Quello che (forse) non sapete del Giornalismo Videoludico

In questo periodo, soprattutto sui portali esteri, si sta generando una vorticosa attenzione riguardo il Giornalismo Videoludico, di come si sia evoluto – o devoluto – nel corso di questi ultimi anni e di come questo business sia sempre più soggetto a quelle politiche di mercato (ed editoriali) che in qualche modo sono andate a minare quelle che dovrebbero essere le due prerogative essenziali di questo lavoro: onestà e qualità. Sarà capitato anche a voi di leggere un articolo o una recensione in cui, in un certo qual modo, il parere del redattore di turno sembrava essere stato influenzato da fattori esterni, vuoi a causa di una somma di denaro (si sa, se una recensione è troppo lusinghiera il redattore è sicuramente un venduto), vuoi per un qualche accordo di advertising non proprio lampantel’articolo assume la forma di un contenuto pubblicitario più che un elaborato veritiero e onesto. In realtà è difficile stabilire chi, e in che modo, abbia smesso di fare realmente questo mestiere piegandosi completamente al volere di questa o quella software-house, cionondimeno il parossistico malcontento creatosi nell’utenza è in gran parte dovuto alla sua ignoranza (in senso buono) sui meccanismi base dell’editoria videoludica.
Oggi, in questo editoriale, vorrei aprire le porte della Redazione di Stay Nerd a chiunque fosse interessato a capire un po’ di più questo sistema, la mia più che una denuncia antipatica, vuole essere una condivisione, un modo per avvicinare lettore e redattore e – senza nessuna arroganza di sorta – offrire un contenuto a tema che sia realmente culturale. Sia chiaro, chi vi scrive come al solito non pensa di essere fautore di una verità assoluta e incontrovertibile, anzi il dibattito è quanto mai aperto ed apprezzato, proprio perché spesso è la mancanza di comunicazione – e fatemelo dire onestà – ad aver minato forse irreparabilmente il Giornalismo Videoludico.

Giornalismo Videoludico

Al di là dei click, al di là dei voti.

Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un articolo di Kotaku (che vi consiglio saldamente di leggere) in cui l’Editor in Chief si lamentava delle politiche di alcune software house, denunciando come le medesime avessero escluso completamente la testata, annullando così ogni possibile contatto di pubbliche relazioni e di conseguenza limitare coattivamente le possibilità di Kotaku di creare contenuti sui giochi da loro prodotti. Vedete a noi sostanzialmente non frega nulla di Kotaku, né siamo qui a perorare la loro causa, tuttavia quando persino un portale famoso ha di questi problemi è sintomatico di come effettivamente l’intera editoria non stia attraversando proprio un periodo roseo dal punto di vista, come già detto, della qualità e dell’onesta. Prima però facciamo un passo indietro, e torniamo alle nostre amate recensioni.
Come si pubblica una recensione? Per quanto la domanda possa sembrare stupida – e in effetti lo è – ci sono un gran numero di variabili da considerare. Perché se dall’esterno il tutto può ridursi ad un redattore intento a giocare il titolo per poi scriverne una recensione (e in linea di massima è così) tutto quello che avviene prima e dopo questi due eventi è fortemente influenzato da fattori esterni. Partiamo dalle basi, anzi dalle origini. Quando il nostro settore vedeva luce, internet non era ancora una consuetudine, per tanto l’unica forma di editoria possibile era quella su carta stampata. All’epoca gli sviluppatori più o meno di buon grado spedivano copie promozionali dei giochi in lavorazione, indipendentemente dallo stato d’avanzamento degli stessi, e lasciavano poi il compito di produrre articoli a tema alle varie testate giornalistiche. Fin qui nulla di strano.

