sembrare quasi che Paul, in definitiva, non sia la scelta giusta come narratore modello ma forse quella più estrema e radicale come estreme e radicali devono essere le lotte che le classi più svantaggiate devono compiere, senza troppi filtri e imposizioni anche quando essi sono atavici e quasi incancellabili.

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Di famiglie non di sangue

Di tutte le caratteristiche che definiscono la cultura kiki quello sicuramente più indicativo di come si tratti di un movimento più stratificato e incredibilmente politico è il concetto che ruota intorno alla famiglia, il “gruppo” di ballerine e ballerini che si identificano sotto uno stesso cognome. È una peculiarità presente in qualunque parte del mondo in cui si pratichi del voguing: se c’è una ballroom sicuramente ci sono delle families, che ballano rigorosamente insieme – se non addirittura vivono insieme – e condividono un albero genealogico di parenti (madre, padre, sorelle e fratelli) non consanguinei che diventano letteralmente la loro nuova famiglia.

In questo senso, Port Authority crea la base narrativa giusta per poter assimilare questo ragionamento. Paul ha perso totalmente i contatti con quella che è la sua famiglia di sangue, e si scontra con persone che derivano da situazioni simili che hanno trovato nelle altre negli altri una nuova e migliore famiglia. Wye e le altre e gli altri componenti della famiglia McQueen si sono ricreate e ricreati quei contatti umani ormai perduti ma che sono fondamentali per la vita di tutte e tutti. Forse per Paul è difficile identificarsi e capire, nonostante la situazione lo renda vicino al contesto, ma non è detto sia tutto perduto.

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Port Authority è, in definitiva, un film che fa della sua scelta di narrazione un dettame assoluto e forse seguito in modo fin troppo cieco e fedele. L’effetto estremo che restituisce è disorientante ma efficace, pur con qualche ingenuità e indugio di troppo. Quel che resta chi guarda è un esplosione di corpi, di colori, di pose e passerelle affollate che affascina ma contemporaneamente fa interrogare su come i punti di vista, anche quando provenienti da condizioni sociali simili, possano cambiare totalmente il senso di una storia e, quando e se viene compreso ciò, anche le vite di chi ne è protagonista.

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