Vincenzo è la nuova serie Netflix che segue un avvocato della mafia nel suo ritorno in patria, la Corea del Sud

Dopo la grande ribalta ricevuta l’anno scorso grazie a Parasite di Bong Joon-ho, capace addirittura di vincere l’Oscar per il miglior film straniero, la Corea del Sud si è riaffermata come uno dei grandi poli della narrazione audiovisiva dell’estremo Oriente. Tutt’altro che insensibile al suo fascino, Netflix ha così deciso di investire in una serie originale. Vincenzo Cassano è coreano, ma è cresciuto in Italia, dove svolge il compito di avvocato e consigliere di un’importante famiglia mafiosa. Costretto a tornare in patria, il giovane deve ripartire da zero. In questo articolo non scoprirete se ci riuscirà, ma forse potrete capire se vale la pena guardarlo mentre ci prova.

Vincenzo su Netflix: una narrazione a doppio tono

Vincenzo, la nuova serie originale Netflix, adotta una modalità di narrazione tipica dei prodotti orientali. Chi ha familiarità con i film dello stesso Bong Joon-ho, ma anche con quelli dei maestri dell’action di Hong Kong John Woo o Tsui Hark, non può non riconoscere continui e repentini cambi di tono e registro all’interno delle scene. Non è raro passare dalla tragedia alla risata nel giro di pochi secondi. Le situazioni non sono mai caratterizzate da un mood unico, perché ogni personaggio ne dà un’interpretazione e una visione diversa.
La transizione Italia-Corea del Sud è un perfetto esempio di questa tendenza. La storia inizia nel nostro Paese, in cui la recitazione è molto seriosa, i dialoghi taglienti e la musica cupa e solenne. Non appena Vincenzo arriva nella sua terra d’origine, ci si accorge subito del cambiamento: personaggi coloriti, situazioni divertenti e ricerca della risata. Lo stesso protagonista, che durante le prime battute sembra un freddo sicario, si mostra più umano e impacciato in patria. Cha-young, avvocata d’alto profilo, nella privacy del suo ufficio si mette a ballare dopo le vittorie in tribunale. Il doppio tono tipico della narrazione orientale rivela allo spettatore più lati della caratterizzazione dei personaggi, aumentandone la profondità.

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Vincenzo su Netflix: le tre facce dell’avvocato

Un altro elemento d’interesse della nuova serie Netflix Vincenzo è la professione che tutti e tre i personaggi principali esercitano. Essere avvocati significa trovare continuamente un compromesso tra la propria coscienza e gli interessi del cliente, e ognuno di loro interpreta questa necessità in modo diverso.
Vincenzo, avendo conseguito la licenza in Italia, non può esercitare in Corea del Sud, così si ritrova a ricoprire la funzione ufficiosa di mediatore. Da buon protagonista di una serie TV, non sta né dalla parte dei ricchi né da quella dei poveri, deve ancora scegliere. Il suo valore aggiunto, però, è il bagaglio di conoscenze maturato in anni di affiliazione mafiosa: minacce, intimidazioni, violenza e ricatti sono tutti elementi che possono aiutarlo nella difesa dei propri interessi e di quelli degli altri.
Hong Yu-chan è invece il classico avvocato che sta sempre dalla parte della povera gente. La professione è per lui prima di tutto una vocazione, un modo per stare al fianco dei più deboli, spesso in cause già compromesse contro le multinazionali. Non si arrende mai, anche quando tutto sembra perduto, non disdegna gli incarichi d’ufficio e cerca di aiutare i clienti anche fuori dal tribunale. Rappresenta insomma tutti i valori positivi legati a questo lavoro.
Yu-chan si trova spesso a combattere in tribunale con la figlia Cha-young, che rappresenta per molti versi la sua nemesi perfetta. Cha-young è infatti una giovane avvocata senza scrupoli e lavora per uno studio che protegge gli interessi di una multinazionale farmaceutica. Soldi e potere sono tutto per lei, che cerca di lasciare le questioni morali fuori dall’aula.
La modalità con cui la serie affronta la professione contribuisce a umanizzare un lavoro troppo spesso criticato.

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Vincenzo su Netflix: tra stereotipi e verità scomode

Come ogni serie TV straniera che si rispetti, anche Vincenzo su Netflix rappresenta l’Italia basandosi sui soliti stereotipi. La scena iniziale del primo episodio è emblematica: Vincenzo fa visita al capo di una famiglia rivale nella sua splendida villa in mezzo ai vigneti e viene accolto da un uomo barbuto, in camicia bianca e bretelle, che mangia spaghetti e beve vino. Manca davvero solo la classica macchia di sugo o, in alternativa, il tovagliolo avvolto al collo. A parte questa sequenza, l’utilizzo della nostra lingua da parte del protagonista non termina con l’arrivo in Corea e si rivela onesto e divertente. Ogni volta che impreca, giustamente, Vincenzo lo fa in italiano.
Stereotipi a parte, la serie si fa portatrice anche di messaggi più scomodi. In un dialogo piuttosto esplicito Cha-young rivela al giovane che Italia e Corea del Sud non sono poi così diverse. Se nel nostro Paese minacce, intimidazione e violenza sono appannaggio della mafia, nel suo questi metodi vengono utilizzati da tutti, comprese aziende e istituzioni. Non è raro, infatti, che anche grandi multinazionali abbiano sul proprio libro paga gang di teppisti a cui affidare il lavoro sporco.

Vincenzo su Netflix è una serie divertente e nel contempo capace di creare empatia. I personaggi sono sufficientemente sopra le righe da risultare simpatici e il protagonista è dotato di un carisma non indifferente. La serie è un must watch per chi ama i film coreani, ma anche un bel tuffo nelle atmosfere orientali per i neofiti. L’unico problema è la durata degli episodi: ce ne sono dieci e ognuno di essi dura un’ora e venti! Nonostante questo, però, ve lo consigliamo.

Nasce con Toriyama, cresce con Ohba e Obata, corre con Shintaro Kago. Un percorso molto più coerente di quello scolastico: liceo scientifico, Scienze della Comunicazione, tesi su Mission: Impossible, scuola di sceneggiatura. Marco ha scoperto di essere nerd per caso, nel momento in cui gli hanno detto che lo sei se sei appassionato di cose belle. Quando non è occupato a procrastinare l'entrata nel mondo del lavoro, fa sport che nessuno conosce e scrive racconti in cui uomini e gatti non arrivano mai alla fine.

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