Dark Phoenix è un film in cui trionfa l’estetica, la coralità ma soprattutto Jean Grey

Il nuovo capitolo della saga degli X-Men vede un debutto alla regia che suona come un degno encomio a colui che ne ha prodotti e scritti una buona parte: Simon Kinberg.
L’uomo dietro le quinte stavolta esce allo scoperto e si posiziona dietro la telecamera per dirigere X-Men – Dark Phoenix, un progetto con una gestazione particolarmente lunga, che finalmente vede la luce e la distribuzione nelle sale il 6 giugno 2019.

Siamo nel 1992, quasi dieci anni dopo i fatti avvenuti in X-Men – Apocalisse, e Dark Phoenix apre con i mutanti impegnati in una delicata missione di salvataggio nello Spazio, quando una gigantesca eruzione solare colpisce in pieno Jean Grey (Sophie Turner), scatenando pertanto la Fenice che è dentro di lei.

Da qui i fatti assumeranno pieghe (im)previste e poco liete per i mutanti, con Jean del tutto fuori controllo e gli X-Men costretti a correre ai ripari e confrontarsi con personaggi pericolosi e misteriosi come Lilandra (Jessica Chastain), ma soprattutto con l’obbligo e la necessità di far tornare Jean in sé.

Lei ci ucciderà tutti

Nel pieno stile della saga, ciò che rende X-Men – Dark Phoenix un film discreto, persino buono è la coralità, la compattezza di un cast straordinario in cui a fianco alla Fenice Turner figurano i soliti Charles Xavier (James McAvoy), Mystica (Jennifer Lawrence), Bestia (Nicholas Hoult), Ciclope (Tye Sheridan) e tutti gli altri, compreso Magneto (Michael Fassbender).

In un tempo condensato di circa 110 minuti (ormai poco per gli standard dei cinecomic), ogni personaggio ha comunque modo di prendersi la scena, mostrare la propria personalità, chiarire le proprie motivazioni per la sua discesa in campo. C’è chi si ravvede, chi agisce d’impulso, chi per vendetta, chi si fa soggiogare dal corso degli eventi: c’è spazio per tutti in un film adrenalinico che, salvo qualche passaggio iniziale, preclude l’accesso alla noia ma gioca sul ritmo serrato e sull’azione, senza dimenticare la psicologia dei personaggi.

Certo va da sé che, con la necessità attuale di concedere ampio minutaggio all’action, alla spettacolarità e ai combattimenti, l’interiorità a volte risulti un po’ abbozzata, ma possiamo chiudere un occhio se consideriamo che, dopo tanti film, la maggior parte dei protagonisti è stata scansionata a livello psicologico, mentre restiamo un po’ più scettici se pensiamo alle parole di Kinberg, che sostiene di aver sempre visto Dark Phoenix come il culmine narrativo dell’universo X-Men, affermazione che, aggiunta ai tanti dubbi sul futuro della saga dopo l’acquisizione della Disney, ci lascia un po’ l’amaro in bocca per l’assenza di un finale davvero epico, a prescindere che il destino degli X-Men sia o meno ineluttabile.

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Al netto di un grande e solido cast però, la principale pecca di X-Men: Dark Phoenix la ritroviamo nella mancanza di originalità narrativa. Pur senza voler sottolineare con la penna rossa una direzione da subito improntata verso un epilogo piuttosto preventivabile, il film sembra ripercorrere sentieri già tracciati dai precedenti, con i soliti conflitti interni tra i mutanti, con Xavier non sempre in grado di controllare la situazione (nonostante qui sia una montagna di muscoli a causa di Glass), e con Magneto sempre sospeso a metà tra bene e male.

In questo contesto però prende forma un personaggio imponente come quello di Jean Grey, eroina e villain allo stesso tempo. Guardando Sophie Turner sulla scena viene automatico ed immediato effettuare il paragone con un’altra ragazza dagli sconfinati poteri – peraltro ugualmente assorbiti – vista di recente sul grande schermo: Captain Marvel.

Ebbene, Fenice batte Captain Marvel, Jean Grey annienta Carol Danvers, Sophie Turner schiaccia Brie Larson. Come interpretazione del personaggio, performance, carisma e credibilità, la Turner è nettamente superiore alla collega, ma anche uscendo dal paragone possiamo senza dubbio affermare che una volta dismessi i panni di Sansa Stark e indossati quelli di Jean Grey, l’attrice non delude affatto, regalandoci una prova attoriale intensa e vivida, con una miscela di emozioni non del tutto semplici da portare sulla scena, compito che la Turner svolge al meglio.

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X-Women

Prosegue quindi la scia del girl power, e dopo Captain Marvel e alcune scene di forte simbolismo in Avengers: Endgame, la forza delle donne travolge anche Dark Phoenix, con la stessa Raven che ironizza su un possibile cambio di nome in X-Women.

Il girl power ovviamente non coinvolge solo i protagonisti positivi, ma si estende alla parte oscura con l’inserimento nella saga del già menzionato personaggio di Lilandra interpretato da Jessica Chastain. Un villain enigmatico e freddo, a cui si presta perfettamente la pelle candida dell’attrice di Sacramento e la sua chioma platino, con un trucco soltanto accennato che comunque non svilisce la sua fulgida bellezza.

A proposito di bellezza, è sull’estetica che Dark Phoenix gioca bene le sue carte, e in questo senso probabilmente è andato a favore di Kinberg lo slittamento dell’uscita, che gli ha permesso di lavorare meglio sugli effetti ed infatti ci vengono regalate alcune scene (come ad esempio quella del treno, che si vede già nel trailer) davvero sensazionali, come sono strepitose le musiche del solito Hans Zimmer, lui sì, un vero maestro dell’epica.

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Insomma, forse ci si aspettava qualcosa in più da questo X-Men: Dark Phoenix, ma sopperisce adeguatamente alle mancanze di uno script non del tutto efficace, con la coralità di un grande cast artistico e financo tecnico, ma soprattutto con una Jean Grey affascinante e carismatica come poche altre eroine del mondo Marvel.

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