“Sappiamo quanto può essere pericolosa una maschera. Tutti diventiamo quello che facciamo finta di essere”.

Ci sono fenomeni che nascono con l’Uomo, strumenti che lo hanno accompagnato nella sua espressione sin dall’alba dei tempi. Se i primi uomini sentirono la necessità di lasciare una traccia, dei disegni sulle pareti delle loro abitazioni – dando vita all’arte figurativa – e qualcuno, più avanti, capì l’utilità della scrittura e della comunicazione simbolica, presto i nostri progenitori iniziarono a usare anche la maschera. Coprirsi il volto nella rappresentazione di un’altra identità o per nascondere la propria è un gesto naturale, in cui la letteratura e l’arte visiva ha messo le radici per una serie infinita di varianti sul tema.

Uno degli usi più raffinati della maschera lo troviamo nell’antica Grecia, durante gli spettacoli teatrali. La perizia tecnica con cui le arene erano realizzate e gli accurati studi di acustica permettevano a tutto il pubblico di poter seguire le tragedie (o le commedie) che si consumavano sul palco, ma erano le maschere a rendere riconoscibili i personaggi e a permettere di districare con un colpo d’occhio gli sviluppi e gli intrecci tra gli attori in scena. Dato lo stretto legame tra teatro e religione, inoltre, la maschera divenne contemporaneamente una componente fondamentale di alcuni culti: su tutti di quello di Dioniso, in cui il coprirsi il volto portava il soggetto a identificarsi completamente con la divinità e a lasciare momentaneamente le proprie spoglie mortali.

L’istinto della maschera – però – non è qualcosa di strettamente legato alla cultura europea, tant’è che troviamo straordinari manufatti di questo tipo anche nel continente americano, sviluppato in maniera del tutto indipendente dall’influenza greca. In questo caso, l’identità data dal travestimento era un privilegio che solo i capi (e chi questi ritenevano degni) potevano conquistare, insieme alla danza e a tanti altri gesti propiziatori.

Tutto questo dimostra che, qualunque fosse il loro uso e la loro destinazione, le maschere hanno avuto sempre un ruolo importante, affascinante, e hanno preso sempre più spazio all’interno della letteratura e, nell’ultimo secolo, nell’arte cinematografica. Che si usino per nascondere la propria identità perché, magari, se si ha intenzione di salvare il mondo da un super-villain è il caso di essere discreti, o se si decide di indossarle per diventare delle vere e proprie icone, le maschere consentono ai personaggi di restare più impressi nella memoria del pubblico e agevolano il meccanismo di identificazione.

Pensiamo al fenomeno di costume legato alla serie TV spagnola La casa di carta, dove i criminali protagonisti del racconto sono entrati di prepotenza nell’immaginario attuale con le loro maschere di Salvador Dalì: forti del messaggio politico associato alla serie, le maschere di Tokyo, Berlino e compagnia bella sono ormai note anche a chi ha evitato – intenzionalmente o meno – di guardare le loro vicende sullo schermo. Ne La casa di carta la maschera ha un ruolo sicuramente funzionale e permette ai fuorilegge di camuffare le loro identità e sfuggire alla polizia, ma – scegliendo le sembianze di uno dei personaggi più amati della cultura spagnola – assume anche un valore simbolico, proprio da ladri non violenti e amici del popolo, la cui missione assume subito i contorni indignados della protesta.

Parlando di maschere e contestazioni, però, non possiamo tralasciare la massima espressione di questa associazione: V for vendetta. Ispirato al capolavoro di Alan Moore, il film del 2006 delle sorelle Wachowski ha consacrato la tendenza trans-mediale della maschera e la sua straordinaria carica simbolica. Pochi anni dopo l’uscita del film, infatti, il movimento globale di protesta nato da Occupy Wall Street adotta il volto cereo di Guy Fawkes ri-creato da Moore e Lloyd e lo porta nelle manifestazioni di tutto il mondo, lanciando fuori dal film e dal suo contesto il potenziale rivoluzionario del meraviglioso racconto grafico del 1982.

Contemporanee all’uscita del film delle Wachowski, invece, sono le prime azioni del collettivo di pirati informatici noto col nome di Anonymous, che ha assunto la maschera di V come suo interfaccia privilegiato. È emozionante constatare come dalla storia, al fumetto, al cinema, ai movimenti politici il volto di Fawkes abbia attraversato i secoli e i media arrivando a diventare un emblema assoluto di coscienza civile e di spirito insurrezionalista. Alla faccia di chi dice che i fumetti sono cose da bambini.