Giornalismo Videoludico

Se considerate la mancanza di internet, dovete tenere presente anche che quella era anche una forma di pubblicità, che andava effettivamente al di là di quelle che poi sarebbero state le considerazioni del redattore. Insomma non c’era modo di pubblicare banner o video, e gli spazi realmente adibiti alla pubblicità erano pressoché risicati, di conseguenza il modo migliore per far parlare del proprio gioco era semplicemente attraverso news, anteprime e recensioni. Oggi, inutile spiegarvi nel dettaglio la cosa, è chiaro come gli articoli in sé siano diventati un mero orpello (spesso anche scomodo) a quell’enorme macchina d’avertising che viene messe in moto prima del lancio di un titolo. Ora, con i tempi in cui ci troviamo, con un mercato divenuto tra i più redditizi al mondo, le cose sono inesorabilmente cambiate. Facciamo un esempio, metti che sei un piccolo blog come il nostro, metti che tra le varie cose ti piace fare una critica sempre pungente ed onesta, metti anche che magari ne capisci veramente di videogiochi; come pensi possa essere il rapporto di pubbliche relazioni tra il sito in questione e le software-house? Difficile e anche ricco di contraddizioni.
Tornando alle recensioni, non sempre il tutto si può risolvere con un’equazione numerica, del tipo quel sito ha tot visite al mese, di conseguenza è un sito importante e riceverà sicuramente tutto il supporto di questo mondo. Basti pensare all’esempio di Kotaku di cui sopra, per rendersi conto di come la situazione sia molto più complessa.
In linea di massima il Direttore di ogni testata o blog si occupa di intraprendere rapporti con i PR delle società di sviluppo e distribuzione. Cosa fa praticamente? Per prima cosa cerca i contatti giusti (non pensiate sia così facile, non basta scrivere su Google “Indirizzo Email di Compagnia X”) e da lì inizia con una semplice Email conoscitiva, in cui sostanzialmente presenta il proprio sito, facendo appunto riferimento alle visite e alle prospettive di sviluppo, concludendo che il sito, in quanto portale d’informazione, è interessato a coprire al meglio, con articoli e recensioni, i giochi prodotti dalla Compagnia X. Da qui a immaginare il susseguirsi di email in cui la compagnia richiede un certo voto pagandolo una certa cifra, intercorrono diversi livelli di complottismo e stupidità. Sia chiaro non sto affatto negando la possibilità di quest’evenienza, solo non è così scontata come alcuni utenti sono portati a credere, del resto anche la società più ricca, non preferisce pagare dei redattori sconosciuti piuttosto che i propri dipendenti affinché svolgano un buon lavoro.

Giornalismo Videoludico

Prendendo per buono anche l’eccessiva avarizia di alcune compagnie, è chiaro come l’influenzare i voti di un gioco non sia il modo più remunerativo e veloce di fare i big money. Come funziona allora? Da quella semplice mail, partono tutta una serie di trattative (se così le vogliamo chiamare) in cui il public relator decide di supportare quel sito piuttosto che un altro. In questo senso, se è questa la carriera che volete intraprendere, meglio avere a bordo una persona capace. Perché vedete, per una compagnia è sempre un rischio affidare il proprio “gioco” alle mani di un qualsiasi redattore. Che sia per pura incompetenza o come si suol dire “per attirare click” nessuno vieta al redattore di turno di dare al fantomatico gioco X un voto pari a 1. Lo so, sembra ancora più complicato, e magari vi starete chiedendo, se proprio è così rischioso perché le software house continuano a supportare un certo numero di siti? In realtà quale siano le reali motivazioni delle società di sviluppo non ci è dato saperlo, ad essere sacrosanto è invece il concetto espresso prima (nonostante i cambiamenti dovuti ad internet) è che ogni sito è a prescindere da tutto una vetrina incredibile in cui farsi pubblicità. Vuoi per delle vere e proprie inserzioni, vuoi per il coverage di anteprime e news, ogni sito produce una quantità enorme di “informazioni” riguardo praticamente ogni titolo. Più una società elargisce materiale, più per forza di cose quel sito continuerà a parlare di quel gioco (si spera conservando la propria onestà intellettuale).

Il Marcio, l’onesto e tutto lo schifo.

Dov’è che allora inizia il marcio o, meglio, dove si nasconde? Quando gli interessi in ballo sono alti, quando il rapporto con una determinata società si intensifica, scattano collaborazioni che vanno al di là del semplice scambio di codici promozionali. Mi riferisco, ad esempio, della possibilità di inserire una citazione tratta dal sito in questione sulla copertina di un gioco. Sfido chiunque a non essere orgoglioso di avere questa possibilità. Immaginate di essere fan di Metal Gear Solid, o di Fallout e di trovare una vostra frase impressa indelebile e sempiterna sul retro del gioco. Non è cosa da poco no? Per arrivare a questi livelli, significa che in un certo qual modo la società (o chi per essa) si fida del lavoro di quel determinato sito e per tanto ne abbraccia (ciò non include necessariamente forme di pagamento) la filosofia editoriale. Se io produttore, so che quel determinato portale è sempre incline a dare voti alti o quantomeno parlare sempre bene dei titoli in questione, per forza di cose sarò più interessato a supportarlo. Si tratta semplicemente di un do ut des, senza per forza immaginare macchinazioni e complotti vari. Molto più superficialmente, quando vedete un voto troppo alto o troppo basso, probabilmente si tratta più di incompetenza che di altro.

