Mentre la corsa allo spazio sembra diventare un gioco da borghesi facoltosi, il socialismo marziano si erge a simbolo di un nuovo futuro possibile sulla Terra.

Esiste un pianeta, visibile a occhio nudo dalla Terra nel suo rosso fulgore, che più di ogni altro nel nostro sistema solare è riuscito, nei secoli, a infiammare l’immaginazione di poeti, scrittori vari, navigatori delle stelle e aspiranti esploratori di nuovi mondi. Stiamo parlando ovviamente di Marte, il quarto dal sole (per omaggiare Richard Matheson), il pianeta star del XXI secolo, da tutti desiderato e da molti visto come il nume tutelare dell’umanità esoterrestre per sopravvivere ai suoi stessi errori.

La luce di Marte brilla di speranza e utopici mondi lontani dal giogo dei mali di Gaia: inquinamento, violenza, capitalismo; ancora non possiamo sapere come vivremo su Marte, ma da più di un secolo immaginiamo un futuro rosso per il pianeta rosso.

Uno i primi a speculare sul socialismo marziano, centoundici anni fa, è stato il bolscevico Aleksandr Bogdanov (nato Malinovski) nel suo romanzo-utopia Stella Rossa, per anni introvabile sul mercato editoriale italiano e recentemente ristampato da Agenzia Alcatraz nella sua collana dedicata alla fantascienza sovietica Solaris. Tradotto con cura, come il precedente L’Uomo Anfibio, dal Kollektiv Ulyanov, il romanzo contiene una prefazione di Wu Ming, che ha reso l’autore di Stella Rossa protagonista di Proletkult, fantastoria pubblicata da Einaudi in cui la vita e le opere di Bogdanov si intrecciano tra speculazione e ucronia.

socialismo marziano

Per Bogdanov la superficie di Marte accoglie una società progredita in cui alieni dagli occhi enormi in un volto dal mento a punta – un’anticipazione dell’iconografia classica del marziano che ci accompagnerà negli anni della prima sperimentazione cinematografica – vivono il sogno socialista, lavorando insieme per la causa comune, producendo il necessario, progredendo nelle arti e nelle scienze, crescendo collettivamente le nuove generazioni e prendendosi cura di anziani e ammalati, promuovendo l’eutanasia e – almeno a parole – la parità di genere. Letto a più di un secolo di distanza, Stella Rossa stupisce per la profondità della sua analisi politica, che usa un setting alieno per parlare di dinamiche profondamente terrestri e attuali, come il rischio che comporta permettere l’accentramento delle risorse materiali e scientifiche necessarie allo sviluppo tecnologico nelle mani di pochi.

Solo pochi giorni fa, per esempio, Jeff Bezos – fondatore di Amazon e uomo più ricco del mondo – ha presentato i progetti di colonizzazione lunare della sua compagnia spaziale Blue Origin, a sua detta l’unico modo per fuggire alla finitezza delle risorse a cui andremo incontro prima o poi sul nostro pianeta. La visione di Bezos è, inevitabilmente, intrisa di un pensiero consumistico e capitalistico che risponde alla domanda cosa succede quando una domanda illimitata incontra risorse limitate? non con proposte di decrescita, di riduzione di mercati dannosi per l’ambiente e per il lavoro come quello dell’usa e getta e della fast fashion, ma con il progetto di colonizzare nuovi luoghi in cui esportare il modello capitalistico e neoliberista che domina ormai da tempo nella maggior parte dei luoghi del nostro pianeta. Nuovi pianeti significano nuove risorse, nuovi spazi, ma non nuovi modelli di vita. Non finché l’esplorazione spaziale sarà considerato un passatempo da ricchi annoiati piuttosto che un ambito scientifico e tecnologico in cui investire cervelli e risorse.

socialismo marziano

Seppur il futuro dell’umanità fuori dall’orbita terrestre resti per il momento un sogno da imprenditori visionari, l’utopia di un mondo migliore è stata oggetto di speculazione da parte di pesi massimi della letteratura come Kim Stanley Robinson, che ha scritto un vero e proprio trattato di politica marziana in tre atti, travestendolo da romanzo. La trilogia di Marte, pubblicata tra il 1992 e il 1996 e conclusasi in Italia con la pubblicazione del terzo volume, Il blu di Marte, solo nel 2017, usa il processo di colonizzazione e terraformazione del pianeta per indagare le possibili soluzioni politiche e sociali operabili in un territorio completamente vergine. Se all’inizio del primo romanzo, Il rosso di Marte, la popolazione del pianeta si riduce ai Primi Cento, scienziati di origine prevalentemente americana e russa, con il passare del tempo e con il susseguirsi dello sviluppo dell’economia e della terraformazione di Marte, nuove fazioni si affacceranno al panorama politico della nuova casa dell’umanità (tra i gruppi coinvolti troviamo anche i neomarxisti bolognesi).

Come ogni civiltà agli albori, anche quella marziana passerà più o meno indenne attraversi periodi di ribellione e rivoluzione, arrivando a un sistema di governo ibrido che mischia socialismo, capitalismo e ecologismo (sanità, istruzione e semi-immortalità, per esempio, sono gratuiti per tutti cittadini). Proprio nel volume conclusivo della trilogia, quello che prende il nome dal colore dell’acqua finalmente presente nella biosfera del pianeta ospite dell’umanità, si fa preponderante una tematica innovativa nel 1996, ma che sta diventando, vent’anni dopo, un vero e proprio trend nella letteratura speculativa: quella che chiamiamo climate-fiction, la fantascienza a tema ambientale, che come ogni buon filone fantascientifico altro non è che uno specchio dei timori della contemporaneità. Sappiamo di aver danneggiato in profondità il nostro pianeta, per questo continuiamo a sognarne altri.

Nella nostra fallacia, speriamo che basti avere un foglio bianco per scrivere nuove parole, parole giuste.

socialismo marziano

Proprio nell’ottica di un rinnovamento totale della condizione umana, il progetto marxonmars usa l’ironia per diffondere informazioni sulla storia, i limiti e le potenzialità del modello marxista, mantenendo ininterrotto quel filo – non a caso – rosso che lega il pianeta rosso al rosso del socialismo.

Un collegamento che sembra così campato in aria, tra politica e fantascienza, socialismo e alieni, viene poi rafforzato, nell’era dell’intersezionalità, dal fiorire di una letteratura femminista che si rifà ad entrambi gli ambiti sopra menzionati: se da una parte sempre più intellettuali, come Jessa Crispin, Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser si fanno sostenitrici del femminismo socialista – una corrente di pensiero che non crede nella possibilità di una vera equità dei sessi fintanto che le donne aspireranno soltanto a occupare le stesse posizioni degli uomini in una società corrotta dal capitalismo -, dall’altra il movimento dello xenofemminismo, sviluppato dal collettivo Laboria Cuboniks e approfondito in particolare da Helen Hester, così come il Manifesto Cyborg di Donna J.Haraway, credono nel potere positivo della tecnologia come strumento di liberazione dall’oppressione, sia essa di genere, di razza, o di classe.

femminismo

Sempre più movimenti ecologisti, femministi, socialisti, antirazzisti e anticlassisti stanno capendo che per combattere le storture della società la soluzione sta nel vicendevole supporto e sostegno delle battaglie, e che forse non serve un nuovo pianeta per cambiare il mondo.

E stavolta non si tratta solo di fantascienza.

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