Il genere post apocalittico in Italia tra iconoclastia e rinnovamento

Oggi il post apocalittico è uno dei generi più in voga nel panorama dell’intrattenimento internazionale. Un contributo decisivo a questo fenomeno è arrivato dal settore dei videogiochi, che rendono possibile un’immersione più profonda da parte del fruitore. Titoli come la saga di Fallout, The Last of Us e Metro offrono approcci e punti di vista molto diversi tra loro sulle reazioni della razza umana a vari tipi di catastrofi, ma mettono tutti in evidenza il caos e l’egoismo che impererebbe qualora il mondo sprofondasse in una crisi.

Il post apocalittico si è diffuso anche in Italia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso seguendo direttrici particolari, calate nella realtà unica che caratterizza il nostro Paese. In questo articolo andremo alla scoperta delle opere più rappresentative del genere, ma prima è necessario fare chiarezza su cosa si intenda esattamente per post apocalittico e comprendere le motivazioni filosofiche della sua nascita.

Post apocalittico: definizione e origini –La centralità dell’evento catastrofico

Il post apocalittico non è altro che la testimonianza immaginata del cambiamento del mondo dopo una catastrofe di proporzioni mai viste nella realtà. La catastrofe è l’evento scatenante che origina la situazione in cui l’io narrante si trova a lottare per la sopravvivenza e può appartenere a diverse tipologie:

  • Disastri biologici.
  • Cataclismi naturali.
  • Esplosioni atomiche su larga scala.
  • Epidemie che si diffondono velocemente.

La catastrofe è una sorta di nuovo big bang, un accadimento che modifica radicalmente il mondo in cui i personaggi erano abituati a vivere, tanto che i modelli di società e convivenza diventano obsoleti e inutili.

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Le origini religiose del post apocalittico

Il racconto di una catastrofe e delle sue conseguenze affonda le sue radici nell’antichità: ogni religione, infatti, possiede il proprio e conferisce all’apocalisse una valenza soprannaturale o divina. Per quanto riguarda la nostra cultura il riferimento è ovviamente la Bibbia, in cui sono raccolti due episodi ascrivibili al modello del post apocalittico di oggi.

L’Apocalisse di Giovanni descrive la fine del tempo, che segna l’estinzione di tutto ciò che esiste. La narrazione si sviluppa attraverso una serie di visioni del futuro raccontate dall’apostolo, che tuttavia non sopravvivrà all’evento. Giovanni identifica la fine del mondo anche come scopo: bene e male si ricongiungono, caducità e imperfezione scompaiono nel giudizio finale. Per quanto riguarda le emozioni, l’uomo è pervaso da un misto di paura e desiderio. Quella per l’Apocalisse è un’attesa morbosa.

Di giudizio divino parla anche il mito del diluvio, in cui un’umanità in crisi (dal greco krino, giudicare) di valori viene punita. Quella di Noè e della sua Arca è una storia che somiglia di più al post apocalittico come lo conosciamo oggi: il protagonista sopravvive alla catastrofe e ha la possibilità di testimoniare ciò che vede del mondo nuovo, in presa diretta. I personaggi devono così ricostruirsi una vita e adattarsi alle regole dell’ambientazione inedita, o alla loro mancanza.

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Le origini storiche e filosofiche del post apocalittico

Per quanto riguarda le radici storiche, non è un caso che il post apocalittico si sia sviluppato nel Novecento, più precisamente nel periodo 1914-1991. È infatti questo il secolo in cui l’avanzamento tecnologico, il progresso e la democrazia hanno trionfato con la loro promessa di rendere il mondo un posto migliore, ma di fatto rischiando a più riprese di distruggerlo.

Nel Novecento si sono verificati numerosi eventi di proporzioni mai viste prima grazie alla globalizzazione, tanto da spingere il filosofo Hobsbawm a identificarlo come l’era dei grandi cataclismi: conflitti mondiali, genocidi, guerre civili, estremizzazioni di idee politiche e invenzioni tecnologiche potenzialmente letali hanno messo a dura prova la razza umana.

