La corte imperiale, culla degli standard di bellezza giapponesi

a società di oggi si trova in bilico fra due suoi lati: il primo è quello in cui si desidera poter esprimere in libertà la propria personalità tramite abbigliamento, trucco, accessori senza pregiudizi e nel quale non conta essere uomo o donna, grasso o magro, conta solo esser sé stessi; il secondo lato, invece, è quello da cui ancora si fa fatica a staccarsi, in quanto comprende tutte quelle dinamiche che ci convincono che avere certe caratteristiche sia in qualche modo un male e guardarsi allo specchio si fa per alcuni sempre più difficile, perché costantemente bombardati da presunte regole e canoni di bellezza stabiliti da non si sa chi.

Non è un problema esclusivo del mondo occidentale, naturalmente: anche in Giappone, fin dall’antichità, soprattutto le donne erano soggette a dettami legati al loro aspetto che dovevano esser rispettati pedissequamente, pure in virtù di riti e tradizioni specifiche che regolavano la vita di ciascuno, specialmente nell’ambiente di corte. Soprattutto nel periodo Heian (794 – 1185), infatti, alla corte imperiale giapponese, raccontata da autrici come Murasaki Shikibu, si era ormai formata una cerchia attorno all’Imperatore composta da varie figure di alto rango, dai funzionari alle concubine e dame appartenenti ai diversi entourage della famiglia imperiale. Nessuno poteva esimersi da precisi standard di cura e bellezza della persona, anche perché era questo il luogo dove nascevano inizialmente gli usi e costumi più nuovi, e tale “severità” in qualche modo si è mantenuta anche nei secoli a venire, pur cambiandone i gusti e le dinamiche sociali.

standard bellezza giapponesi

Trucco e parrucco ideali di epoca Heian

Attorno al VII-VIII secolo, i giapponesi cominciarono ad aderire allo stile della Cina Tang per praticamente ogni aspetto della vita e delle arti, compresi dunque trucco e vestiario. È da questo periodo che viene la tipica base bianca per il viso: si trattava di una polvere di piombo, sulla quale poi si dipingevano le sopracciglia e su occhi e guance venivano dipinti con pigmenti dei petali di fiore.

Quando i contatti con la Cina si interruppero, con l’inizio dell’epoca Heian, nacquero i primi standard di bellezza autenticamente giapponesi: il viso venne mantenuto bianco, in quanto le donne stavano quasi sempre chiuse nelle loro stanze, in penombra e protette da paraventi, dunque il volto doveva rassomigliare la luna piena  – a sua volta un’immagine molto gradita e contemplativa – e sembrare molto grande; ma per questo il resto dei connotati venne “ridotto”, cercando di far sembrare gli occhi più sottili possibile e rimuovendo completamente le sopracciglia per ridisegnarle come due pallini più in alto sulla fronte.

Sulle guance e labbra, poi, veniva usato un pigmento rosso non troppo intenso, sempre per ridurne le dimensioni, ma la cosa forse più curiosa e che molti avranno avuto già modo di conoscere è la pratica dello ohaguro, ovvero tingere i denti di nero, portata avanti fino al 1900: ci sono diverse teorie secondo cui veniva usato da tutti come anticarie, per poi divenire parte del trucco femminile per “nascondere” i denti, che comunque a causa del tempo e dell’assenza di trattamenti di sbiancamento diventavano gialli e ovviamente erano considerati antiestetici.

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I capelli erano portati in modo ancora più particolare, per conferire più fascino alla dama agli occhi dei suoi visitatori e per allontanarsi dai canoni estetici Tang. Dovevano, infatti, essere lunghissimi e lasciati sciolti (al contrario delle crocchie e acconciature adottate in precedenza), per ricadere e distribuirsi a terra come una sorta di mantello, oltre a essere setosi e lucenti, grazie a impacchi di acqua di riso oppure olio di camelia e senza adornamenti che potessero rovinarli. Si potevano usare tuttavia dei nastri per impedire alle ciocche di capelli di andare davanti alle spalle, per evitare di sporcarli con l’inchiostro quando le dame componevano poesie, abitudine artistica comune a praticamente tutti i membri di corte.

