Cosplay e il movimento del body positivity

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personaggi di fantasia possono essere un conforto, un’ispirazione, un idolo in cui rivedersi. Con il cosplay, migliaia di appassionati in tutto il mondo assorbono momentaneamente l’identità del loro personaggio preferito, vestendo i suoi abiti, movenze e ideali. C’è chi lo fa per escapismo, c’è chi lo fa per lavoro, c’è chi si cimenta in questo hobby semplicemente perché trova esteticamente attraente il design di un certo personaggio; chi ci investe quantità ingenti di denaro, chi lo commissiona a sarti esperti, chi lo fa in casa e chi si accontenta di un cosplay minimal. Tutto in nome della passione, per quella voglia di trovare una community con cui condividerla e che sappia apprezzarla.

Questa forma d’arte può essere incredibilmente liberatoria. Io stessa, anni fa, ho avuto una breve esperienza con il cosplay, con Yona, e nonostante non abbia più ripetuto l’esperienza ricordo con affetto quei momenti in cui potevo impersonare qualcuno che vedevo come più aggraziato e capace di me, qualcuno che incarnava ideali ammirevoli e li metteva in pratica, che superava qualsiasi sfida senza l’uso della forza ma con la propria determinazione e perseveranza. Per molte persone, fare cosplay vuol dire avere una scusa per tirare fuori dai reconditi del proprio animo qualità che pensiamo non ci appartengono, ma che rivediamo nel nostro personaggio preferito.

Non solo: spesso si vestono i panni di qualcuno che sentiamo vicino per delle esperienze di vita simili – metaforiche o meno – o che ci assomigliano, che ci fanno sentire rappresentati, “visti”. Possiamo imparare ad amarci amando quei personaggi, proiettando su di noi l’ammirazione che proviamo per esso, nonostante abbia magari delle caratteristiche – fisiche o di altro tipo – che però non ci fanno piacere vedere allo specchio. Il cosplay, per alcuni, è stato una via di fuga: un modo per iniziare a vedersi in maniera differente e, magari, accettarsi un po’ di più.

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Cosplay e bullismo: biglietto di sola andata verso body-shaming e slut-shaming

Purtroppo, come molte cose della vita, anche il cosplay ha i suoi lati negativi. Nonostante possa essere un medium per imparare ad accettarsi, il cosplay necessita per definizione di mostrarsi al mondo e, così facendo, causa l’effetto contrario. In un’epoca dove il bullismo viene controllato ancora troppo poco, sulle piattaforme web è un fenomeno che ha preso sempre più piede, coadiuvato anche dall’anonimato che molti social media forniscono ai propri utenti. Ed ecco che orde di “fan” lasciano commenti ben poco adulatori sui profili dei cosplayer – spesso scusando insulti e frecciate a quelli che considerano difetti fisici con un semplice amore per l’accuratezza. Il cosplay è, quindi, un medium che passa dall’essere una via di fuga dalla realtà ad un fenomeno che sottolinea i fin troppo presenti problemi sociali del nostro mondo.

Il body shaming è una questione rampante e pericolosa, che può portare a depressione, disturbi mentali e alimentari o peggio. Bisogna sempre stare attenti a cosa si scrive: non si sa mai come la persona dall’altra parte dello schermo potrebbe interpretare un commento – specialmente se quest’ultimo è un in insulto cafone fatto e finito. Comparare personaggi di finzione – specialmente se in 2D – a chi li sta impersonando aspettandosi una rappresentazione 1:1 è sempre dannoso: bisognerebbe ricordarsi che i primi sono inventati e idealizzati, in contrasto con la persona in carne e ossa che fin troppo spesso viene messa sotto il microscopio. Ovviamente, chi soffre di più di questi atteggiamenti, manco a dirlo, sono donne.