Giornalismo Videoludico
A tutte le variabili di cui sopra, ne va aggiunta un’altra parimenti importante: gli embarghi. Quando si riceve da parte di un produttore una copia promo atta alla recensione dello stesso, si è quasi sempre soggetti ad un accordo di non divulgazione (NDA) che, tra le varie, fissa una data in cui l’articolo potrà essere pubblicato. Di base la cosa non è un male, se non fosse per il fatto che la data in questione è quasi sempre a ridosso dell’uscita, talvolta il giorno stesso. Se, almeno in teoria, una recensione (ma qui c’è tutto un dibattito) deve in qualche modo consigliare o sconsigliare l’acquisto di un gioco, il suo reale potere viene vanificato dal giorno stesso di pubblicazione, giorno in cui probabilmente tutti i probabili acquirenti sono già andati in negozio, riducendo l’articolo ad un mero esercizio di stile. Esercizio che – ahinoi – non sempre viene effettuato nella maniera più onesta e corretta. Le società, soprattutto quando si tratta di piccoli siti, hanno la cattiva abitudine di spedire la copia promo con grande ritardo, costringendo il redattore di turno a due opzioni: giocare il titolo in fretta (inficiando così la qualità dell’articolo) o restare fedele alla propria filosofia editoriale e slittare la recensione a quando tutti gli altri avranno già pubblicato e perdendo di conseguenza un buon numero di lettori. Per tanto pubblicare una recensione “in ritardo” rispetto ad altri portali, generalmente è indice che il gioco lo si è provato (questo non garantisce per forza di cose un voto onesto) allo stesso modo però, una recensione pubblicata a ridosso del D1 non è per forza di cose frettolosa. Difficile stabilire quanto tempo il redattore abbia avuto a disposizione; certo si può presumere che testate famose e affermate ricevano quasi sempre i titoli con largo anticipo, ma allo stesso tempo c’è da considerare la possibilità che questi portali effettivamente non siano sempre “critici” e tendano, per tutti i motivi elencati sopra, ad essere di manica larga e completamente politically correct per non scontentare nessuno.

Essere Rock and Roll

Sto forse dicendo che chi non è politicamente corretto, automaticamente è onesto? Purtroppo no. Qui entra in gioco la parte forse più subdola e disgustosa del Giornalismo Videoludico. Nel corso di questi ultimi anni, seguendo parimenti una delle mode di internet, il politically incorrect, si è fatto strada anche all’interno del giornalismo videoludico. La cosa è semplice, scrivere senza fronzoli, usare un linguaggio talvolta scurrile, inevitabilmente avvicina l’utenza – ignara del gioco d’astuzia – a quella determinata redazione, proprio perché in quel linguaggio vi si rispecchia. La cosa in realtà sarebbe anche bellissima, se non fosse rovinata dalla strumentalizzazione di questa forma di linguaggio per apparire poi ciò che non si è. Della serie chi è Rock and Roll non ha bisogno né di dimostrarlo e né di farlo notare in giro, lo è e basta.

Giornalismo Videoludico

Seguire – o meglio fare finta di seguire – una linea di pensiero anticonformista, è uno dei meccanismi più subdoli dell’informazione di settore. Ci si mette poco a prendere un argomento controverso e scrivere in favore della corrente di pensiero meno blasonata e attirare così proseliti e click come se non ci fosse un domani. La domanda è: chi scrive in un certo modo è  davvero sempre pronto a dar battaglia e a difendere la propria onestà intellettuale? Veramente è pronto a dissacrare ogni titolo e rovinare così i rapporti con le software house? Oppure utilizza questo strumento comunicativo per dimostrare di essere onesto ed affidabile, mentre poi si comporta come il solito sito da due soldi pronto a piegarsi alle leggi di mercato? Perché vedete è sempre facile scrivere cose come “Tolkien è una merda” e “Il Signore degli Anelli è ridicolo” per sembrare anticonformisti, ma la pura e semplice verità è che scrivendo una cosa del genere (prima di tutto bisognerebbe motivarla) non si fa male a nessuno, non si combatte nessuna reale battaglia per l’editoria, semplicemente si spara cazzate per far rumore. Vi siete mai chiesti perché tutti si lamentano dell’editoria videoludica (soprattutto sui social network) ma nessuna rivista, sito o blog che sia (soprattutto in Italia) tratta realmente l’argomento? Lasciando a noi poveri “blogger poco famosi” quest’arduo compito? O forse siamo gli unici a vedere del marcio intorno a noi?
Questo ovviamente non sta noi a dirlo, né ci interessa farlo. Solo anche in questo caso si è voluto offrire uno specchio più ampio di riflessione, un terreno di confronto su cui effettivamente confrontarsi.

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