Alla luce di questi eventi la letteratura e la filosofia hanno cominciato a sentire sempre più vicino il tramonto della cultura occidentale e del suo modello di società, iniziando a chiedersi cosa verrà dopo.

Gli anni della Guerra Fredda hanno ampliato ulteriormente l’analisi degli intellettuali. L’olocausto nucleare sarebbe stato un fenomeno globale, facendo sorgere il problema di come organizzare i sopravvissuti in una nuova società dopo la catastrofe. Opere come Il giorno dei trifidi di Wyndham (1951), Diluvio di fuoco di Barjavel (1957) e Il mondo sommerso di Ballard (1962) sono in parte dedicate alla ricerca di nuovi modelli politici, avvicinandosi così anche al genere distopico.

 

Nell’insieme la letteratura post apocalittica mette al centro delle proprie vicende una paura diffusa, indistinta, che deriva proprio dagli eventi del Novecento. I personaggi tentano di fronteggiarla, ma è sempre in agguato, come se fluttuasse nell’aria. Gli schemi con cui l’uomo decifrava il mondo prima della catastrofe non funzionano più, mettendo il suo sistema cognitivo in profonda crisi.

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Post apocalittico e distopia

Come già accennato, post apocalittico e distopia sono due generi che viaggiano su binari molto vicini e non esitano a incontrarsi di tanto in tanto. Sia l’uno che l’altra, infatti, sono di solito ambientati in un futuro più o meno lontano, o al massimo in una sorta di contemporaneità alternativa appartenente a un universo parallelo in cui la storia si è sviluppata in modo diverso. Entrambi i generi partono inoltre dall’idea di caduta, di fallimento del mondo come lo conosciamo, per raccontare la ricostruzione della società e i nuovi modelli di governo che l’uomo può escogitare.

Post apocalittico e distopia presentano tuttavia anche caratteristiche uniche che li differenziano in modo sostanziale. La narrazione post apocalittica ha origine da una catastrofe, che funge da evento scatenante e cambia radicalmente il mondo di riferimento. Il racconto si focalizza quasi sempre su un protagonista preciso o su un gruppo di individui che cercano di sopravvivere nell’inedita ambientazione tentando di capirne i meccanismi. Riviera Napalm di Jack Sensolini e Luca Mazza (2019), che approfondiremo più avanti, segue proprio questo schema.

La distopia, al contrario, non presuppone necessariamente una catastrofe e non si focalizza sull’individuo. Il protagonista diventa qui una sorta di testimone, un dispositivo con il quale lo scrittore veicola l’immagine del nuovo mondo per meglio trasmetterla al fruitore. Il mondo nuovo di Aldous Huxley (1933), per esempio, dedica la maggior parte delle sue pagine alla descrizione dettagliata del sistema per il controllo delle nascite, dell’educazione dei bambini e dei rapporti interpersonali nella nuova società. Proprio i nuovi modelli di società rappresentano il focus del genere distopico.

Post apocalittico Huxley

Post apocalittico italiano: le opere principali

Gli anni Sessanta, in Italia come all’estero, sono stati caratterizzati dalla Guerra Fredda e dalla diffusione di una paura confusa e indistinta, che ha trovato numerosi riflessi anche nella letteratura. Le prime opere sono di carattere assoluto e mettono in scena la scomparsa completa dell’essere umano a eccezione del solo io narrante, il quale funge da testimone della distruzione.

Un lavoro fondamentale per capire le prime manifestazioni del post apocalittico italiano è La nube purpurea di Matthew P. Schiel (1901), in cui il protagonista è l’unico superstite umano di una catastrofe senza nome. Adam Jeffson è vittima di un’apocalisse psicopatologica, in cui il crollo della sua mente corrisponde a quello del mondo che lo circonda. La solitudine, per quanto sembri traumatizzarlo in un primo momento, gli conferisce un senso di forza ed eternità senza precedenti. Adam inizia così a comportarsi come un superuomo: non ha alcun desiderio di ricostruire, anzi gode nel veder bruciare i simboli della sua cultura ormai decaduta.