Altra connotazione – non meno importante – assume la maschera nel mondo dei supereroi, dove ha il compito a nascondere l’identità civile dei personaggi, con esiti più o meno credibili. Che copra totalmente il volto, come quella rossa di Spider-Man, o che lasci la bocca e il mento liberi – vedi Capitan America – la maschera ha la funzione di proteggere la vita privata dell’eroe e di permettergli di agire in maniera anonima e indisturbata. Sarebbe un errore tuttavia pensare alla maschera dei supereroi Marvel e DC come mera copertura, tralasciando completamente il suo valore concettuale: soprattutto nei fumetti traspare l’importanza di coprirsi il volto per non anteporre l’uomo al simbolo e per permettere a varie persone di portare avanti l’eredità spirituale dell’eroe – non a caso abbiamo più di un Capitan America, tre Ant-Man, quattro Iron Man e così via. Lo stesso concetto, d’altra parte, lo ha espresso con efficacia il subcomandante Marcos nel suo discorso di commiato e – non a caso – anche lui (loro) usava presentarsi all’esterno della sua comunità col volto parzialmente coperto.

La maschera, oltre a difendere il simbolo, può essere anche un sistema per incutere timore, attraverso un’espressività fissa e spietata che toglie ogni alito di umanità al personaggio. È sicuramente il caso di Belfagor, il fantasma del Louvre, il demone di origine mediorientale protagonista di numerosi film, serie televisive, cartoni animati. Prendiamo, ad esempio, l’omonimo classico del cinema muto del 1927 diretto da Henri Desfontaines e dalla durata, anch’essa, demoniaca. Con quattro ore (quattro episodi da un’ora ciascuno) di atmosfere macabre e omicidi all’interno del famoso museo parigino, la maschera di Belfagor si è aggiudicata uno dei primi posti sul podio degli archetipi horror più longevi di sempre.
Allo stesso principio di maschera come generatrice di terrore, d’altra parte, si rifanno la maggior parte dei più famosi assassini della storia del cinema che – in un modo o nell’altro – incrementano la loro portata orrorifica camuffando la faccia. Si scrive maschera e si legge, dunque, Ghostface della saga di Scream (in questo caso ispirata al celebre Urlo di Edvard Munch), Jason Voorhees di Venerdì 13, Michael Myers di Halloween, Dollface & co. di The Strangers e tanti, tanti altri.

Datemi una maschera e vi dirò la verità” diceva Oscar Wilde in uno dei suoi aforismi più famosi: ebbene, e se coprirsi il volto rivelasse piuttosto che nascondere? Ecco che il pensiero va a The Mask, sia nella sua versione a fumetti, sia nel film ad essa ispirato con Jim Carrey in una delle performance più memorabili della sua carriera (comica). Qui il timido impiegato Stanley Ipkiss riesce a liberare i suoi istinti più folli solo quando indossa questo strumento dagli straordinari poteri magici, riuscendo a conquistare autostima e l’amore della donna dei suoi sogni. Eppure, nelle ultime battute della storia (parliamo del film) Ipkiss deciderà di gettare via la maschera, consapevole del proprio valore e dalla funzione puramente detonatrice dell’oggetto.

Al contrario, la maschera può essere usata anche per coprire ferite o deformità, dando nuova forza e fascino a volti altrimenti indeboliti o deturpati. A questo proposito, non possiamo non citare due icone della storia del costume, imprescindibili pur nella loro diversità. Abbiamo, da una parte il Fantasma dell’Opera – personaggio nato dalla penna di Gaston Leroux – il talentuoso e deforme abitante del teatro francese, che si strugge per amore della bella Christine, dall’altra – però – abbiamo LA maschera per eccellenza del cinema di tutti i tempi: Darth Vader.

maschera nel cinema

Come abbiamo avuto modo di vedere nella saga del 1999-2005, il giovane Anakin Skywalker diventa il Darth Vader che tutti conosciamo dopo un lento processo di corruzione dello spirito, che esplode nella sofferenza e lo strazio della carne. Gettato tra le fiamme dal suo stesso Maestro Obi Wan (che aveva le sue ragioni, per carità), l’uomo è ridotto a uno stato semi larvale ed è costretto a ricostruire la sua figura celando la deformità dietro a una complessa maschera che gli dà – oltretutto – quel tono di voce metallico e ansimante diventato altrettanto iconico. Il casco nero (per dirla alla Mel Brooks) è allo stesso tempo simbolo, protezione, veicolo di terrore. Come ci mostra l’ultima trilogia e il rapporto stretto tra il nuovo villain Kylo Ren e il nonno, la maschera di Vader è l’oggetto che sopravvive all’uomo, diventando un totem della complessità psicologica e della sofferenza che sta dietro all’antagonista, l’oggetto di culto di chi vuole sovvertire con ogni mezzo lo status quo e promuovere il nuovo, a dispetto di regole bigotte e ingiuste.

L’elenco potrebbe essere ancora lungo, proprio perché questo concetto è estremamente radicato nell’arte del racconto cinematografico e non. Ognuno, in fondo, ha la sua maschera preferita, che si tratti di eroi o cattivi, assassini o rivoluzionari. C’è chi preferisce la maschera di chi apparentemente non indossa alcuna maschera, ma che – inforcando un paio di occhiali da vista – definisce la tara dell’umanità tutta, guardandoci dall’alto di Krypton.

No more articles