Le serie TV mindfuck che devi vedere assolutamente

Lasciarsi andare allo sceneggiatore demiurgo, perdersi nel labirinto della sua mente: benvenuti nelle Serie Tv Mindfuck. Dove pensare è l’unica via di uscita.

Stai vivendo nel presente? Tutto quello che ti circonda è reale? Quello che stai per leggere non è reale. Nulla lo è. Perché per raggiungere e comprendere quest’argomento bisogna mettere da parte il mondo tangibile. Occorre destrutturare le proprie convinzioni, le proprie idee comuni, terrene. È come avere il codice per raggiungere il piano segreto di un palazzo. Accesso vietato ai comuni mortali. Riesci a entrare e ti ritrovi in un labirinto.

Dov’è l’uscita? Lo smarrimento in questi casi è piacevole. Quel dedalo di cunicoli apparentemente non porta a nulla, è l’apoteosi dei vicoli ciechi. Soffri, vaghi senza una meta. Poi però in un momento epifanico capisci il meccanismo, in un attimo tutto assume un senso, quel labirinto è chiaro e l’uscita è il tuo trionfo.

Questa sensazione si ripresenta puntualmente quando si osservano quelle che possiamo definire serie TV Mindfuck. Prodotti televisivi non adatti a tutti, in cui regista e sceneggiatori vi lasciano un invito. E’ un biglietto d’ingresso per il loro parco giochi mentale, in cui canoni e regole si disciolgono, dando vita ad un totale rimescolamento dell’abituale regolamento del gioco scenico e narrativo. Viene chiesto un atto di fiducia da parte dello spettatore. Per entrare bisogna lasciare all’ingresso il proprio arsenale umano, quell’equipaggiamento fatto di preconcetti e mappe mentali stropicciate a causa dell’utilizzo quotidiano. L’unica regola è lasciarsi andare, perdersi, vagare. E poi trovare la via.

Per approcciare questo prodotto sui generis bisogna osservare inizialmente senza trovare iniziali appigli, senza sforzarsi di ritrovare luoghi familiari. Non ci sono.
I congegni narrativi sono ideati per creare stupore, straniamento. E per poterli apprezzare, per poter appagarsi della scoperta del marchingegno che sta alla base, bisogna sospendere totalmente l’incredulità. Per poter stare a galla bisogna eliminare ogni rigidità intellettuale e vagare a largo, in quel mare meraviglioso, dipinto dai creatori delle serie.

serie tv mindfuck

Serie TV mindfuck: quali sono?

Ma quali sono le migliori serie tv mindfuck? Da dove iniziare il cammino per approcciare questo genere? Il viaggio deve essere brusco, deve subito creare il tilt mentale. Impossibile non dare il via con il più grande capolavoro del genere: quel Twin Peaks che, in un’epoca in cui le serie TV vivevano il proprio Paleolitico, presentò un nuovo modo di modulare la serialità televisiva. Scioccando e osando.

Non è questo il momento per parlare del trionfo televisivo di quel genio di David Lynch, prestigiatore del weird e dell’assurdo. Twin Peaks meriterebbe uno spazio e parole ad hoc. Questa è una guida ai prodotti meno conosciuti, a serie tv mindfuck che per qualche motivo non hanno raggiunto la fama dei loro più nobili progenitori televisivi.

serie tv mindfuckEd è per questo che non troverete un’ altra pietra miliare del genere. Una delle serie capaci di rivoluzionare il modo di fare e scrivere un prodotto per il piccolo schermo. Quando non c’erano social, quando Msn era il Whatsapp ante litteram, chiunque parlava di Lost.

Gruppi di ascolto sui forum, visioni collettive, dibattiti nelle Università. Non importa se il finale abbia scontentato una parte cospicua di spettatori, il meccanismo innestato da Lost era ormai irreversibile. Era il punto di non ritorno di un modo di narrare che da lì a poco avrebbe poi portato al binge watching, all’esplosione delle serie TV. Ma quello che Lost sapeva fare era generare costantemente stupore, creare continue domande in una bilancia che pendeva soprattutto sui punti interrogativi più che sulle risposte. Come nella filosofia, ogni spiegazione generava nuovi dubbi e quesiti.