Verso il finale quella del protagonista si trasforma in una vera e propria furia iconoclasta. Il suo giudizio di fuoco si abbatte su Londra, Parigi, Calcutta e San Francisco, elevandolo a divinità del nuovo mondo.

Post apocalittico fuoco

“Dissipatio H.G.” di Guido Morselli (1977)

Il testimone di Schiel viene raccolto in Italia da Guido Morselli, autore decisamente unico nel panorama nostrano che ha saputo convogliare il suo grande senso di solitudine all’interno dell’opera, scritta nel corso degli anni Sessanta. L’intento di Dissipatio H.G. (Dissipatio Humani Generis, in latino sparizione del genere umano) è chiaro sin dal titolo: illustrare un mondo post apocalittico privo di umani.

Le analogie con La nube purpurea sono parecchie, a partire dagli atteggiamenti tipici del sopravvissuto attuati dall’io narrante. Il protagonista, infatti, vaga ossessivamente per le immense lande desolate, saccheggia case e cadaveri per strada, utilizza ogni veicolo abbandonato per spostarsi più velocemente, distrugge le immagini della sua cultura. Ritornano anche i roghi delle città: Londra, Parigi, Zurigo e Crisopoli, capitale immaginaria e simbolica composta interamente di banche e chiese.

Ciò che rende Dissipatio un’opera originale è però il finale, che si distanzia da quello del romanzo da cui trae ispirazione. Il protagonista di Schiel esalta l’umano sull’inumano, si comporta come il dio del nuovo mondo, affermando con tutte le proprie azioni la sua supremazia. L’io narrante di Morselli, invece, si lascia annichilire dalla solitudine come in una sorta di suicidio in vita, nella totale impotenza. Dissipatio è quindi un trionfo dell’inumano e rispecchia la vita del suo autore, morto suicida nel 1973.

Post apocalittico Morselli

“Le radici del cielo” di Tullio Avoledo (2012)

Le radici del cielo fa parte di un universo post apocalittico molto più ampio, quello del franchise Metro. Dmitri Glukhovsky, giovane scrittore russo autore di Metro 2033 e Metro 2034, ha infatti inaugurato qualche anno fa il progetto Metro 2033 Universe, invitando autori da tutto il mondo a raccontare storie dei loro Paesi ambientate dopo un ipotetico olocausto nucleare. Tullio Avoledo porta così in Italia il franchise, narrando un’avventura tra Roma e Venezia che si svolge per la maggior parte nel sottosuolo.

L’ambientazione si rifà ai canoni classici del post apocalittico: la capitale è distrutta e il potere è detenuto dai Mori, ricca famiglia vicina al Vaticano. Il Papa è morto e le strade pullulano di una moltitudine di pericoli tra cui radiazioni, mutanti, zombie e molto altro. Il protagonista è il cardinale Ferdinando Albani che, insieme al sacerdote americano John Daniels e a un piccolo gruppo di guardie svizzere, cerca di arrivare a Venezia passando per le catacombe di San Callisto.

Il suo obiettivo è riportare il patriarca della città a Roma per eleggere un nuovo Papa e non far così cadere il potere nelle mani sbagliate. L’ordine e la benevolenza sono fondamentali per Ferdinando, che si discosta dai protagonisti dei romanzi post apocalittici italiani precedenti.

Le radici del cielo introduce un concetto destinato a diventare consueto nella declinazione italiana del genere: la religione è al centro di tutto. Dopo la catastrofe è la Chiesa a detenere il vero potere, sostituendosi alle morenti istituzioni temporali. Nel caos della sopravvivenza i beni materiali e persino il denaro perdono ogni valore, mentre il bisogno di proteggere la propria anima si rafforza.

Avoledo racconta le vicende dei personaggi con un linguaggio contratto e claustrofobico, come se anch’esso fosse vittima dell’apocalisse, conferendo al romanzo un’atmosfera unica.

