Rappresentazione buona e… meno buona – l’omofobia negli anime e manga

Al giorno d’oggi, la rappresentazione ha fatto passi da gigante nei vari media. L’aiuto di prodotti d’intrattenimento su grande e piccolo schermo è fondamentale per smentire stereotipi negativi e fallaci, in più di un contesto: dalle disabilità, al colore della pelle, passando per il genere e finendo con l’orientamento sessuale. Tuttavia, non sempre certe realtà vengono trattate con il dovuto rispetto e una cattiva rappresentazione fa più danni che altro, alimentando luoghi comuni e chi più ne ha più ne metta. Omofobia e anime e manga, purtroppo, hanno un lungo trascorso che, sebbene stia perdendo trazione, non sembra volersi arrestare del tutto. Oggi, in occasione della giornata contro l’omotransfobia, andremo a discutere proprio di questo medium e del suo rapporto altalenante con la comunità LGBTQ+.

omofobia anime manga

Omofobia negli di anime e manga: una comicità facilona, grottesca e bigotta

Per quanto concerne il mondo degli anime e manga, l’omofobia può essere interna o esterna al prodotto. L’omofobia “interna”, per mancanza di termini più calzanti, è quella insita nella sceneggiatura stessa dell’anime. Questo si traduce in personaggi LGBTQ+, solitamente uomini omosessuali o donne transgender, fortemente stereotipati, ridotti a macchiette estremizzate fino all’inverosimile. Spessissimo queste due categorie vengono prese in giro costantemente, dipingendo i primi come femminei, esili, dal facile melodramma, mentre le seconde come l’esatto contrario: grottesche, a volte mostruose. Un elemento che accomuna entrambi è essere dipinti come predatori sessuali, molestatori o stupratori; il tutto sempre incorniciato, però, dalla comicità. Deve fare repulsione, ma anche strapparti una risata: ecco il paradosso raccapricciante di cui sono purtroppo vittime fin troppo spesso i personaggi LGBTQ+ negli anime.

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L’impatto di One Piece e la normalizzazione delle caricature

Uno dei maggiori contribuenti a all’omofobia negli anime e manga è purtroppo il fumetto più venduto in Giappone, ovvero One Piece. Da fan è veramente dura vedere uno dei propri prodotti preferiti cadere così in basso sotto certi aspetti, ma è giusto sottolineare quanto, effettivamente, un prodotto avente il calibro e la portata di One Piece possa fare danni se “usato” nel modo sbagliato. L’opera magna di Eiichiro Oda, infatti, viene pubblicata ininterrottamente da quasi 25 anni ed ha una presa sul pubblico giapponese che non può essere rivaleggiata da nessun altro manga. Sarebbe ridondante, quindi, sottolineare quanto sia influente.

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Durante la trama viene fatta più volte mostra di personaggi dai toni inconfondibilmente queer: figure del calibro di Bentham (Mr. 2 Bon Clay)e Ivankov sono stati essenziali nella trama, ma non per questo meno macchiettistici. Sia loro che gli abitanti di Momoiro – isola su cui Ivankow regna, popolata da persone transgender – vengono disegnate volutamente mascoline, con barba e peli, menti sporgenti, trucco e abiti da drag queen. Le loro fattezze vengono usate come spunto comico, perché sono talmente mostruose ed esagerate da essere raccapriccianti e i loro doppiatori sono uomini che imitano una vocina da donna.

Quando Sanji finirà a vivere sulla suddetta isola, i suoi abitanti lo inseguiranno, cercando di infilargli a forza vestiti da donna e molestandolo in continuazione, fino a fargli sviluppare un vero e proprio trauma. Spessissimo viene usato proprio Sanji per calcare sulla gag di “donna transessuale come non vera donna”, facendolo costantemente cozzare con questo tipo di personaggi ed esibendo un comportamento transfobico – che esisteva ancora prima del timeskip. Un fumetto come One Piece, che si è fatto portatore di messaggi come l’uguaglianza, la lotta contro al razzismo e alla discriminazione, non fa decisamente bella figura quando decide di usare minoranze come continue vittime di prese in giro e discriminazioni a fine comico.

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C’è da dire che sia Ivankov che Bentham sono personaggi di per sé ben costruiti, forti ed intelligenti, profondi e con che danno un contributo fondamentale alla trama. Non c’è, insomma, un intento esclusivamente malvagio dietro alla loro rappresentazione; ma è innegabile che sia nondimeno dannosa. Recentemente sembra che l’autore si sia reso conto degli esiti del suo operato, perché sono stati introdotti alcuni personaggi che si discostano molto dalle rappresentazioni precedenti. Una fra tutti è la spadaccina Kikunojo, membro dei Foderi Rossi e canonicamente una donna transgender che finalmente viene trattata con rispetto sia nella sua caratterizzazione che nel suo design. Speriamo che Oda decida di mantenere questo tipo di approccio: anche se è difficile porre rimedio a più di vent’anni di stereotipi, non è mai troppo tardi per crescere e imparare.

