Il 2019 è ormai terminato ed è giunto il tempo di scoprire assieme quali sono stati le migliori serie dell’anno. HBO guarda tutti dall’alto

Disclaimer: sono state prese in analisi solamente serie che hanno debuttato nel corso del 2019.

La rivoluzione della televisione è in atto ormai da diversi decenni, non è certamente una dinamica legata all’anno che ci stiamo lasciando alle spalle. La qualità degli show sul piccolo schermo aumenta in maniera esponenziale quando, nell’ormai lontano 1999, va in onda la prima puntata dei I Soprano, sul canale HBO. Certo, c’era già stato Twin Peaks nel 1990 ma la serialità firmata David Lynch, per quanto assolutamente innovativa, era ancora vincolata a schemi quasi da soap opera, rivisitati e stravolti da soluzioni visive e intuizioni concettuali senza precedenti. Con lo spartiacque segnato da I Soprano, il medium televisivo muta in un vero e proprio contenitore di merito capace di dare vita a una lunga serie di produzioni in grado di affiancarsi per qualità al cinema d’autore. Da Breaking Bad a The Wire, passando per Mad Men e True Detective, e con il successivo arrivo della piattaforma Netflix, il mercato si è fatto ancor di più agguerrito.

Se quest’ultimo colosso dello streaming è tristemente noto per iniziare serie e cancellarle dopo poche stagioni, l’unica trasmittente televisiva in grado di proporre ciclicamente opere seriali di un tutt’altro rango è indubbiamente HBO. Quest’ultima, solo quest’anno, ha portato sul piccolo schermo tre dei migliori prodotti degli ultimi tempi. Stiamo parlando di Chernobyl, Euphoria e Watchmen.

Le migliori serie TV del 2019. HBO in testa.

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Chernobyl

La prima meraviglia dell’anno è stata indubbiamente Chernobyl, la miniserie diventata immediatamente un cult che narra la storia del disastro nucleare della centrale sovietica del 1986. Creata e scritta da Craig Mazin (famoso per la saga cinematografica di Scary Movie) e diretta interamente da Johan Renck, Chernobyl non è dissimile nello stile del racconto da altre miniserie HBO come The Night Of o Show Me A Hero, opere realizzate pensando più al linguaggio cinematografico che a quello televisivo, capaci di diventare nient’altro che lunghi film divisi in puntate da un’ora ciascuna.

La serie di Mazin, però, si distacca dalle altre citate per diversi motivi. In primis per la propria struttura narrativa che imposta un climax già nei primissimi atti della prima puntata. Lo spettatore è portato a sapere già quello che accade (almeno se conosce un po’ di storia contemporanea) e questo crea uno stato di tensione e di suspense perpetua per quasi tutta la durata dello show. Per suspense s’intende quella particolare forma d’ansia che lo spettatore prova a vedere personaggi in pericolo a loro insaputa.

Cosa sia successo a Chernobyl è ovviamente noto, ma questo non toglie alla narrazione la forza di sorprendere e inquietare anche il pubblico più informato. Un forte senso dello spettacolo che trasforma il disastro nucleare in una tragedia dai tratti quasi classici, tra complotti, insabbiamenti e tradimenti. Tutti fatti realmente accaduti e che fanno da base al discorso socio culturale dell’intera serie, che riguarda l’importanza e le conseguenze dei nostri gesti all’interno del corso della Storia. Il pianeta soffre ancora a causa di quella lontana notte dell’86 e capirne i motivi che hanno portato a un disastro di tale portata è importante per evitare di ricommettere gli stessi errori in campo scientifico e, soprattutto, in campo politico.

Perché quello di Chernobyl non è stato un errore di un singolo addetto ai lavori, ma di un intero sistema politico, quello dell’Unione Sovietica, che ha fallito nel prevenire e poi curare i danni che il nucleare ha prevalentemente inflitto su sé stessa.

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Euphoria

Euphoria è una delle serie più belle del 2019. Partorita dalla mente di Sam Levinson e prodotta dal rapper Drake, questo sublime prodotto HBO racconta le storie intrecciate di diversi ragazze e ragazzi della cosiddetta “generazione z” (ovvero dei giovanissimi nati a cavallo del 2000), nei loro momenti più intimi e in quelli della vita di tutti giorni. Tra droga, sesso e musica hip hop, il ritratto generazionale di Levinson è l’affresco più duro, cattivo e rappresentativo della sfera sociale nata a ridosso dell’11 settembre, ferita aperta che diventa uno doloroso specchio in cui riflettersi.

L’estetica post-millennial è quindi composta da luci al neon, glitter e movimenti di macchina in costante alternanza tra carrelli a seguire e a precedere, con una cura formale totale che coinvolge tutti i reparti tecnici. La macchina da presa si muove volando attorno ai personaggi in modo non dissimile all’avvenenza del cinema di Harmony Korine (Spring Breakers) e della produzione contemporanea di videoclip musicali.