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“Anna” di Niccolò Ammaniti (2015)

L’incursione di Ammaniti nel post apocalittico non può che essere un’opera ambientata nella sua amata Sicilia. Il cataclisma che colpisce l’isola e forse l’Italia intera è la Rossa, una specie di peste che colpisce tutti una volta raggiunti i 14 anni di età. Il virus è collegato infatti all’ormone della crescita e i sintomi sono simili a quelli della Morte Nera che ha falcidiato a più riprese l’Europa: croste sul corpo, respiro affannoso e tosse.

Il mondo dipinto da Ammaniti presenta molti dei canoni del post apocalittico. La desolazione si diffonde a macchia d’olio sulle colline brulle della Sicilia e ovunque vige la legge del più forte. È tornato il baratto e tutti i beni più costosi, come gli smartphone, non valgono più nulla. Ciò per cui si paga e qualche volta si uccide sono pile, torce elettriche, viveri e medicine. La particolarità dell’ambientazione è la sua popolazione: la Rossa ha ucciso tutti gli adulti, così sono i bambini gli unici superstiti. Questo espediente rende la narrazione unica e carica di pathos, dal momento che persone estremamente giovani si trovano a dover compiere scelte e azioni da adulti.

In questa Sicilia distorta si muove Anna, una ragazzina di tredici anni che vive la paura quotidiana di contrarre la Rossa per via della sua età. Nonostante arrivi a smaltire il corpo della madre con le proprie mani, Anna è un personaggio estremamente positivo e attaccato alla vita, in netta contrapposizione con gli eroi del post apocalittico italiano precedente. Insieme al fratellino Astor e al cane Coccolone intraprende un viaggio della speranza che dal trapanese la porta a Palermo e a Messina. Il suo obiettivo è attraversare lo Stretto per conoscere il destino della penisola e magari trovare una cura per la malattia. A tenere Anna in piedi è soprattutto la leggenda della Picciridduna, l’ultima adulta ancora in vita che secondo alcuni è capace di sconfiggere la Rossa con un bacio.

Anna è un’opera a metà tra il romanzo di formazione e l’avventura post apocalittica capace di trasmettere una grande speranza nella ricostruzione del mondo, come testimonia anche il finale aperto.

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“Quarantena Roma” di Dario Giardi (2018)

Quarantena Roma esplora una capitale post apocalittica soprattutto in senso tecnologico. Il romanzo è infatti ambientato nel 2100 e la città si è trasformata in una metropoli completamente dipendente dai dispositivi elettronici, capaci spesso di confondere le esperienze reali con quelle riprodotte digitalmente. L’elettromagnetismo permea l’atmosfera e nuoce alla salute, i cambiamenti climatici hanno reso l’aria irrespirabile e caldissima, le persone si lasciano impiantare chip sottocutanei contro le malattie.

In quest’ambientazione vive e lavora Flavio, giovane archeologo incastrato in una relazione priva di emozioni con la collega Greta. Una sera, tornando da lavoro, l’uomo apprende le prime avvisaglie della catastrofe: una serie di omicidi scuote Roma, che viene messa in quarantena per accertamenti. Questo è l’inizio della diffusione di un’epidemia che trasforma uomini e donne in bestie feroci prive di intelletto e sempre affamate. Nel corso della sua avventura Flavio incontra vecchi amici, trova il coraggio di lasciare Greta, sperimenta il vero amore, ma soprattutto scopre che la malattia è al centro di un complotto che ha origine in Vaticano.

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Come in Le radici del cielo, nell’opera di Dario Giardi è presente una feroce critica alla Chiesa, sempre più sinonimo di potere e sotterfugi. L’epidemia ha infatti la sua origine alla Santa Sede e tutti i personaggi legati alla religione presenti nel romanzo, compreso un amico d’infanzia di Flavio, vengono dipinti come egoisti e pronti a tradire i compagni in qualunque momento.

Quarantena Roma racchiude al proprio interno due anime ben distinte. È in primis un’avventura post apocalittica classica in cui un gruppo di persone, Flavio e i suoi amici, cerca di sopravvivere in un mondo catastrofico mettendo da parte le divergenze. Non mancano scene drammatiche in cui il singolo si sacrifica per garantire la sopravvivenza degli altri. L’altra componente dell’opera è l’introspezione, elemento non proprio usuale nel post apocalittico. Largo spazio viene dedicato all’esplorazione dei sentimenti di Flavio, che a volte allentano la tensione e fanno venir meno la suspence.