Okama: gay, drag queen, transgender – che confusione!

Uno degli ostacoli più grandi che la rappresentazione LGBTQ+ negli anime deve affrontare è la mancanza, a livello linguistico e sociale, di termini e concetti atti a identificare determinate realtà. Anche in Italia avevamo un problema simile fino a poco tempo fa, ma recentemente concetti come identità di genere, sessualità, transizione e la distinzione tra la sfera romantica e quella sessuale stanno lentamente iniziando a comparire nel nostro parlato. In Giappone la situazione è un po’ diversa: ci sono i classici anglicismi, come gay e lesbian, ma spesso si preferisce fare un giro di parole… O peggio ancora. In giapponese esiste la parola okama che, oltre all’accezione spregiativa, è dannosa anche perché fa un mischione di vari concetti che quindi non trovano più una separazione l’uno dall’altro.

Questa parola, infatti, può voler significare molte cose: uomo omosessuale, drag queen, donna transgender… tutte realtà che trovano un comune denominatore – almeno secondo chi usa questa parola – nel lato femminile di un uomo portato al suo estremo. Tutto questo, ovviamente, viene visto con una luce negativa e ridicolizzato all’inverosimile. Per fare un paragone con l’italiano, sarebbe l’equivalente di “fr*cio”. L’omofobia negli anime e manga spesso si manifesta tramite l’utilizzo indiscriminato di questa parola, che oltre ad essere bullismo causa ancora più confusione nella mente di chi guarda.

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L’omofobia negli anime e manga e l’invasione delle “trap”

Anche dall’altro lato dell’oceano si è vista la nascita di una parola; in questo caso è “trap”, ovvero “trappola” in inglese. Questa parola, nello slang dell’internet, viene utilizzata per descrivere persone di sesso maschile che vengono scambiate per persone di sesso femminile aventi spesso sembianze androgine. Un esempio potrebbe essere Totsuka Saika di Oregairu: in questo caso è doppiamente “trap”, perché sia il fan che guarda lo show che lo stesso protagonista continuano ad essere attratti da lui, ricordandosi all’ultimo momento che, per quanto carino, rimane un uomo. Come per okama, anche trap è una parola che crea confusione: mischia in sé androgino, transgender (MTF) e femminile – in un contesto in cui già il fan medio non mastica proprio bene di terminologia LGBTQ+. Tutto ciò, comunque, viene sempre visto avere un fine predatorio, come se ci fosse un intento sessuale dietro. La verità è che, che siano androgini, particolarmente femminei o transgender, questo personaggi non appaiono così di loro sponte, per “attirare” il povero maschio di turno e ingannarlo: è una deliberata decisione dell’autore, sia di disegnarli così che di impostare la gag in quella maniera – di vederci, insomma, un pericolo.

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L’handicap del binarismo nella società si riflette sui suoi prodotti di intrattenimento

Un’altra istanza dove sia la società giapponese che quella italiana zoppica è quella del binarismo in tutto e per tutto: se non è questo, è quest’altro – senza via di mezzo. Questo comporta delle difficoltà enormi nel comprendere le zone grigie che sono tra questi due estremi. Un esempio potrebbe essere la rosa estremamente ridotta di orientamenti sessuali “comprensibili”: se non si è etero, allora si è per forza di cose lesbica/gay. La bisessualità e la pansessualità sono concetti alieni, grigi, difficili da capire e quindi estremamente stereotipati. Non parliamo poi dell’asessualità o dell’aromanticismo, concetti ancora di nicchia persino in società più aperte della nostra. Come già detto, la rappresentazione è particolarmente importante per realtà marginalizzate, in questo caso persino all’interno della stessa comunità LGBTQ+. Fortunatamente, di recente sempre più personaggi stanno rivendicando le loro identità, contribuendone allo sdoganamento. Alcuni esempi possono essere Qualcuno (Dareka-san) di Oltre le Onde – che fa un viaggio alla scoperta di sé e si identifica come asessuale e Ryusui (Doctor Stone) che dichiara con orgoglio la propria bisessualità.

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L’omofobia negli anime e manga: censura, censura, censura!