Sessualizzazione e misoginia: donne e cosplay

Purtroppo, le donne sono la categoria più sensibile a questo tipo di body-policing. La società ha sempre avuto la pretesa di decidere come potessero apparire o presentarsi e, in un contesto dove il fulcro è mettersi in mostra, l’opportunità viene presentata su un piatto d’argento. Partendo dalle classiche battute sul come una donna che fa cosplay lo fa solamente per attirare lo sguardo maschile, si passa al gatekeeping – mettendo in discussione l’essere “vera fan” abbastanza per essere degna di fare cosplay – e cascando, come sempre, sulla sessualizzazione delle cosplayer. Non si è mai abbastanza magre, voluttuose, alte, basse, con gli occhi del giusto colore, la pelle abbastanza perfetta. E, se invece lo si è, allora si sta solamente cercando attenzioni maschili.

È innegabile che nel mondo del cosplay, specialmente se incentrato su prodotti anime e manga, serpeggi una misoginia rampante. Solitamente, viene da uomini occidentali – ma anche gli asiatici non scherzano – che vedono invadere una nicchia che consideravano “loro” da una folla sempre più diversificata di persone e che, nel loro territorialismo, cadano nel gatekeeping.

Lo dico da fan di anime e manga: nonostante questi medium abbiano sfornato personaggi femminili con i controfiocchi, si tratta perlopiù di una minoranza. Specialmente per quanto riguarda i battle-shōnen o gli harem-romcom, i prodotti più popolari in Occidente, la varietà di personaggi femminili lascia parecchio a desiderare. Questi generi puntano, solitamente, ad attirare le attenzioni del pubblico maschile con personaggi iper-sessualizzati, provocanti; spesso carini e sottomessi, altre volte un po’ peperini – giusto per non annoiare troppo. Si vanno quindi a creare personaggi che ricalcano perfettamente determinati ideali maschilisti. Il pubblico che attirano tende a proiettare sulle persone in carne e ossa il possesso e la “disponibilità” che esercitano sui personaggi di finzione – andando a sfociare in atti misogini come molestie verbali o fisiche, come purtroppo spesso accade a molte fiere del fumetto o comic-con in giro per il mondo.

Se le donne sono una delle categorie sensibili, poi, le donne di colore lo sono alla massima potenza. Le cosplayer di colore subiscono commenti e molestie sia di natura misogina che razziale.

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Cross-race cosplay: è appropriazione culturale?

Ci sono molteplici polemiche che riguardano il cross-race cosplay, ovvero fare cosplay di un personaggio di etnia diversa dalla propria. C’è una certa dose di presunzione da parte del fandom occidentale, che si arroga il diritto di fare cosplay di qualunque personaggio mettendo al contempo dei paletti per i cosplayer di colore. “Il cosplay è per tutti” è una frase dagli ammirevoli intenti, ma che troppo spesso viene utilizzata per nascondersi dietro un dito ed evitare le proprie responsabilità. Ci sono problemi se un cosplayer bianco vuole travestirsi da personaggi di altre etnie? No, è quello che si è sempre fatto. Il problema sorge quando si sconfina in atti e stereotipi razzisti – come blackface e appropriazione culturale. C’è una linea tra l’essere fedeli al personaggio e usare un’intera cultura o religione come se fosse un costume. Nell’ultimo caso, si sta usando la pelle del personaggio di colore quasi come una fantasia animalier, da indossare quando fa comodo per poi toglierla, usandola per il suo essere esotico senza mai dover subire i riscontri negativi che persone come quel personaggio vivono ogni giorno.

Ci sono sicuramente alcuni aspetti che risultano spinosi sempre e comunque, come la questione delle acconciature afro. Tecnicamente, per essere fedele al personaggio, bisognerebbe replicare anche quelle; tuttavia, esse hanno spesso un profondo significato culturale (o religioso). Bisognerebbe andare caso per caso o, per evitare disastri, si potrebbe chiedere il consiglio di qualcuno che appartiene alla stessa etnia del personaggio che si desidera impersonare – imparando qualcosa di nuovo durante il processo. Ci sono delle cose che possono e devono essere tralasciate in un cosplay. Se l’esempio della blackface non vi risulta abbastanza personale, basta pensarci: che reazione potrebbe scatenare una cosplayer dalla pelle scura che usa del cerone per travestirsi da Sailor Moon? Se vi piace dipingervi la pelle per fare cosplay, meglio limitarsi a personaggi che non hanno un riscontro nella realtà, come la la carnagione rosa di Mina Ashido (My Hero Academia) o quella verde iconica di Hulk.