Lo stesso meccanismo lo si ritrova  in altre illustri esponenti delle serie TV mindfuck: Fringe, Mr. Robot e Westworld. Anche qui la loro fama li precede: chiunque, anche non avendole viste, sa della loro esistenza e importanza in questo conturbante genere. Proprio per la loro complessità e la loro rilevanza, è giusto riservare uno spazio a se stante. È ora di scoprire le dieci serie scelte per smettere di osservare seguendo schemi e regole. È tempo di smarrirsi e di stupirsi.

serie tv mindfuckDark

Il tempo, eterno nemico dell’uomo. Indomabile, irreversibile e intangibile. Ed è proprio intorno al concetto del trascorrere del tempo che ruotano le vicende di Dark, serie tedesca permeata di elementi filosofici e psicologici. Non importa dove, la domanda ricorrente della serie è: quando? In particolare ci si sofferma sul pensiero di Friedrich Wilhelm Nietzsche e sulla sua riflessione sull’eterno ritorno. Passato, presente e futuro sono connessi e si intersecano in una visione ciclica che viene ripetuta all’infinito.

I personaggi di Dark si ritrovano all’interno di questa concezione e ne subiscono le conseguenze, annullando la divisione del tempo. Esiste solo un eterno presente, l’attuale. Futuro e passato si influenzano a vicenda e ci si interroga continuamente cosa sia il tempo. La serie crea una serie infinita (non poteva essere altrimenti) di domande. Esiste il libero arbitrio? Posso modificare il mio destino? Il tempo esiste o è un nostro costrutto mentale? Punti interrogativi che aleggiano in una coltre nebbia, in cui tutto è oscuro, angosciante, ma pieno di quella bellezza della quale gli occhi non sono mai stanchi e che desiderano ininterrottamente. In loop. Proprio come i protagonisti di Dark.

serie tv mindfuck American Gods

Tra i vari punti di congiunzione tra mondo televisivo e cinematografico c’è sicuramente una costante comune. Ogni volta che viene adattato sul piccolo o grande schermo un romanzo, incontrerete qualcuno che vi dirà: “È meglio il libro”. Questo avviene quando si è fortunati. In caso negativo la frase è seguita da un monologo carico di ira e travasi di bile. Lo sceneggiatore di turno si muove quindi su un filo in bilico sul mare di lava/bile del lettore esigente. C’è una duplice opzione: discostarsi dalla trama del libro, approfondendo nuovi spunti lasciati oscuri nelle pagine, o rimanere il più possibile fedeli alla narrazione su carta.

In American Gods, Bryan Fuller e Michael Green hanno deciso di osare, regalando nuovi echi all’universo creato da Neil Gaiman. Il risultato è una storia labirintica, che coinvolge un numero incredibile di personaggi, dando vita ad un racconto complesso ed appagante. Una metafora che sviscera le contraddizioni socio-politiche di un’America in balia di vecchi e nuovi dei. Un racconto Matrioska, in cui ogni puntata dà il via a sottotrame e nuove scoperte che vengono svelate con un approccio narrativo onirico e criptico. Il tutto con una veste di grande impatto visivo: la fotografia sembra quasi pennellata, con colori iperrealistici Gli Dei esistono dal momento in cui crediamo in essi, questo è lo spunto su cui tutto le vicende si svolgono e stravolgono, in una spirale surreale e psicotica. E non importa se ci si allontana dalle pagine di Gaiman, in fondo, come insegna American Gods, è tutta una questione di fede.

serie tv mindfuck Legion

Prima di guardare Legion ci sono due richieste. Una sorta di micro regolamento imposto a chi avesse voglia di approcciarlo. Per prima cosa bisogna abbandonare ogni pregiudizio su opere con protagonisti supereroi. Siamo davvero distanti anni luce dai Cinecomic. La seconda è che non bisogna aver paura delle montagne russe. Perché la serie ti fa subito sedere nel tuo seggiolino, ti imbriglia e ti fa viaggiare a velocità inimmaginabili.

