Adam McKay diventa sempre più spietato, come il protagonista del suo ultimo film

Rompo subito gli indugi e lo confesso: inizio ad avere un debole per il cinema di McKay.
Dopo qualche commedia con Will Ferrell, suo attore feticcio per molti anni, come i due Anchorman o Poliziotti di riserva, il regista di Filadelfia trova finalmente la sua dimensione nel 2016, facendosi conoscere dal grande pubblico e trovando anche il meritato apprezzamento dell’Academy, con La grande scommessa.

La complessità di quel racconto che analizzava le basi della crisi finanziaria del 2007-2008 e l’intuizione di un gruppo di investitori che provava a ricavarne dei profitti, era addolcita e proposta ad un pubblico variegato attraverso un format vincente, fatto sì di spiegoni ma sorprendenti, che passavano da grafici intuitivi a esempi narrati da una Margot Robbie seminuda immersa in una vasca da bagno. Impossibile non rimanere incollati allo schermo.

Lì, oltre a tutto questo e ad un racconto intrigante, c’era un cast corale che poteva vantare nomi del calibro di Brad Pitt, Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling e via dicendo, in cui tutti gli strampalati personaggi erano a loro modo protagonisti. In Vice – L’uomo nell’ombra, invece, McKay cambia le carte in tavola e si affida ad un solo personaggio, l’unico peraltro candidato all’Oscar per La grande scommessa: Christian Bale, nei panni di Dick Cheney, vice-presidente americano nell’amministrazione Bush.

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Una cosa però è ormai certa, ovvero che McKay abbia trovato la quadra. Infatti, nonostante il tema sia naturalmente diverso rispetto al suo precedente film, il suo cinema ha acquisito una incredibile maturità, che passa in primo luogo attraverso uno studio certosino degli avvenimenti storici, in cui la componente umoristica tipica delle commedie è sempre più accantonata, pur lasciando tracca di sé in alcuni personaggi o nella forma eccessivamente romanzata del racconto.

Il suo cinema cambia forma quindi, senza prendere le distanze dalle origini, e lo fa anche tramite i sopracitati “spiegoni”. Una voce narrante (non vi diremo chi è) ci accompagna pure qui per tutto il film e ci rilassa nelle fasi più farraginose e complesse, non facendoci sentire il peso dei 132 minuti complessivi.

McKay scrive bene, anzi benissimo. Se ne è accorta l’Academy, che gli ha consegnato il premio come migliore sceneggiatura non originale nel 2016, e sicuramente gli concederà almeno la nomination anche quest’anno (già si è assicurato quella ai Globe), ma ce ne accorgiamo soprattutto noi, e non soltanto per quella esposizione dei fatti articolata e mai prolissa, ammorbidita dalla calzante ironia della voce narrante. I tanti riferimenti storici, la spiegazione dei ruoli dei numerosi personaggi, comprimari e figure più o meno importanti legate alla Casa Bianca per mezzo di una sorta di Risiko, ma più di ogni altra cosa il modo in cui viene raffigurato Cheeney ci lascia a bocca aperta.
Vice è infatti un film che non ha paura di prendere una posizione, e lo mette in chiaro da subito, con una premessa che ci strappa immediatamente un sorriso, ma il modo in cui disegna il protagonista, puntando il dito contro di lui senza tuttavia ritrarlo come un’entità maligna è encomiabile.

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Ci viene mostrato prima di tutto il lato umano dell’uomo Cheney, le sue umili origini, il suo nucleo familiare, il suo amore incodizionato verso la moglie Lynne (una sempre eccezionale Amy Adams) che indubbiamente lo ama ma che indirizza irrimediabilmente la sua vita e, per certi versi, quella del mondo intero, come se fosse in realtà lei la donna nell’ombra di questo racconto in chiaroscuro.

Una visione, questa propostaci da McKay, di certo in parte romanzata, come lo sono i suoi stravaganti personaggi, a partire dal Bush di un altrettanto irriconoscibile Sam Rockwell.
Il regista non si fa scrupoli nel tratteggiare la figura dell’ex presidente degli Stati Uniti come un eterno Peter Pan, immaturo, probabilmente non adatto ad una carica del genere, ma anche qui emerge il lato buonista di McKay, che scandaglia pure nell’animo di questo personaggio, adducendo a tali comportamenti un particolare rapporto col padre, che sfocia nell’inevitabile desiderio di compiacerlo e renderlo orgoglioso.

In sostanza, Vice è per McKay quello che è Lynne per Cheeney, e trasforma definitivamente – più di Bale – il suo cinema, che ora possiamo catalogare come “autoriale“.

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