Dopo sette anni dalla sua pubblicazione originale, arriva finalmente in Italia (grazie a Saldapress) la serie a fumetti Zero sceneggiata da Aleš Kot e disegnata da qualche decina di artiste e artisti differenti. Una spy-story non-lineare sul peso di rendersi conto di stare combattendo una guerra dal lato sbagliato della barricata.

Il lato positivo dell’esposizione di un autore o di un’autrice è che, col tempo e dopo aver tastato il terreno con i prodotti più recenti, si arriva finalmente a proporre quelli che universalmente vengono riconosciuti come “classici” di essi. Questo è lo scenario in cui, a distanza di quasi un decennio dall’uscita americana, arriva sugli scaffali italiani Zero, forse la serie più distintiva e famosa di Aleš Kot al di fuori dei nostri confini (e in parte anche internamente, dato il grande chiacchiericcio che ha sollevato negli anni nella comunità nostrane di appassionati e appassionate).  

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Dunque dopo Days Of Hate Il Nuovo Mondo il pubblico italiano ha finalmente la possibilità di immergersi nel lavoro più estremo e significativo prodotto dallo sceneggiatore americano di origine ceca, che dimostra la sua innata capacità di adattamento fin da Zero, il suo (quasi) debutto. Un pout-pourri di toni ed estetiche che si alternano come già abbiamo avuto modo di saggiare nei lavori precedentemente pubblicati ma che, qui, coesistono in una sola realtà dando vita a un’avventura di spionaggio che si sviluppa davanti a chi legge in modo casuale pescando dal passato senza curarsi della linea temporale e di una coerenza estetica che duri per tutto il volume. 

Il numero del principio

Come già anticipato, la narrazione di Zero coinvolge spie, terrorismo ed è – nel tipico stile dell’autore – l’occasione per snocciolare le sue idee politiche e ciò che pensa a riguardo di alcuni aspetti della società contemporanea (la gestione dell’emergenze e dei conflitti, l’insabbiamento dei rapporti tra organizzazioni terroristiche e governo e l’occupazione militare dei territori). Qui Kot mostra la sensibilità e la militanza che poi sviscererà anche nelle opere successive. L’impegno nel cercare di formulare critiche a ciò che non gli va bene nel mondo è certamente una cifra del suo lavoro, e in questa serie ciò si concretizza in modo forse ancor più dirompente che in altre. 

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Edward Zero, protagonista della serie, in questo primo volume di quattro ci porta nel suo mondo. Attraverso una sequenza narrativa che non rispetta quella temporale, di capitolo in capitolo viviamo una porzione della sua carriera da agente segreto iniziando a intuire – mano a mano che i dettagli si uniscono – che il nostro si è accorto di stare combattendo una guerra dalla parte più sbagliata possibile, ammesso che sia sensato combatterla. Il suo addestramento da bambino, un’imboscata nel covo del terrorista più ricercato del mondo e altri momenti diventando dunque l’occasione per Zero di ricordare – pochi istanti prima di morire – e di prendere coscienza e consapevolezza sulla vita. 

Il cognome della spia, oltre che dare il titolo all’opera, è poi uno strumento di lettura e comprensione molto utile per chi legge. Kot sembra quasi aver voluto creare un agente segreto che fosse la summa massima, il punto di origine, di tutte quelle icone radicatissime nella nostra cultura. Un personaggio che distilla James Bond e Jason Bourne per diventarne quasi il punto di partenza, anche quando vuol dire renderlo macchiettistico e apparentemente superficiale o poco ispirato. Edward è basilare perché è la base, per una scelta comunicativa ed evocativa precisa. 

Questo primo volume di Zero imbastisce i primi tracciati narrativi lasciando chi legge con il fiato sospeso per tutta la sua foliazione. Il salto da un anno all’altro con i personaggi che invecchiano e ringiovaniscono in poche pagine non disorienta né scoraggia, ma anzi è gestito in modo intelligente per via delle situazioni rappresentate. 

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L’arte della guerra

L’adattamento di tono che Aleš Kot utilizza come vero e proprio marchio di fabbrica, quando modella la sua costruzione narrativa in base all’estetica del disegnatore o della disegnatrice di turno, in Zero raggiunge la sua espressione massima. Ogni capitolo dell’intera serie, infatti, è affidato a un artista o un’artista particolare che scolpisce la trama condivisa nella sua maniera specifica.

Avremo quindi, ad esempio disegni più frenetici per raccontare un assalto in Medio Oriente e disegni più adatti a un da teen drama per raccontare i giorni dell’addestramento di Edward da adolescente. Tratto e impaginazione si coordinano quindi con la trama regolandosi a vicenda, mentre la colorazione e la progettazione grafica (univoche per tutta la serie) dettando il ritmo e scandiscono il leit-motiv di base.

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Per concludere, questo primo volume di Zero raggiunge l’obiettivo sperato in modo egregio. Un incipit che cattura chi legge e lo trasporta in una narrazione non-lineare sia narrativamente che esteticamente ma coesa e compiuta. Finalmente l’opera più completa di Kot è arrivata in Italia, e non possiamo che gioirne come lettori e lettrici di fumetti, come appassionati e appassionate di analisi politica (vi prometto che farete un sorriso quando scoprirete il cognome del maestro di Edward ndr.) e come persone.

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