Un roallercoaster all’interno della mente del protagonista, interpretato in maniera sopraffina da Dan Stevens. Legion elimina ogni punto di riferimento, ogni certezza, mescolando continuamente e in maniera schizofrenica le sue carte dai colori sgargianti. Un viaggio lisergico nella testa di uno dei personaggi più folli apparsi in una serie tv, un trip in cui colori, suoni si contorcono, si mescolano e danno vita ad un racconto che insegue una moltitudine di generi e prospettive. Non si può far altro che lasciarsi andare, mettere in dubbio ogni cosa ed essere confusi, ma assuefatti ed appagati. E non ci sono effetti collaterali.

serie tv mindfuckManiac

Dove finisce la realtà e inizia la finzione? La nostra mente è davvero in grado di percepire il muro che divide i due stati? Scritta da Paul Sommerville di The Letftovers e dal geniale Cary Fukunaga del primo True Detective, Maniac è un invito a giocare, a lasciare le regole del mondo. Una partita tra gli scrittori della serie e gli spettatori, che vengono fatti entrare in un tunnel in cui va in atto uno show sperimentale e straniante. Piani narrativi e generi fluttuano in un vortice turbinoso che si muove lontano dalla normalità e consuetudine narrativa. Si rimane straniti e spaesati, ma il divertissement di Fukunaga ha un retrogusto piacevole e Jonah Hill ed Emma Stone sono i compagni ideali per viaggiare in direzione di questa folle finzione.

serie tv mindfuck Counterpart

Silenziosa e cupa, come il suo protagonista. Counterpant è la classica serie che devi avere la forza di iniziare. Ma poi ripaga quello “sforzo”. Premete il tasto play per entrare in un labirinto in cui alle due estremità ritroverete sempre la stessa persona. Howard, doppiamente interpretato da J.K. Simmons.

Perché Counterpant parla di due mondi, due dimensioni che si specchiano, senza mai vedersi. Con un ritmo lento e cadenzato la serie indaga sull’identità e fa domande sulla propria essenza, sulle scelte e su cosa ci rende ciò che siamo. Confezionata come una spy story dai colori e toni scuri, Counterpart può ricordare nelle intenzioni Fringe, ma vira ben presto verso altre direzioni, risultando inedita per molti temi trattati. Dopo due stagioni, che mostrano comunque una conclusione degna, la serie è stata cancellata, in attesa di una sistemazione altrove, in un’altra rete. O in un mondo parallelo.

Utopia

In attesa del remake made in USA ad opera di Amazon Prime Video, fatevi un favore: recuperate il prima possibile la serie originale inglese. Perché? Si tratta di una delle serie tv mindfuck più folli, innovative e visionarie apparse sul piccolo schermo negli ultimi vent’anni.

Tutto inizia con dei fan di una bizzarra graphic novel, The Utopia Experiments. I cinque lettori sono inconsapevoli che quel fumetto contiene in realtà informazioni segrete su un’arma di distruzione di massa, la soluzione per il problema della sovrappopolazione mondiale. Di lì a poco i cinque ragazzi avranno a che fare con una diabolica organizzazione chiamata The Network.

Cospirazioni, complottismo sono solo il pretesto per dar vita ad un racconto in perfetto equilibrio tra componenti surreali e fantascientifiche, concedendosi spunti filosofici quando bene indaga sull’uomo e sul suo ruolo sulla terra. Ci sono contenuti e riflessioni spiazzanti, in contrasto con la retorica perbenista imperante. Utopia sa sempre come alzare l’asticella nell’Eden del cinismo. E poi c’è la capacità di osare anche a livello visivo, con quei colori saturi che ti catturano lo sguardo. Il giallo non sarà più lo stesso dopo aver visto Utopia.

Happy!

Prendete l’immaginazione tipica di un bambino, spensierata, fanciullesca. Bene, ora sporcatela di sangue, pallottole e lanciatela a velocità contro un muro. Ne otterrete un mix pulp, visionario e sopra le righe. Una miscela di nome Happy!, serie tv partorita da Brian Taylor, già messosi in luce con film adrenalinici ed eticamente scorretti come Crank e Mom and Dad.

