Tutte le apocalissi si assomigliano, ma alcune sono più disastrose di altre

Intorno al 39 a.C., nei territori latinofoni dell’Impero Romano, un nuovo best-seller circolava tra gli intellettuali: le Bucoliche di Publio Virgilio Marone, per gli amici Virgilio. Nelle dieci egloghe che compongono l’opera, e in particolare nella seconda, il poeta rimpiange i bei tempi andati, quando Roma non era scossa dalla guerra civile conseguente alla morte di Giulio Cesare, e celebra la bellezza della vita di campagna, così semplice e vera rispetto a quella di città; scritto più di duemila anni fa, possiamo considerare le Bucoliche il primo esempio di testo che sfrutta contrasto tra natura e cultura, intesa come progresso, per asserire che si stava meglio prima.

Qualche centinaio di anni dopo, nel 1943, un altro scrittore reagisce alla carneficina della guerra immaginando un ritorno alla campagna; con il passare degli anni i componimenti poetici esametrici sono un po’ passati di moda, e forse per questo il poco più che trentenne René Barjavel decide di esordire nella fantascienza con il suo Ravage, conosciuto in Italia come Diluvio di fuoco nelle edizioni Urania e Libra (con traduzione di Roberta Rambelli) e appena riproposto da L’Orma Editore con un titolo – Sfacelo – più aderente all’originale e una traduzione ex novo a cura di Claudia Romagnuolo e Anna Scalpelli.

Lo sfacelo della società

Non è certo strano che in momenti di crisi della società, il desiderio dell’uomo sia quello di tornare alla madre terra, e di certo non c’è bisogno di ripetere che la fantascienza, piuttosto che anticipare il futuro, descrive il presente. Per questo motivo il protagonista di Sfacelo, François Deschamps, è un uomo del suo tempo (il 1943) innestato in un setting (il 2052) che risente delle convenzioni del secolo scorso. Leggere e apprezzare Sfacelo è semplice, ma dovete fare uno sforzo di immaginazione e non lasciarvi condizionare dal trattamento che Barjavel riserva alla protagonista del romanzo: in pieno stile golden age, Blanche Rouget esaurisce la sua funzione narrativa nell’essere oggetto amoroso del protagonista, e proprio come un oggetto viene spostata attraverso l’apocalisse da François, un nice guy ante litteram per cui la donna è un essere sciocco da salvare da sé stesso.

sfacelo

Una volta accettato che per la fantascienza è molto più semplice immaginare un futuro in cui l’energia sarà pulita e libera per tutti piuttosto che uno in cui le donne abbiano un ruolo diverso da quello di moglie e madre (o, in alternativa, quello disonorevole di soubrette), la lettura di Sfacelo è un susseguirsi di invenzioni sorprendenti che presentano strade non seguite dallo sviluppo tecnologico della nostra realtà, come la versione barjaveliana degli audiolibri – letti in tempo reale da professionisti dell’interpretazione -, anticipazioni della nostra linea temporale, come la carne sintetica, o macabre invenzioni come le celle frigorifere per ospitare gli antenati deceduti e renderli partecipi della vita quotidiana dei discendenti, ancor più anacronistiche se si pensa che è stato proprio il più famoso dei francesi, Napoleone Bonaparte, a stabilire, con l’Editto di Saint Cloud, che il luogo di eterno riposo dei suoi concittadini fosse fuori dalle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati.

Saranno infatti proprio i settanta milioni di parigini scongelati a scatenare un’epidemia di colera – malattia debellata – e ad aggravare le condizioni dei sopravvissuti alla scomparsa dell’energia elettrica.

Lo sfacelo della cultura

A partire proprio dallo spegnimento di ogni apparecchio tecnologico – dagli ascensori ai frigoriferi, passando per aeroplani, automobili e televisori – a causa di una non meglio definita perturbazione elettrica, assistiamo a un imbarbarimento della società, in cui lo spegnimento delle luci porta allo spegnersi del lume della ragione nei bravi cittadini francesi, che si lanciano senza troppe remore in saccheggi, violenze e barbarie, come in ogni apocalisse che si rispetti.

