In una brillante analisi del mondo contemporaneo basata sul ruolo del piacere e del divertimento, Alfie Bown ci mostra nuove prospettive e opportunità sul nostro “consumo di godimento”

“Dobbiamo respingere l’idea che sia necessariamente preferibile che il sottoscritto si diverta a scrivere questa introduzione anziché passare sei ore filate a giocare a Football Manager”: in questa frase, tra le prime del volume, Alfie Bown riesce a sintetizzare con efficacia uno degli obiettivi principali del suo saggio, Capitalismo & Candy Crush, edito da Not Edizioni.

I primi passi della sua analisi, infatti, cercano di mettere in discussione l’antinomia tipicamente odierna tra godimenti produttivi e improduttivi, nel contesto del capitalismo globale del XXI secolo: “fare il lavoro che ci piace”, ad esempio, genera un godimento “produttivo”, perché fa teoricamente stare bene il soggetto che lo prova ma, al contempo, contribuisce a riprodurre le strutture sociali che lo generano.

Anche scrivere per “giornali d’opposizione”, ad esempio, genera un piacere personale, un godimento individuale, che ci inserisce comunque all’interno di un sistema di piaceri già considerato e inglobato dal potere. Al contrario, le sei ore di svago su Candy Crush o Football Manager appartengono nella percezione comune alla sfera “improduttiva” del tempo libero, a volte persino “conformista” nell’accezione comune, dato che apparentemente non affronta il sistema che ha generato questo tipo di consumo, aiutandone la permanenza e il rafforzamento.

Queste modalità d’analisi del godimento si sono diffuse perché nel tempo si è lentamente scisso il ruolo del divertimento da quello dell’ideologia, rendendo l’uno un processo tipicamente individuale, l’altro un fenomeno collettivo ben distante dai momenti d’intimità del singolo. Al contrario:

“Il godimento è funzionale all’ideologia. È un’arma che introduce divisioni culturali tra soggetti appartenenti a classi e contesti differenti. Crea raggruppamenti in base ai gusti e alle preferenze di consumo, affermando nel contempo l’impossibilità di comunicare tali differenze. Sviluppando una nuova teoria del godimento potremmo individuare momenti di godimento interclassisti e interculturali in grado di resistere alle forze che vogliono organizzare il nostro piacere”.

Nella frattura percepita tra godimento elevato e godimento popolare, si possono dunque individuare frammenti di resistenza al sistema, e una parificazione dei vari tipi di piacere ci permette di analizzare questi strumenti in modo collettivo, non incentrati sul giudizio che gli viene attribuito dal sistema stesso, che è stato l’agente che in primis ne ha stabilito i diversi valori (produttivi e improduttivi).

I primi passi del testo, dunque, cercano di annullare la distinzione percepita tra il godimento produttivo, in tutte le sue declinazioni (in generale la cultura considerata “alta”), e quello che oggi viene considerato come il nuovo “oppio dei popoli”, tipico della società della “cultura della distrazione”. Raggiunto questo risultato, Bown decide dunque di ripensare il ruolo delle categorie tradizionali di “godimento legittimo\illegittimo” e “piacere radicale\conformista, proponendo nuove alternative e metodologie d’approccio.

Nel farlo, ci invita in primis a ripensare il concetto stesso di godimento, in relazione al nostro sistema socio-culturale: spesso, infatti, il divertimento viene considerato come il più soggettivo dei momenti, il luogo personale in cui le nostre estreme individualità trovano sfogo e libertà. Siamo “liberi di godere”, liberi di scegliere cosa ci piace, perché ci piace e come ci piace, e nel trionfante narcisismo patologico della nostra contemporaneità, questi fenomeni solleticano il nostro desiderio di individualità.

In realtà, come dimostrato da Bordieu «mentre l’ideologia del carisma considera il gusto nella cultura legittima come un dono di natura, l’osservazione scientifica dimostra che i bisogni culturali sono il prodotto dell’educazione e della formazione». Il ruolo odierno del concetto di gusto è quindi quello di convincerci che ciò che ci piace ci piace per nostra natura, e non perché generato dall’incontro di educazione, formazione e contesto sociale. In sintesi, dunque, oggi il godere, il divertirsi, prevede un processo di elisione tra cosa ci diverte e il perché ci diverte, naturalizzando e legittimando in chiave quasi biologica i motivi del nostro piacere. Ecco dunque che il godere diventa la chiave ideologica del capitalismo contemporaneo, perché naturalizza il gusto del consumo che fa da motore della sua macchina pervasiva.