Nel ruolo di co-creatore di questa serie totalmente irriverente troviamo Grant Morrison, autore del fumetto da cui è tratto Happy! Cadaveri smembrati, un cinismo fuori controllo e elementi di Urban Fantasy riplasmati sotto l’effetto di LSD. Questo è quello che succede quando come protagonisti della tua opera scegli un ex poliziotto diventato sicario, più sboccato e alcolizzato che mai, Nick Sax (nomen omen) e un unicorno blu volante. Sì, un unicorno blu, che solo Sax riesce a vedere e che lo supplica di salvare una bambina rapita. Di Happy ovviamente non c’è nulla. Tutto è becero, folle e completamente fuori controllo. Sax, drugs and rock and roll!

Dirk Gently – Agenzia di investigazione olistica

Il Cappellaio Matto di Alice a confronto è un personaggio sano di mente. Questo è quello che penserete dopo pochi minuti di visione di Dirk Gently. Una serie che vi chiederà di prendere una bella pausa di riflessione con l’incredulità. Una di quelle pause che poi si rivela definitiva, proprio come nei più classici fidanzamenti liceali.

Nulla in questa serie va come dovrebbe andare, a partire dall’improbabile coppia formata dall’investigatore olistico Dirk Gently e il suo dubbioso assistente Todd Brotzmann, interpretati egregiamente da Samuel Barnett ed Elijah Wood. Alla base di questa serie tv mindfuck c’è la concezione olistica, che evidenzia come tutto sia collegato e sia parte di un grande schema delle cose.

Per essere un detective olistico non serve andare a caccia di inizi, sono loro che prima o poi spunteranno e ti faranno capire tutto. E con tutto si intende qualsiasi cosa: esperimenti governativi, cospirazioni, viaggi nel tempo, scambi di corpi, vampiri psichici, assassini fuori di testa. Nato dal cervello di Douglas Adams, Dirk Gently ne rispecchia il suo humor nonsense e viaggia spedito, in un viaggio di sola andata verso un pianeta di paradossi e follia.

The OA

Ogni minuto trascorso nel guardare The OA non fa che aumentare le domande. La prima è: cosa sto guardando? Perché imbrigliare questa serie in un genere è un compito assai arduo: The OA è architettato come un meta-opera che amalgama diversi generi e tecniche narrative.

L’atterraggio non è mai morbido, si ha sempre la sensazione che tutto sia fuori posto, sia dietro che davanti lo schermo. Poi senza nemmeno rendersi conto, gli episodi volano, a bordo di un ottovolante emotivo. A tratti viene voglia di amarlo, in altri punti l’odio la fa da padrone. E’ la conseguenza di una serie audace, che osa anche nella multisensorialità, inserendo all’interno forti elementi prossemici.

The OA sfida lo spettatore, non ha paura della critica e regala episodi apparentemente indecifrabili, ma che alla fine della visione risultano tutti parte di un cerchio ben definito. Basta la giusta chiave, per vederlo e poi capirlo. Ed apprezzarlo.

serie tv mindfuck Leftovers

Il nome di Damon Lindelof vi dice niente? Osannato per anni per aver sceneggiato Lost, fu preso di mira da feroci critiche provenienti da ogni meandro del web per aver ideato uno dei finali più controversi della storia televisiva. Dopo alcuni passi falsi, la carriera di Lindelof sembrava ad un punto di non ritorno. Poi La rinascita. Il battito d’ali della fenice ha un nome: Leftovers.

Non è stato facile (ri)entrare nel cuore degli spettatori: la nuova creatura di Lindelof non è semplice, merita un’attenzione attiva e, come un buon vino, va lasciata respirare per poterla apprezzare al meglio. L’incipit da cui tutte le vicende partono è relativamente semplice: il 2% della popolazione mondiale improvvisamente svanisce, senza alcun preambolo o spiegazione. Le conseguenze che colpiscono il 98% dei sopravvissuti sono emotivamente difficili da gestire: la Dipartita è illogica, inspiegabile.

Il pregio di Leftovers è scatenare da una vicenda e narrazione surreale un’esperienza viscerale, sentimentalmente potentissima. Perché, come affermava Buñuel, non c’è bisogno di spiegare razionalmente ogni cosa.

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