Come per molte altre cose, poi, andavano rispettati anche quei rituali propizi stabiliti in base all’antico calendario lunisolare, perciò anche quando si trattava della propria igiene e della pulizia si attendevano i giorni e l’orario migliori; inoltre crescendo, sia ragazzi che ragazze compivano un rituale di passaggio all’età adulta che comprendeva un cambio di vestiti e di acconciatura: gli uomini, ad esempio, venivano rapati per poi raccogliere le ciocche rimaste in una crocchia che facesse anche da supporto ai copricapi indossati a palazzo; mentre per le donne si aggiungeva qualche delicato fermaglio e al massimo avveniva un cambio d’abito optando per un kimono da donna adulta. Questi ultimi, poi, venivano indossati su più strati ed erano scelti accuratamente e nel corso dei secoli hanno sempre rispettato un’estetica che seguiva il passare delle stagioni e dunque ne ricalcava i simboli naturali di flora e fauna.

Cura della persona e standard di bellezza di oggi

Questo forte interesse nella cura personale e della generale presentazione di sé, con particolare attenzione per il viso, si è mantenuta fino a oggi, tra stampe di bijin-ga (ritratti di belle donne) e sviluppo tecnologico dei prodotti di bellezza utilizzati, entrambi fattori che hanno mantenuto gli standard giapponesi molto precisi e ricercati.

Dal 1980 in poi si può dire, infatti, che soprattutto per quanto riguarda la cosmesi è rimasta la convinzione che una carnagione chiara e dalla pelle nutrita e piena sia l’espressione della bellezza, anche interna, di una persona. È ancora più evidente, allora, il motivo della nascita di movimenti e mode come quella delle gyaru, in particolare le ganguro, che si truccavano pesantemente e si abbronzavano il più possibile, in una forma di ribellione verso canoni estetici secolari da sempre imposti alle donne in maniera quasi automatica.

standard bellezza giapponesi

Tuttavia, di recente è tornata in voga l’idea di uno standard di bellezza che esalta la pelle chiara e priva di imperfezioni delle giapponesi, al di là di qualsiasi trend possa nascere nel mentre, e naturalmente questo si ricollega alla skincare routine che già da secoli fa parte della pratica quotidiana delle donne giapponesi ma che oggi, in realtà, grazie al favore della scienza, punta a un altro tipo di “costrizione” su cui riflettere: l’influenza culturale occidentale si fa sempre più strada nelle abitudini delle donne giapponesi, secondo cui bisogna avere una pelle perfetta per sembrare perennemente giovani, tra rughe da piallare e colorito da uniformare con creme e oli, occhi che devono sembrare più grandi e, addirittura, nuove proposte di bellezza che mostrano ragazze metà giapponesi e metà caucasiche, le quali incarnano perfettamente un nuovo ideale tra l’aspetto tradizionale e quella contemporanea e, in un certo senso, multiculturale.

Le donne di oggi insomma si trovano in bilico su più fronti, a camminare sul filo di un rasoio che potrebbe ferirle non appena escono da tali standard e di cui vediamo già quotidianamente esempi anche in Occidente. La strada per la vera bellezza dovrebbe essere un’altra, una in cui si sollevano le donne dal peso di essere sempre immacolate, per esprimere i loro potenziali su altri fronti curando pelle, capelli e corpo solo per stare bene con sé stesse. Ma è chiaro che, data la sua origine secolare, sia una strada ancora lunga e tortuosa da percorrere.

Torinese, classe '94, vive dal 2014 a Treviso e si è laureata all'università Ca' Foscari di Venezia in lingua e cultura giapponese, con la fatica e il sudore degni di un samurai. Spende e spande nella sua fumetteria di fiducia comprando manga, graphic novel e fumetti vari; inoltre è appassionata di giochi da tavolo, tra i quali non manca di provare anche quelli a tema Giappone. Entra in Stay Nerd nel luglio 2018 e qui comincia la sua prima esperienza come redattrice e caposezione anime e manga, nella quale cerca di trasmettere il proprio interesse per la cultura e le tradizioni giapponesi grazie alle conoscenze acquisite. Dal 2019 è anche host del podcast di Stay Nerd Japan Wildlife.