No, neanche meravigliosa, ma piena di spunti interessanti. E di un nuovo modo di rappresentare altre culture

miss marvel serie tv

a partecipazione delle serie tv al Marvel Cinematic Universe ormai non è una novità, ha già messo in campo varie classifiche: dalla più alla meno deludente. Posto che nessun prodotto nerd gode di plauso unanime da parte del pubblico (anzi, nessun prodotto e basta), Miss Marvel ha in un primo momento colpito gli spettatori per una ventata di freschezza e di novità per poi trascinarli verso uno scetticismo ben motivato. A rendere questo declino inevitabile ci sono alcuni difetti che analizzerò più avanti e che – ripeto – hanno motivazioni abbastanza condivisibili. Ma ci sono almeno due argomentazioni che non stanno in piedi se si vuole criticare Miss Marvel.

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Miss Marvel è una serie tv per ragazzini (ragazzine)

Sì. Miss Marvel è una serie tv rivolta a un target giovane, interpretata da attori adolescenti (o poco più), che parla un linguaggio familiare ai ragazzi. Fanno parte integrante dell’azione (e della storia) nuovi media come i social network, viene citato TikTok, i personaggi parlano di follower. Anzi, la popolarità stessa di Kamala Khan (Iman Vellani) è misurata dal riscontro che riesce a raccogliere in rete, che diventa anche un mezzo necessario per uscire da un grande problema finale. Dunque Miss Marvel è una serie tv che – non per prima, ma più delle altre – mette la contemporaneità e il suo quotidiano al centro della narrazione.

Non solo. Interessante vedere come la stessa Kamala sia a sua volta fan dei super eroi Marvel di cui noi stessi siamo fan. Non a caso, uno dei cambiamenti della trasposizione da fumetto a serie tv vede Kamala acquisire i suoi poteri all’AvengersCon – un raduno cosplay dedicato ai Vendicatori. Inizialmente, nel fumetto tutto ciò avveniva durante una generica festa, di quelle tante volte raccontate nei film e delle serie americane dove gli adolescenti si danno appuntamento per bere in brutti bicchieri di carta e fare cazzate di varia entità. La Kamala Disney+ invece strizza mille occhi agli spettatori, azzerando ogni distanza e facendo esattamente quello che farebbero (o fanno già) loro.

Quindi più che una serie limitata da un target specifico, Miss Marvel approfitta del target per sveltire la narrazione e giocare sul metalinguaggio. E – udite udite – consolida il rapporto con il pubblico di riferimento dell’MCU, che non sono i lettori ultraquarantenni affezionati ai personaggi dei bei tempi andati, ma i nuovi spettatori, i nuovi lettori che spesso partono dall’audiovisivo per approdare al cartaceo, e non viceversa.

Miss Marvel è una serie politicamente corretta (OH, NO!)

Miss Marvel, così come il suo amico e collega Miles Morales, nasce per la volontà di portare l’universo Marvel nel grande fermento post elezione di Obama. Indubbiamente, la caratterizzazione così come era stata intesa fino a quel momento necessitava di un bagno di realtà. I super eroi non potevano più rappresentare solo una categoria sociale e culturale e dovevano parlare a tutti e tutte. Certo, c’erano casi importanti di portavoce di minoranze socio-culturali (vedi Black Panther, Tempesta degli X-Men, ma anche lo stesso Xavier, in un’ottica anti-abilista) ma era diventato d’interesse per la Major (e per la politica) elaborare modelli ancora più aggiornati. Kamala Khan è creata dunque anche grazie al lavoro della editor Sana Amanat (che ha lavorato anche su Miles Morales). Sana Amanat, come la maggior parte del cast artistico e non solo della serie tv, è un’americana di origine e cultura pakistana, di confessione musulmana.

Questo è un elemento molto importante anche per apprezzare la serie tv Disney+, perché quello che vediamo è il punto di vista (o uno dei possibili punti di vista) della comunità pakistano-americana, il loro modo di far conciliare la cultura d’origine e il loro quotidiano, le dinamiche di stereotipizzazione e di ghettizzazione che subiscono da parte delle istituzioni. Inoltre, nella penultima puntata, si coglie l’occasione delle origini di Kamala per raccontare un capitolo poco trattato della tragica storia coloniale, la Ripartizione dell’India dopo la ritirata britannica e le conseguenze che ha avuto sulla popolazione. Miss Marvel, sia la serie tv sia il fumetto, mostra l’enorme differenza tra un approccio etnografico spesso usato per rappresentare le minoranze e l’autorappresentazione. Questa seconda strada apre la mente allo spettatore riguardo alle piccole e grandi battaglie della comunità musulmana nell’America post-11 settembre. Non solo, mostra ciò che succede ed è successo in altre parti del mondo che non siano gli USA e parla di “super eroi” con storie diverse, che si incaricano di rappresentare le istanze della propria comunità in un contesto dove spesso la nomea di violenti e integralisti inibisce ogni dialogo.