Cosplayer POC e i doppi standard

Troppo spesso, poi, si usano dei doppi standard quando si tratta di cosplayer di colore – specialmente di etnia africana. Gli artisti vengono purtroppo sminuiti, spesso con insulti razzisti, venendo ridotti a “la versione nera di (inserire personaggio)” – cosa che ovviamente non accade per i colleghi caucasici. Sembra trasparire una volontà da “ognuno nel proprio seminato”, come se questi artisti possano travestirsi solamente da personaggi aventi la loro stessa etnia.

Tuttavia, nel tentativo di mettere paletti al prossimo, si mettono anche a sé stessi. La stragrande maggioranza di personaggi nel mondo anime/manga è asiatica. Forse può passare in sordina, visto che i design dei personaggi incarnano ideali di bellezza che si accostano con il modello caucasico – ovvero occhi grandi, pelle bianca, capelli colorati, etc, I personaggi di provenienza occidentale sono decisamente più presenti, ma sono comunque una minoranza; insomma, ci si sta tirando la zappa sui piedi e basta.

Anche volendo, la rosa di personaggi dalla pelle scura da cui scegliere, specialmente in ambito anime/manga, non è per niente ampia. Dal momento, poi, che i personaggi di colore hanno una rappresentazione spesso dannosa, che alimenta stereotipi – come nel caso di Popo (Dragon Ball) – è capitato che anche la comunità POC diventasse particolarmente protettiva dei pochi personaggi POC, accusando i cosplayer occidentali di white-washing. Tuttavia, fare gatekeeping è dannoso da ambo i versi e a imporre regole e limiti si finisce per soffrirne da entrambe le parti.

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La chiave è educarsi con una mente aperta

“Il cosplay è per tutti” è un motto che deve essere applicato universalmente, altrimenti si incappano in doppi standard e comportamenti dannosi. Bisogna fare uno sforzo di comunità per elevare questa forma d’arte anche e soprattutto per quanto riguarda il suo pubblico. Il movimento del body-positivity sembra aver trovato terreno fertile nel mondo del cosplay, con cosplayer che si ispirano a vicenda e, di ritorno, incoraggiano il loro pubblico ad amarsi e accettarsi così come si è. Non solo dal punto di vista strettamente fisico: il cosplay è sempre stata un’arte che testava e esplorava i limiti dei ruoli di genere, con artisti noti per impersonare versioni gender-bend dei loro personaggi preferiti.

È palese che ci sia ancora molto lavoro da fare in materia di accettazione del prossimo. Spesso la linea che divide la fedeltà al design di un personaggio all’appropriazione culturale è talmente fina che non si vede. A mio parere, la chiave è approcciarsi al problema con una mente aperta e rispettosa: informarsi su quello che si sta facendo, cosa del design è legato ad una cultura piuttosto che al singolo personaggio e impariamo le giuste differenze. Esempio: volete impersonare un personaggio indiano? Nessun problema, ma magari non indossate un bindi. Può capitare di sbagliare, anche con le migliori intenzioni; in tal caso, basterà scusarsi e porre rimedio al proprio comportamento. Siamo umani e, specialmente in un contesto di globalizzazione, anche nel mondo del cosplay non si smette mai di imparare.

Originaria dei colli euganei, ora divide la sua vita tra la propria terra natia e Venezia, dove studia lingua e cultura giapponese all’università di Ca’ Foscari. Venuta al mondo nell’inverno del ’97, il freddo sembra non lasciarla mai e la si può vedere spesso spuntare sotto vari strati di vestiti e coperte. Quando non è impegnata a lottare per la propria sopravvivenza tra lavoretti e una lingua che non ricambia il suo amore, il suo passatempo preferito è scoprire nuove serie tv, anime o libri da iniettarsi in endovena. È una circense ansiosa che cerca di mantenere l’equilibrio tra il divulgare le proprie passioni ad amici e conoscenti e non rompere l’anima al prossimo; ma in caso sia troppo molesta la si può facilmente zittire con articoli di cancelleria e quaderni nuovi. Recentemente sta ampliando la sua cultura nerd anche alla Corea e alla Cina.