A prendere il controllo della scena di Euphoria è indubbiamente la protagonista, Rue, interpretata dalla meravigliosa Zendaya. Il personaggio di Rue è, infatti, il narratore onnisciente delle vicende dei protagonisti, ognuno con un background caratterizzato in maniera solida e affascinante.  Ed è impossibile parlare di Euphoria senza citare la colonna sonora, composta da una accurata selezione di brani contemporanei hip hop e di musica elettronica, senza rinunciare a scelte d’avanguardia (in tal senso, notare la presenza di Arca, uno dei produttori musicali più influenti).

In definitiva, Euphoria è una serie sui giovani fatta dai giovani (nonostante il soggetto non sia originale, ma si basi su un’omologa opera israeliana), che offre un perfetto quadro della poetica di Levinson, comunque già percepibile nel lungometraggio Assassination Nation del 2018.

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Watchmen

Tra questa mini selezione, Watchmen è sicuramente la serie più densa a livelli di contenuti e la più difficile di cui parlare. Nel momento in cui si sta scrivendo questo articolo, sono passate poco meno di 24 ore dalla trasmissione in TV dell’ultimo episodio della prima stagione. Non è quindi facile capire l’impatto che la serie può avere o sta già avendo all’interno del panorama televisivo.

Watchmen è ambientata trent’anni dopo gli avvenimenti raccontati nel fumetto capolavoro di Gibbons e Moore, prefissandosi l’obiettivo di essere sia una sorta di sequel che un’esplorazione e un ampliamento di diversi sotto temi proposti nell’opera originale.

La colonna portante della serie è quella della lotta alla supremazia bianca, evidente fin dalla straziante scena d’apertura che rappresenta il massacro di Tulsa del 1921, dove centinaia di afroamericani persero la vita. Tulsa è simbolo di lutto per la comunità afroamericana e l’intera serie, che vede la lotta a un reggimento post Ku Kux Klan, è ambientata nella cittadina statunitense. La scia supereroistica non è altro che un pretesto per mettere in ottica socio-culturale la lotta di classe tra bianchi e neri. Possiamo già dire con certezza che il sesto episodio sia uno dei migliori episodi televisivi del decennio, nonché una perfetta sintesi contenutistica della tesi appena illustrata (è infatti anche l’unico episodio in bianco e nero).  

La serie trasmessa da HBO, ideata e sceneggiata dal co creatore di Lost, Damon Lindelof, è quindi un ottimo inizio di un ciclo narrativo in grado di donare numerose sfumature al già affascinante universo di Watchmen. E che non vediamo l’ora di rivedere nei prossimi anni.

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Honorable Mentions: When They See Us

Il prodotto Netflix più forte ed emozionante del 2019 è sicuramente la miniserie di Ava DuVernay, When They See Us. Toccante dramma che riprende la vera storia dei “cinque di Central Park”, ovvero cinque giovanissimi ragazzi (il più grande aveva 16 anni e il più piccolo 14) che nel 1989 vennero ingiustamente arrestati per lo stupro di una donna avvenuto a Central Park, New York. Tutti e cinque i ragazzi hanno scontato condanne tra i 6 e i 13 anni per poi essere scagionati, nel 2002, in seguito alla confessione del vero responsabile del reato

La cruda e sincera miniserie di DuVernay è un rabbioso inno alla vita a metà tra il legal thriller e il prison movie. Un’opera tra le più commoventi del decennio in procinto di terminare che si prefigge l’obiettivo di rendere giustizia a una delle più grandi ingiustizie del sistema giudiziario statunitense (non a caso i cinque ragazzini appartenevano tutti a minoranze), e che fa della regista afroamericana un’autrice da seguire con attenzione nei suoi prossimi lavori.

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Honorable Mentions: The Boys

La carta vincente dell’anno per Amazon Prime è la satira supereroistica di The Boys, serie tratta da un omonimo fumetto, degli anni ’90. Attraverso uno sguardo ironico e dissacratorio, mette bene in relazione supereroe e modello di attore hollywoodiano che lo interpreta, giocando su stereotipi e dinamiche ormai proposte in maniera standardizzata sul grande schermo. Pur con questa premessa, The Boys non si abbandona a semplici situazioni da black humor, ma anzi si spinge in interessanti riflessioni sul ruolo dei social media e della comunicazione in una realtà in cui i supereroi sono visti come una industria che guarda a profitto e visibilità.

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Honorable Mentions: Love Death & Robots

Dulcis in fundo, è impossibile non citare la serie animata di Netflix, creata da Tim Miller (Deadpool) e prodotta da David Fincher, Love Death & Robots. La prima stagione, composta da numerosi episodi, si districa tra numerosi temi e topos narrativi della fantascienza e dell’horror. Un tour de force all’interno di varie sensibilità e poetiche animate da registi e autori sempre diversi. Un divertente esperimento di cui si attendono con trepidazione le stagioni future, già annunciate da Netflix.

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