L’omofobia “esterna” agli anime e manga sarebbe il tipo di discriminazione che non è legata alla sceneggiatura della trama, ma a fattori sociali come la censura. Moltissime opere ne sono state vittime, specialmente quando si trattava di portare il prodotto ai lidi occidentali. Una delle vittime più colpite di questa pratica è stato Sailor Moon. È diventato celebre l’adattamento che voleva censurare la relazione omosessuale di Sailor Neptune e Sailor Uranus, facendole passare per cugine – e fallendo miseramente. È stato anche censurata l’identità di genere di quest’ultima, facendola passare per una semplice ragazza maschiaccio quando in realtà è canonicamente bigender; per non parlare poi del trio Threelights, canonicamente transgender ma che per volere della censura, quando si trasformavano, “richiamavano” dallo spazio le loro sorelle gemelle. Da mettersi le mani nei capelli.

sailor moon lesbians

Un altro prodotto martoriato dalla censura è stato Cardcaptor Sakura, che è arrivato ai lidi americani quasi irriconoscibile sotto moltissimi aspetti. Dal lato dalla rappresentazione, è stata asportata chirurgicamente sia l’infatuazione di Tomoyo per la protagonista che la relazione tra Yukito e Toya, per non parlare della cotta che Syaoran aveva per lo stesso Yukito, nonostante fosse decisamente più grande di lui e per di più un uomo.

ccs yukito touya

In generale, la lingua giapponese preferisce esprimersi tramite metafore, allusioni, giri di parole. Evita, insomma, una dichiarazione diretta – come per esempio “io sono gay” – anche per una questione di regole sociali e di conversazione non scritte. Questo gioco di detto e non detto – che si può ricondurre al concetto di tatemae e honne – a volte è difficile da trasporre in una lingua dalla comunicazione molto più diretta come quella inglese. Questo può significare che se ci fosse la volontà di ignorare deliberatamente alcune sfumature lo si potrebbe benissimo fare senza troppa fatica, riuscendo comunque a confezionare una traduzione comprensibile e accettabile per i più. Sta tutto nel saper cogliere il vero significato e – soprattutto – a volerlo trasmettere.

L’omofobia negli anime e manga oggi: la moda del queerbaiting

Come siamo messi oggi per quanto riguarda l’omofobia negli anime e manga? Sicuramente meglio sotto certi aspetti: è diventato molto più facile trovare personaggi canonicamente appartenerti alla comunità arcobaleno. In realtà ce ne sono sempre stati, sin dalla nascita del fumetto giapponese, ma erano molto più sottintesi e censurati. Oggi fortunatamente la situazione sta migliorando. Di riflesso, però, sta prendendo sempre più piede il fenomeno del queerbaiting, ovvero un “adescamento” rivolto alle persone queer. Consiste nel codificare un dato personaggio o una relazione come queer, per attirare al proprio prodotto un certo tipo di pubblico, per poi ritirare la mano – non rendendo mai canonico quell’elemento che avevano usato come esca. Accuse di questa pratica sono state rivolte a Yuri On Ice!! dove, sebbene la relazione tra i due protagonisti fosse ovvia, il loro bacio è stato nascosto e la loro relazione non è mai stata messa nera su bianco, lasciando i fan frustrati. Opere come Free!! sono l’esempio principe di questa pratica.

queerbaiting

In conclusione c’è ancora molta, moltissima strada da fare. Ad oggi purtroppo, eccezioni alla regola a parte, la maggior parte dei personaggi LGBTQ+ è costretta in storie dove l’unico spunto di trama è il loro orientamento sessuale e il trauma legato ad esso, o finisce per essere il bersaglio di scherzi grotteschi e relegato a sottotrama comica, oppure ancora viene vengono relegati in un genere che spesso li feticizza – ovvero i BL, o yaoi. Le tematiche a loro legate sembrano poter essere affrontate in maniera seria solo se racchiuse in un manga dal genere a loro dedicato – come il gei-comi. Fortunatamente le cose stanno cambiando e opere come Blue Flag, Oltre le onde, La mia prima volta o Il marito di mio fratello stanno incorporando splendide esplorazioni di questo tipo di tematiche nelle loro narrazioni. Anche in anime e manga mainstream stanno iniziando a spuntare personaggi come il già citato Ryusui di Doctor Stone oppure Magne, una villain transgender di My Hero Academia la cui identità di genere è stata rimarcata più volte – sia nella trama che esternamente, tramite l’adattamento dell’anime. Ci auguriamo che in futuro ci sia una presa di coscienza sempre maggiore che porti quindi ad una rappresentazione migliore in questo tipo di media così influente, specie nelle nuove generazioni.

Originaria dei colli euganei, ora divide la sua vita tra la propria terra natia e Venezia, dove studia lingua e cultura giapponese all’università di Ca’ Foscari. Venuta al mondo nell’inverno del ’97, il freddo sembra non lasciarla mai e la si può vedere spesso spuntare sotto vari strati di vestiti e coperte. Quando non è impegnata a lottare per la propria sopravvivenza tra lavoretti e una lingua che non ricambia il suo amore, il suo passatempo preferito è scoprire nuove serie tv, anime o libri da iniettarsi in endovena. È una circense ansiosa che cerca di mantenere l’equilibrio tra il divulgare le proprie passioni ad amici e conoscenti e non rompere l’anima al prossimo; ma in caso sia troppo molesta la si può facilmente zittire con articoli di cancelleria e quaderni nuovi. Recentemente sta ampliando la sua cultura nerd anche alla Corea e alla Cina.

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