Ma ha anche dei difetti… (attenzione: spoiler – Anche Su Thor Love & Thunder)

Detto ciò, Miss Marvel è una serie tv tutt’altro che perfetta. Nonostante la simpatia della protagonista e dei comprimari che convincono senza troppe riserve, la storia e la caratterizzazione dei villain lasciano abbasta indifferenti. Come prima avventura del personaggio, che impara cosa sono i suoi poteri, da dove vengono e come si usano, si può dire che il finale riserva piacevoli sorprese e mostra ciò che per le prime cinque puntate il pubblico aveva un po’ accantonato. Addirittura si introduce il concetto di mutazione, che nel MCU non era ancora comparso, fatta eccezione per lo Xavier di Dottor Strange in the Multiverse of Madness.

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Tuttavia, il conflitto tra Kamala (e la sua progenie) e i ClanDestine è raccontato in modo poco chiaro, così come i repentini cambi di intenzione della cattivissima capofamiglia Najma (Nimra Bucha). Ci si prende poco tempo per spiegare effettivamente quali sono le origini del gruppo (che ha una sua storia, piuttosto differente nei fumetti) e qual è lo schema multiversale che vogliono scombinare. Insomma, si ha l’impressione che Kamala si confronti con qualcosa di enorme, ma raccontato in maniera sbrigativa tanto per introdurre quanti più elementi possibile. In questa disfatta generale anche la presenza dei Pugnali Rossi viene un po’ trascinata in una dinamica che invece che costituire, come dovrebbe, la colonna portante della storia ne diventa il punto debole. Possiamo accettare il tema del villain che cambia idea al compimento del suo progetto distruttivo per “fare la cosa giusta”. Questo messaggio è, infatti, molto coerente con la narrazione disneyiana 2.0 che evita la divisione manichea tra buoni e cattivi, senza appello e senza sfumature. Però, se proprio si vuole mostrare una redenzione, ha più senso prendersi il tempo che si è preso Waititi nel finale di Love & Thunder (al cinema in questi giorni).

Miss Marvel, la serie tv. E ora?

La scena post-credits, ma anche il dialogo finale tra Kamala e Bruno (Matt Lintz), aprono le porte a nuovi sviluppi. Partiamo dal secondo: come ho già fatto notare, l’introduzione del concetto di mutazione del DNA può essere una base per presentare l’Homo Superior Marvel, ovvero il Mutante. L’idea che esistano persone con un codice genetico potenziato, in grado di fare cose straordinarie (nel bene e nel male) prima o poi doveva arrivare anche nell’MCU. Tuttavia, saggiamente Kamala chiude (per il momento) la questione, definendo la cosa “solo un’altra etichetta”. Basterà questa apertura mentale a risolvere anni di conflitti e di storie di emarginazione e accettazione? Speriamo di no (per quanto se ne apprezzi il messaggio).

Inoltre la scena post-credits rivela un potere, quello delle Nega-Bande che, oltre a permettere a chi le possiede di scambiarsi di posto in qualunque parte dell’universo si trovino, è segnale di un legame tra Kamala e Carol Danvers, per ora avvolto nel mistero. Sappiamo che tra i titoli in programma per l’MCU c’è anche The Marvels, che vedrà Danvers e Khan insieme a Monica Rambeau (giù introdotta in WandaVision). Insomma, Miss Marvel ci lascia con grossi punti interrogativi, enormi, ma – tutto sommato – soddisfatti.

Storica dell'arte, giornalista e appassionata di film e fumetti. Si forma come critica tra Bari, Bologna, Parigi e Roma e - soprattutto - al cinema, dove cerca di passare quanto più tempo possibile. Grande sostenitrice della cultura pop, segue con interesse ogni forma d'arte, nella speranza di individuare nuovi capolavori.