Nel romanzo si possono poi cogliere evidenti riferimenti ai videogiochi, soprattutto del genere survival horror. Gli abitanti di Roma caduti vittime dell’epidemia sono sostanzialmente simili agli zombie della serie Resident Evil, anch’essi originati da una malattia. Andando poi avanti nella narrazione si scopre che la chiave per trovare la cura risiede nel sangue del protagonista Flavio, proprio come succede in The Last Of Us.

“Riviera Napalm” di Jack Sensolini e Luca Mazza (2019)

Nel panorama del post apocalittico italiano Riviera Napalm rappresenta qualcosa di unico, scritto divertendosi e per divertire. È la deflagrazione dell’immaginario di chi è cresciuto con l’A Team, Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger immersa nell’ambientazione iper provinciale della riviera romagnola, condita con un po’ di Mad Max.

La catastrofe che dà il via al mondo di Sensolini e Mazza è un non meglio definito Crollo risalente a qualche anno prima delle vicende narrate. La collocazione temporale è incerta, ma potrebbe non essere lontana dal presente: spesso, infatti, vengono citate leggi a firma Di Maio-Salvini. Gli elementi tecnologici futuristici si riducono a una manciata, principalmente pensati per dare un tono all’universo narrativo e citare fonti di ispirazione. N di MeNare è un picchiaduro che va oltre la realtà virtuale, capace di far provare anche dolore ai giocatori e dotato di un roster che comprende personaggi di Street Fighter e Mortal Kombat. Sulle spiagge sono invece presenti i Loris e le Pamela, robot funzionali che sostituiscono i bagnini umani e celano mille sorprese sotto la propria corazza.

Da buon romanzo post apocalittico dai caratteri pop e sopra le righe, Riviera Napalm fa dell’anarchia totale il motore centrale della vicenda. Ogni città ha il proprio uomo di potere, continuamente insediato da altri. Chi non vuole un re si organizza in gruppi di facinorosi che si radunano in palestre di boxe, bar sport pieni di ultras o stabilimenti balneari. Il Crollo ha portato con sé il mutagene, che volteggia libero nell’aria e contagia con modalità non definite mentre gli aeroplani dei Vigili del Fuoco inondano di napalm la riviera. Ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza e la popolazione è composta interamente di energumeni pieni di steroidi e armati fino ai denti, pronti a uccidere e rubare anche solo per divertimento.

La varietà di ambientazioni presente nell’opera di Mazza e Sensolini è sorprendente per un romanzo post apocalittico. Le principali città dell’Emilia-Romagna sono tutte impiegate e rappresentano teatri di guerra molto diversi tra loro:

  • Bologna è la grande città, la giungla metropolitana piena di vicoli malfamati e anfratti pericolosi.
  • Crimini è il nuovo nome di Rimini. La riviera è terra di conquista per i temibili pirati mutanti albanesi, le cui incursioni sono limitate solo dal napalm dei pompieri.
  • Riccione è la sede del Cocoricò e delle altre discoteche, grossi giri di denaro sempre nel mirino nel Nuovo Stato Pontificio.
  • Misano Adriatico è sede delle gare di mortociclismo e meta dei pellegrinaggi degli appassionati delle due ruote. Qui il famoso commentatore Guido Meda, la cui testa è conservata in stile Futurama, celebra una Messa modificata che termina con l’esposizione delle ossa di Marco Simoncelli. I fedeli sono tenuti a rispondere sempre con un derapamen.
  • Comacchio è il regno paludoso del suo sovrano, che coltiva il sogno di un’alleanza tra tutti i malavitosi della zona.

I protagonisti di Riviera Napalm sono Gas Gasadei e il Cinno, due energumeni tutti muscoli e cattive maniere. Entrambi vivono alla giornata, tra scazzottate e fitte di nostalgia per i loro amori perduti. Non mancano, comunque, di consolarsi con altri esponenti del genere femminile. L’opera mostra con fierezza la propria ispirazione, ovvero i film d’azione degli anni Ottanta e Novanta, anche nella rappresentazione delle donne, che si dividono in principesse da salvare, infide macchine da sesso, immagini di un passato felice che non tornerà più.

