Tanto potenziale sprecato

Netflix ha ancora una volta grande chance per fare chanche per fare centro, e dimostrarci che pellicole come Roma o La ballata di Buster Scruggs non siano casi isolati.
L’occasione arriva con un film di un ottimo regista e sceneggiatore, J.C. Chandor, che per realizzare l’action thriller Triple Frontier si avvale di un cast sensazionale di cui fanno parte Ben Affleck, Oscar Isaac, Charlie Hunnam, Garrett Hedlund e Pedro Pascal, oltre alla “bellissima” – come la definiscono persino gli attori stessi nel film – Adria Arjona.

Il progetto ha una gestazione lunghissima, che parte addirittura dal 2010 e dalla produzione Paramount Pictures. Scelgono Kathryn Bigelow alla regia, Mark Boal come sceneggiatore e Tom Hanks e Johnny Depp tra i protagonisti: un’idea ultra ambiziosa, che però sembra non partire mai, e nel frattempo si attua sia un cambio di produzione, con l’Atlas che si fa carico del progetto, e un cambio di regia, col passaggio di consegne dalla Bigelow a Chandor, mentre sopravvive Boal a cui si deve il soggetto. Il terremoto organizzativo investe anche il cast artistico, con continue sostituzioni e abbandoni: dapprima sembrano entrare a far parte del piano anche Will Smith e Mahershala Ali, poi danno forfait Hanks e Depp, a cui danno il cambio Tom Hardy e Channing Tatum.
È il 2017 quando ogni cosa sembra saltare e tutti abbandonano la nave.

Ma mamma Netflix, da buona soccorritrice, porta in salvo il progetto e il suo naufrago capitano J.C. Chandor, e tra nuovi innesti, abbandoni e ripensamenti, riesce a mettere in piedi un cast tecnico-artistico di tutto rispetto.
La natura confusionaria e tormentata del progetto però sembra averne minato l’affidabilità e la conseguente riuscita, e vi diciamo subito che il duo Chandor-Boal non si dimostrerà così ispirato in fase di scrittura.

Eppure le premesse per dar vita ad un ottimo action thriller c’erano tutte. Un team di ex agenti delle forze speciali americane si riunisce dopo anni per volare in Sud America (non è specificato dove, ma è chiaro da alcuni dettagli che sia la Colombia) con l’idea di rapinare Lorea, un ricchissimo Signore della droga. Ovviamente non tutto filerà liscio, e avranno luogo una serie di eventi in cui entreranno in gioco la caccia e la fuga, la sopravvivenza e l’avidità.

Il problema più grande di questo film sembra, come preannunciato, proprio la sceneggiatura; ed è un vero inatteso plot twist perché tutto si basa sull’asse Boal-Chandor, due fuoriclasse del mestiere. Potreste anche non apprezzare le doti da regista di Chandor (e sarebbe una colpa), ma è indubbio che in passato abbia dato vita a script fantastici, così come è innegabile la bravura di Mark Boal, l’uomo nell’ombra della Bigelow, vincitore del premio Oscar per la sceneggiatura con The Hurt Locker e scrittore di un altro capolavoro passato colpevolmente un po’ sotto traccia, ma che può vantare uno dei migliori script spy e storici degli ultimi vent’anni: Zero Dark Thirty.

A questo punto probabilmente non ha funzionato qualcosa nella collaborazione tra Chandor e Boal, oppure la stessa gestazione tormentata del progetto ha causato complicazioni irrisolvibili. Non sembra un caso infatti che i problemi principali del film arrivino nella seconda parte, mentre la prima, quella che di certo Boal aveva già in mente, fila piuttosto liscia.

Nella prima parte di Triple Frontier infatti lo spettatore viene coinvolto in quello che potenzialmente potrebbe essere un thriller mozzafiato, e tutto sembra ben incanalato, sebbene la reunion e la costruzione del piano, col conseguente arrivo alla meta, risultino troppo frettolosi, togliendo così alcuni degli elementi chiave che di solito permettono a film del genere di funzionare. Quando comunque parte del piano va in porto, inizia a mancare un altro aspetto fondamentale: ovvero la suspense. Tutto appare molto compassato, e anche i plot twist (salvo rari casi) ci vengono gettati in faccia senza maestria, rendendo prevedibili e quindi noiosi i successi sviluppi narrativi. Persino le pallottole vanno a segno sui bersagli molto meno di quanto vorremmo, facendo calare il film anche sul versante action.

Questi problemi si riperctuono anche sul cast artistico, poiché nonostante i numerosi tempi morti Boal non si prende la briga di sviluppare l’identità dei suoi protagonisti, accennando i profili psicologici di alcuni e lasciando gli altri piuttosto anonimi. Di sicuro quello più definito è il protagonista “Pope” (Oscar Isaac), che mostra un’indole ambigua e martoriata, con enormi conflitti interni che lo portano poi a commettere errori nel suo cammino e farsi mille domande sulle proprie azioni. Complesso ed altrettanto ambivalente è Tom (Ben Affleck), profondamente segnato da problemi personali ma anche lavorativi che ne minano costantemente la lucidità al punto che nemmeno i suoi compagni riconoscono più l’affidabilità e il carisma che gli riconoscevano un tempo. Purtroppo però questo personaggio, potenzialmente molto intrigante, non viene scandagliato abbastanzata dalla penna di Boal, così come William (Charlie Hunnam), determinato e risoluto, lasciato nell’ombra da uno script che non gli rende onore, al pari del fratello Ben (Garrett Hedlund; peraltro impressionante la somiglianza fisica tra i due). A salvare in parte la baracca è proprio la coralità e le innate doti interpretative degli attori, supportati comunque ogni tanto da qualche dialogo ben costruito.

Le note positive arrivano invece dal comparto visivo, con la fotografia di Roman Vasyanov e le elaborate scenografie di Greg Berry che meritano solo applausi. Conosciamo l’attenzione di Chandor per le sue scenografie, e dobbiamo dire che anche stavolta abbiamo a che fare con una cura certosina, ma ciò che si lascia apprezzare maggiormente è quello che cattura la macchina del direttore della fotografia Vasyanov, il quale ci regala degli scorci e dei panorami mozzafiato, affondando il pennello nel verde foresta.
In tutto questo si inserisce la regia di J.C. Chandor che, al netto dei problemi evidenziati, fa il suo sporco lavoro e ci regala anche dei notevoli guizzi, come la scena della rapina che in tal senso è una di quelle più riuscite e in grado di restituirci quella tanto bramata adrenalina.

triple frontier

Un’altra delle cause per cui adreanlina e suspense non fanno il loro dovere a sufficienza è invece per un altro mezzo che non funziona come dovrebbe: la soundtrack. Non per un motivo di scelte musicali, poiché infatti la selezione è virtualmente adatta ad un film di questo tipo, con l’ambient techno di Aphex Twin o l’industrial metal/rock di Trent Reznor e i Nine Inch Nails (è pazzesca The Right Things di Trent Reznor e Atticus Ross), ma ogni traccia sembra sempre fuori posto, e non riesce mai a colpire lo spettatore nel momento in cui viene proposta.

In definitiva, Triple Frontier ci sembra l’ennesima chance mal sfruttata da Netflix, ma a differenza delle altre volte c’è l’aggravante delle grandi potenzialità dell’opera che, per una serie di problemi tra cui la progettazione lunghissima e martoriata, ci lascia la chiara e netta sensazione che avremmo potuto assistere ad un prodotto decisamente migliore.

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