E come in ogni apocalisse che si rispetti, il nostro gruppo di sopravvissuti si troverà davanti, una volta raggiunta l’autostrada 9, a una fiumana di automobili paralizzata lungo tutto il percorso. La morte era piombata addosso ai fuggitivi sgattaiolati tra i veicoli nel tentativo di allontanarsi dalla capitale, e adesso i cadaveri straziati dall’agonia, con le carni consumate dai vermi, erano riversi dappertutto […] tutte le altre autostrade e le vie molto trafficate dovevano essere ugualmente bloccate da carcasse di automobili e di esseri umani. Una scena, quella appena descritta, che compare nell’immaginario collettivo come il classico esempio di fine dell’umanità: che stiano fuggendo da un’invasione aliena, da un morbo mortale o da orde di zombie, non c’è mai nessun fuggitivo che considera l’idea di prendere una strada secondaria per fuggire dalla città.

Una volta qui era tutta campagna

Barjavel descrive l’ordalia che colpisce i suoi connazionali stringendo sempre più l’inquadratura su un gruppo ristretto: con la fine della tecnologia, infatti, le comunicazioni a distanza risultano impossibili e l’unico modo per scoprire cosa si nasconde dietro l’angolo è camminare fin lì. La mancanza di informazioni porta inevitabilmente a un clima di sospetto e di aggressività nei confronti del prossimo, e l’etica si piega ai bisogni della sopravvivenza: so bene che non è giusto uccidere persone indifese, ma dobbiamo pensare anzitutto alla nostra sicurezza. Soltanto in pochi riusciranno a sopravvivere a questo inferno. Se vogliamo essere tra quelli, dobbiamo rinunciare a ogni forma di pietà. Ogni società post-apocalittica si basa su un proprio set di leggi morali, spesso molto più spicce di quelle esistenti in precedenza, come le tre domande che Rick Grimes usa in The Walking Dead per valutare la correttezza dei sopravvissuti che incontra nel suo percorso.

sfacelo

Del resto potremmo dire che tutte le apocalissi felicemente riuscite si somigliano tra loro, e che fuoco, vento, acqua e aria si combinano sempre nel peggior modo possibile per creare problemi agli ultimi figli di Adamo in circolazione, mentre la parte più interessante sarebbe seguire la ricostruzione del mondo a partire dalla cenere della civiltà scomparsa. In questo caso René Barjavel si perde molto, dedicando a quello che avrebbe dovuto essere il vero nocciolo del romanzo – il ritorno alla natura – lo striminzito epilogo del romanzo, che risulta perciò sbilanciato nella costruzione (tutti errori più che perdonabili, per un esordiente, soprattutto perché, come sa bene chi ha letto Il mago M., l’abilità narrativa di Barjavel si affinerà con l’esperienza). Il tanto auspicato ritorno alla campagna si risolve in un passo indietro nel tempo di un centinaio di anni, senza nessuna spinta al miglioramento della popolazione umana, senza nessun desiderio di coniugare la ritrovata connessione con la natura alla forma mentis illuminata del cittadino.

I parigini scappano da Parigi, dai loro morti, dalle città che non funzionano più e, semplicemente, tornano indietro, rinnegando ciò che di buono il futuro aveva donato loro, sforzandosi di dimenticare i passi avanti fatti dalla loro specie, un’apologia del si stava meglio prima che trasforma la fantascienza in nostalgia, la natura in un grembo accogliente da cui ripartire, perché in ultima istanza, quello che Barjavel ci insegna, quello che egli stesso deve aver sperato, durante la guerra, è che un’apocalisse non è che un nuovo inizio, soprattutto per coloro che rinunciano alla loro memoria, destinati a ripetere i passi dei loro antenati dalla campagna alla città, ancora e ancora, nella speranza di migliorare sé stessi a ogni nuovo tentativo.

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