Come abbiamo già visto, post apocalittico vuol dire anche decadenza delle istituzioni come le conosciamo. Riviera Napalm ha un modo tutto suo di trattare questo aspetto, mettendo in scena le vestigia del passato sotto forma di distorsioni aberranti. Ecco quindi il gruppo dei VR46, ovvero Valentino Rossi e tutto il suo entourage di amici. Quando non combattono per difendere il circuito di Misano dagli attacchi del Principe di San Marino, passano le giornate alla discoteca eterna del Cocoricò. Il potere in riviera è però detenuto dalla Koop, la celebre catena di supermercati diventata una forza di polizia totalitaria. Ai caselli autostradali e ai posti di blocco è necessario far vedere agli agenti patente e tessera punti.

Post apocalittico Riviera Napalm

 

Per molti versi fuori dagli schemi, Sensolini e Mazza rispettano tuttavia la tradizione del post apocalittico italiano inserendo nel romanzo personaggi appartenenti alla Chiesa. Il Nuovo Stato Pontificio è infatti una realtà politica di estrema importanza e ricchezza dopo il Crollo, che estende le sue mire espansionistiche sulla riviera. Il mortefice Bonificato I, morto due volte e risorto tre, guida un esercito di vescovi mutanti drogati e armati fino ai denti, praticamente invincibili. Il suo obiettivo è annettere tutta la penisola e, in ultimo, conquistare il mondo intero.

Una parte importantissima nel fascino di Riviera Napalm è giocata dal citazionismo. Il lettore può giocare a riconoscere i riferimenti a opere e fatti reali, aumentando l’empatia per una storia che di realistico ha ben poco. Sono presenti dialoghi che degenerano in canzoni di Vasco Rossi e personaggi che irrompono sulla scena con un elicottero che erutta L’amour toujours di Gigi D’Agostino dalle casse.

Le gare di mortociclismo non sono altro che corse con lo stesso meccanismo dei vari Mario Kart, dove a ogni segmento della pista viene droppata un’arma che i piloti possono raccogliere e usare. I viaggi in macchina per le calde e desolate strade della Romagna sono un chiaro omaggio a Mad Max: Fury Road di George Miller (2015), mentre le gesta del Bologna di Beppe Signori vengono citate a più riprese. La storyline di Comacchio, in cui i nostri eroi vengono accusati di un delitto non commesso e sono costretti a fuggire per salvare la pelle, ricalca perfettamente la trama di I Guerrieri della notte di Walter Hill (1979).

In Riviera Napalm il linguaggio è parte integrante del mondo post apocalittico e sopra le righe creato dagli autori. Il dialetto romagnolo è spesso utilizzato nelle situazioni di pericolo, quasi a voler restituire quell’apocalisse di provincia che abbiamo già visto in Anna di Niccolò Ammaniti. Il mutagene sembra aver poi contagiato anche le parole: sono infatti frequenti termini mischiati tra loro come derapamen, Crimini, mortefice, mortociclismo.

Il post apocalittico è rottura con il passato. Sensolini e Mazza rompono anche con le regole della narrazione. In più punti del romanzo, infatti, gli autori diventano per un attimo personaggi della storia sgretolando di fatto il patto con lo spettatore. Per salvare i loro protagonisti sono disposti proprio a tutto.

Il post apocalittico italiano è un genere dalle mille facce, spesso figlio degli anni in cui viene esplorato. Distruzione tout curt, volontà di costruire qualcosa di nuovo e migliore, speranza nel futuro e semplice voglia di divertirsi e divertire sono solo alcuni modi di trattarlo. Il mondo dopo la catastrofe possiede un fascino irresistibile: i sopravvissuti possono plasmarlo senza freni e anelare anche a ciò che non hanno mai avuto. La duttilità del genere permette ai narratori grande libertà d’espressione e dà al lettore l’opportunità di riflettere seriamente sul futuro.

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