Un’analisi dei valori delle pellicole del regista americano in relazione al contesto culturale odierno.

Ci sono tre tipi di persone, a questo mondo: le pecore, i lupi, e i cani da pastore. Ci sono persone che preferiscono credere che nel mondo il male non esiste, e se mai si affacciasse alla loro porta, non saprebbero come proteggersi: quelle sono le pecore. Poi ci sono i predatori, che usano la violenza per sopraffare i deboli: quelli sono i lupi. Infine ci sono quelli a cui dio ha donato la capacità di aggredire e il bisogno incontenibile di difendere il gregge. Questi individui sono una specie rara, nata per affrontare i lupi: sono i cani da pastore.”

È con queste poche, concise ma significative parole che il padre di Chris Kyle, il protagonista dello splendido American Sniper di Clint Eastwood, descrive ai figli la sua personale visione del mondo, ed è sulla base di queste convinzioni morali e politiche che crescerà il futuro cecchino più famoso d’america. Cercando di cogliere il portato ideologico della pellicola a circa cinque anni di distanza dalla sua pubblicazione, emerge con chiarezza la straordinaria capacità del regista americano di intercettare e prevedere con un certo anticipo le future pulsioni e narrazioni dominanti delle realtà più conservatrici dell’occidente culturale, dal nuovo Brasile reazionario agli USA di Trump, passando per un’Italia a trazione salviniana e svariate “democrazie illiberali” europee, dalla Polonia all’Ungheria. Nella visione del padre di Chris, e con una certa evidenza anche nella prospettiva di Clint Eastwood, la natura malvagia o eroica dell’uomo è genetica, presente in quanto istinto primordiale dell’individuo, e ci aiuta a distinguere gli assolutamente buoni dagli assolutamente cattivi.

Nella metafora del pascolo e del gregge, le uniche a non comportarsi naturalmente sono dunque le pecore: incapaci di vedere il mondo per come è realmente, accecate dalla loro voglia di elevarsi verso qualcosa di superiore, si rifiutano di prendere scelte coraggiose o difficili, negando l’esistenza del male stesso. Se tutto questo vi ricorda qualcosa, è perché di questa narrazione siamo stati letteralmente inondati digitalmente, negli ultimi anni: “buonista”, “radical chic”, “commentatore da salotto” e “comunista col rolex” sono solo alcuni dei numerosi epiteti ironici utilizzati contro le opposizioni da molte delle realtà politiche più conservatrici e reazionarie dell’occidente. E lo stesso regista, oggi, sposa queste posizioni.

Nella filmografia dell’ultimo decennio del regista americano non mancano neanche narrazioni relative al fallimento dell’élite accademica, tecnica e politica contro la forza di volontà popolare e la capacità di sporcarsi le mani di chi “lavora davvero”, invece di “pensare”. In Sully, infatti, Eastwood sfrutta un altro fatto di cronaca per processare (e assolvere) il coraggio e l’eroismo individuale contro la freddezza calcolatrice e disumana degli “esperti”. La storia del capitano Sully si conclude con una sua vittoria sul tribunale istituzionale che lo accusava di inadempienza durante il pericoloso atterraggio narrato nella pellicola: 39 anni di esperienza sul campo contro simulazioni al computer e in aperta divergenza con le opinioni di commissioni politiche inesperte, o quando tecniche comunque quasi sempre prive di conoscenza diretta della materia. Ritorna, stavolta da una prospettiva inversa della direzione del potere (deboli contro potenti), un tema che dall’anno successivo alla pubblicazione (2016) sarebbe diventato dominante nei media e nell’opinione pubblica almeno quanto l’immigrazione e il pericolo rappresentato dalle nuove minoranze: le élite economiche e globali che mettono in crisi l’agire dell’individuo, la sua libertà di avere un impatto sulla società. Si pensi, nel nostro caso, all’uso di termini come “governi tecnici” e “burocrati di Bruxelles” come artifici retorici per la disumanizzazione o spersonalizzazione del contestatore politico o ideologico.

