In bilico tra Inferno e Paradiso


Che tu possa avere sempre il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle.“

Divo, sex-symbol, astro nascente, star in declino, rocker, pirata, amato, odiato e nuovamente amato. Basterebbe questa rocambolesca, ed altalenante, sequenza di aggettivi per descrivere l’istrionico e dannato talento di uno dei più grandi attori dei nostri tempi che, nel bene e nel male, è riuscito a diventare un’icona ed una delle più grandi figure della storia di Hollywood.
All’anagrafe John Crhistopher Depp II, ma per tutto il mondo è “semplicemente” Johnny Depp, classe 1963, nato ad Owensboro, cresciuto realmente tra Londra (dove segretamente si reca per ricaricare le pile dopo tour e set vari) e Los Angeles.

Non starò qui a raccontarvi la sua burrascosa giovinezza caratterizzata da un rapporto complicato con la famiglia ed il mondo, droghe e una continua voglia di evadere da una realtà fin troppo claustrofobica, seppur, stando a quello che dice, nemmeno l’intero mondo gli basterebbe per sentirsi realmente libero. Non analizzerò le tortuose vicende giudiziarie che lo hanno contraddistinto in questi ultimi anni mettendo in secondo piano la sua carriera, ma, presuntuosamente, proverò a raccontarvi perché sul vocabolario alla voce “rinascita” dovreste trovare il volto di Depp.

Dopo l’esordio al cinema in Nightmare – Dal profondo della notte, e una piccola parte nel meraviglioso war movie Platoon, la vera “deificazione” di Depp arriva nel 1990 con Cry Baby, dove nei panni del ragazzaccio bello e dannato Wade Walker, iniziò a far sciogliere i cuori di milioni di ragazze in tutto il mondo.

Seppur la pellicola in questione riprese molti cliché dei musical degli anni ’80, Grease su tutti, banalizzandoli e rivisitandoli in una chiave di gran lunga più macchiettistica, il giovanissimo protagonista riuscì ad esprimere il proprio talento diventando oggetto del desiderio dei più disparati artisti hollywoodiani. Tutti volevano collaborare con lui, ma solo uno riuscì a rapire la mente ed il cuore di Depp, colui che in più riprese è stato definito, giustamente, il suo “padre spirituale ed artistico”, l’uomo per il quale Depp è divenuto persino padrino dei figli: Tim Burton.

Dopo i successi di Beetlejuice e Batman, Burton, decise che era giunto il momento di realizzare un’opera molto più introspettiva, qualcosa che potesse essere la maturazione del suo giovane Vincent (suo primo e meraviglioso corto in stop-motion del 1982) e solo Depp poteva dar vita a qualcosa del genere. Fu così che nel 1990 uscì il film che mostrò al mondo intero parte dell’animo del giovane attore: Edward mani di forbice.
In questa pellicola, dove l’artista, il genio, la figura borderline viene estraniata dalla società omologata, dove la moltitudine si cela dietro colorati sorrisi e sgargianti vestiti, quasi a voler render viva l’alienazione mostrata in uno dei capolavori di Edvard Munch, quale Sera sul viale  Karl Johan, si celebra il “diverso”, omaggiando ciò che è figlio della fantasia. Qui Johnny Depp nasce ufficialmente, è qui che inizia la sua nuova vita, dopo una gioventù tormentata, l’artista può far risaltare il proprio Io attraverso l’arte più pura. Tanti costumi di scena, centinaia di riprese, un pedissequo utilizzo del Metodo Stanislavskij, tutto per poter mostrare segretamente e, paradossalmente, sotto gli occhi di tutti, l’animo inquieto e fragile di un talento alla costante ricerca della chiave giusta per poter chiudere definitivamente gli spettri nell’ombroso armadio.