Da queste riflessioni, emerge una domanda: perché oggi il godere, inteso come atto e non come oggetto, è diventato l’ingiunzione chiave del capitalismo odierno? Per rispondere, bisogna innanzitutto definire il concetto di capitale culturale. Quando ci “divertiamo” nel consumo e nell’atto di godere di qualcosa, lo facciamo perché ad essa associamo spesso un valore che gli viene socialmente riconosciuto, in una scala che lo rende talmente meritevole agli occhi della società da renderlo un capitale, un investimento che facciamo su noi stessi per migliorarci.

In tal senso, anche nel godere siamo produttivi, perché perfezioniamo “l’impresa di noi stessi”, dando un giudizio di valore al tipo di godimento con cui ci stiamo svagando. La retorica del “buon libro” con cui passare il tempo rispetto all’isolante gioco virtuale è oggi ancora molto diffusa, e distingue un godimento produttivo da uno improduttivo, creando di conseguenza anche un consumatore produttivo e uno improduttivo. Per rendere chiare queste riflessioni, Alfie Bown si concede numerosi esempi e approfondimenti, che rappresentano il grosso dei contenuti del testo, ben mirati e focalizzati però sul rispondere alle domande e alle teorie sostenuto precedentemente.

Ad esempio, con l’analisi delle modalità di godimento dei testi di Guattari e Deleuze, veri e propri mostri sacri della teoria critica, Capitalismo & Candy Crush mostra come alcuni dei modi in cui oggi li si consuma e se ne gode siano in linea con la volontà del sistema che quei testi criticano, negandone dunque la “natura” anticonformista che spesso viene loro associata come pura conseguenza della lettura stessa.

In modo intelligente, Bown prende in esame due autori che sul tema stesso del godimento hanno costruito una parte corposa del loro pensiero, riuscendo a sintetizzare un percorso di riflessione sulla storia del pensiero novecentesco sul “godere”, e al contempo criticandone non i contenuti, ma le modalità di consumo dei testi stessi, che arrivano a contraddire quanto espresso all’interno dei saggi.

Successivamente, l’autore si dedica al genere di godimento ritenuto meno rilevante, quello “improduttivo”, tipico del videogioco e di altri passatempi meno “radicali” come le letture su testate digitali come Buzzfeed. Nel farlo, mostra una conoscenza dettagliata degli ambienti, strutturatasi anche grazie a interviste e domande a vari giocatori e appassionati di questo genere di consumi. Sia nei casi di godimento accettato come Candy Crush che di piacere da nascondere come in Football Manager, Bown riscontra intuitivamente e comprensibilmente un legame ideologico con il lavoro: il primo serve per dare senso a un’attività altrimenti spesso alienante (mi prendo una pausa improduttiva, quindi il lavoro è produttivo), o addirittura per esportare ambizioni di carriera impossibili da ottenere nel mondo reale in quello virtuale, pensato appositamente per offrirci invece queste sensazioni.

Al contrario, fenomeni come il twerking o il successo della canzone Gangnam Style, che propongono un’overdose di godimento tale che quasi ci infastidisce, che ci dice che si sta superando un certo limite previsto e programmato di divertimento, ci offrono degli spazi di riflessione tali da permetterci forse di osservare la realtà delle cose, di individuare l’ideologia dietro i nostri godimenti, e quindi di cogliere il ruolo fondamentale dei perché dei nostri piaceri. Tramite un percorso approfondito e ben chiaro, anche se forse non proprio aperto a tutti i palati (richiede una certa quantità di conoscenze o riflessioni pregresse), Capitalismo & Candy Crush riesce  a mettere in luce come non sia il tipo di godimento a essere radicale o conformista, e quindi anti-capitalista o ideologizzato, ma il modo in cui lo consumiamo.

Inoltre, persino alcune parti dello stesso piacere possono essere parzialmente radicali o conformiste, e arrivare a contraddirsi tra loro. Sta dunque al soggetto rendersi conto del ruolo svolto dall’ideologia sul perché sta godendo, e su che sistemi di controllo o di resistenza vengono messi in atto dal piacere con cui interagisce. In definitiva, Alfie Bown con Capitalismo & Candy Crush ci consegna un testo provocatorio e ben strutturato, radicale nel suo approccio ma equilibrato nelle fonti e nei campi d’analisi. Un lavoro che ci fa godere, facendoci però chiedere perché.

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