Al contrario di quanto fatto con pellicole più retoriche, dall’inferiore qualità registica e dall’approccio patetico (cioè costruite per generare reazioni immediate e semplici, banali, istintive), nelle opere di Eastwood questi messaggi non sono né assoluti, né imposti allo spettatore come unico tema portante, e dunque come singola motivazione della visione. Con il gusto che spesso contraddistingue le sue opere, American Sniper, Sully o il recente 15:17 Paris raccontano anche storie decisamente umane, drammi e dubbi espressi regolarmente dai vari protagonisti delle sue pellicole, che permettono di empatizzare con queste figure in primis perché a noi vicine a livello emotivo, e solo successivamente, eventualmente, per vicinanza ideologica. La potenza del messaggio di ognuno di questi film risiede proprio in questa apparente leggerezza contenutistica, mai totalizzante nei confronti dell’opera ma sempre sottintesa, una sorta di sinossi culturale della sceneggiatura che viene abilmente e forse inconsapevolmente nascosta dalla grande qualità del racconto e della regia, senza mai scomparire del tutto.

La straordinaria funzionalità di queste tecniche narrative, non per forza esplicitamente programmate ma che al contrario emergono implicitamente a ogni nuova creazione (che sia cinematografica o meno), sembra mancare completamente alle voci contrarie a queste tendenze culturali, nel panorama mainstream. Dal punto di vista delle grandi produzioni hollywoodiane, negli ultimi anni l’obiettivo maggiore delle posizioni alternative a queste narrazioni culturali è stato quello di concentrarsi sul ruolo della donna e delle altre minoranze, raggiungendo risultati (a livello di riconoscimento) brillanti: Moonlight, Spotlight, Green Book, The Shape of water, 12 anni schiavo. Eppure, se non in alcuni frangenti del terzo lungometraggio di Steve McQueen, raramente troviamo in queste o altre opere dal grande appeal mediatico riflessioni strutturali sui rapporti di potere in gioco che generano le ingiustizie che quelle stesse pellicole desiderano criticare.

La sensazione è che non ci sia stato un fenomeno culturale di massa, nel mondo del cinema, che abbia saputo dimostrare, recuperando la metafora con cui ho aperto l’articolo, l’errore nell’equazione espressa dal padre di Chris Kyle: tra cani, pecore e lupi, nessuno tiene conto del pastore. Qual è il suo ruolo, nella società di oggi? Colui che governa, gestisce e controlla le pecore, come e perché utilizza i cani? Fuor di metafora, quali sono i poteri più rilevanti oggi, da cui questi uomini “con l’istinto incontenibile di difendere i deboli” dovrebbero proteggerci?

Potrà sembrare paradossale che un’industria così arretrata dal punto di vista dei diritti dei lavoratori ci sia riuscita, ma se guardiamo alla sceneggiatura di opere come Red Dead Redemption II, possiamo notare che, sebbene a fatica, persino nel settore videoludico si stiano iniziando a inserire questo genere di narrazioni: il Male, quello più calcolatore, disumano e cinico, è rappresentato da quel profitto ingordo e incontrollato che vuole distruggere le microsocietà del vecchio West, con una sorta di gentrificazione ante-litteram fortemente osteggiata dalle classi sociali più povere delle vaste praterie statunitensi.

Data dunque l’esistenza di opere di puro intrattenimento che abbiano questi sottotesti culturali, unita alla capacità dei grandi studi di venderla e farla apprezzare al grande pubblico, qual è l’elemento che rende impossibile oggi riproporre in chiave moderna qualcosa di simile? Senza dover recuperare Rosi (Uomini Contro), Bellocchio (Sbatti il mostro in prima pagina) o Lina Wertmuller (Mimì metallurgico ferito nell’onore), il cinema progressista riesce solo a reagire, senza mai attaccare? Hollywood si limita a riaffermare principi scontati, per quanto validi e legittimi, mentre altrove si trovano nuove, grandi storie umane e sociali da raccontare secondo lenti utili alle loro narrazioni di riferimento. Per quanto rilevanti, invece di partire dalle premiazioni agli Oscar, forse gli autori e le personalità contrarie a questo periodo di deriva culturale dovrebbero prendere spunto da Eastwood, uscire dal recinto e andare direttamente a caccia del lupo, affrontare i problemi alla radice, e non cercare di soffocarli, riaffermando valori positivi senza però poterli davvero comunicare e diffondere. E chissà, una volta trovatisi a tu per tu con il lupo, magari capirebbero entrambi che solo sbranando il pastore avranno un po’ di vera libertà.

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