Da quel lontano 1990 ne sono passate di pellicole nelle sale, da cult come Ed Wood, Donnie Brasco, Il mistero di Sleepy Hollow, Blow e la prima trilogia di Pirati dei Caraibi, passando a produzioni deludenti come Alice in wonderland, The lone ranger o Mortdecai. Un continuo “sali e scendi” che, in concomitanza con le più disparate vicende giudiziarie, tra le quali spicca senza ombra di dubbio la querelle con l’ex compagna Amber Heard, ha fatto sì che il talento di Depp venisse magicamente dimenticato, perso nei meandri della storia cinematografica, per essere semplicisticamente e nichilisticamente etichettato come un attore qualsiasi divenuto famoso unicamente grazie alla propria bellezza.

johnny depp

È strano, a dire il vero, molti artisti della nostra epoca sono stati spesso inseriti nel pantheon dei “belli di Hollywood”, dimenticandosi del loro incredibile talento. La lista è lunghissima e può tranquillamente annoverare personaggi del calibro di Brad Pitt o Colin Farrell, solo per citarne alcuni.
Ovviamente il dannato chitarrista degli Hollywood Vampires (band formata con l’amico Alice Cooper), cresciuto con il mito di Marlon Brando, ha permesso tutto ciò, visto che la colpa è stata sia dell’informazione generalista e di settore interessata sempre più a gettare l’attore in pasto alla vorace bocca dell’opinione pubblica, sia di Depp stesso incapace di poter trovare la pace nel suo animo Cherokee.

Pian piano, come una moderna antitesi di Dorian Gray, il “figlioccio” di Tim Burton ha visto aumentare i problemi legali, appassire la sua proverbiale bellezza, ha visto crollare il suo patrimonio e, con esso, la sua carriera. Ma si sa che una volta toccato il fondo, l’unica direzione da poter prendere è verso l’alto.
Come un’Araba Fenice, Johnny Depp ha trovato, per l’ennesima volta, la propria rinascita nel 2018, donandoci, con una proverbiale e magnetica interpretazione, uno dei personaggi più interessanti della cinematografia moderna e, probabilmente, uno dei villain pop più iconici di sempre.
La pellicola capace di evitare il canto del cigno è stata, al netto delle critiche dei fan più accaniti (prettamente a livello di sceneggiatura), Animali Fantastici: I crimini di Grindelwald, dove, nei panni del celebre antagonista, è tornato a concentrare magicamente tutta quanta l’attenzione su di sé.

Grindelwald, nonostante sia un personaggio pop (come se d’altronde fosse un problema) figlio di un colossale blockbuster, è una delle migliori e più affascinanti interpretazioni di Depp. In esso possiamo vedere la miriade di contaminazioni che abbiamo potuto ammirare durante la sua sconfinata carriera.

C’è il fascino di George Jung (Blow), la spietatezza di Sweeney Todd (figura che gli è valsa anche un meritatissimo Golden Globe), l’alienazione di Mort Rainey (Secret Window) e l’incredibile presenza scenica del Capitan Jack Sparrow. Una commistione di intuizioni artistiche volte a dimostrare a tutti quanti noi, e forse anche a se stesso, che Depp, sotto la maschera di dannazione plasmata con le distrazioni figlie stesse della vacuità dell’esistenza, volta a celare il suo animo ribelle e fragile, vive un grandissimo artista ed un meraviglioso interprete con il cuore ancora pulsante.

Cos’è realmente Johnny Depp allora? Il Cappellaio Matto pronto a fare la “Deliranza” della vittoria? O l’affascinante John Dillinger durante le sua memorabili rapine?
Se dovessi scommettere qualche dollaro, li punterei senza indugio sulla seconda figura e, presuntuosamente, credo che anche la stragrande maggioranza del pubblico nel mondo farebbe altrettanto. Probabilmente perché Johnny Depp è in anticipo sul percorso, come una buona fetta di artisti, letterari e non, vissuti nei secoli scorsi, e per poterlo apprezzare del tutto, tra una controversia ed un’altra, dovremo aspettare anni, ma nel frattempo un’ulteriore scommessa è doverosa farla.
Soprattutto ora visto che, dopo aver spento 55 candeline quest’estate, l’eterno pirata dal sangue Cherokee, sembra quasi aver trovato un reale momento di pace che mancava troppo tempo, e con un City of Lies prossimo all’uscita e tanti altri affascinanti lavori in cantiere, l’eterno sogno chiamato Oscar, non è più un miraggio.

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