Il paradosso della Nave di Teseo si presta da sempre a essere declinato nell’ambito della speculazione di fantascienza

La storia la conoscete: Teseo era un eroe greco comandante di una bella nave. Durante le sue imprese la nave di Teseo aveva richiesto una manutenzione costante, in particolare la sostituzione dei pezzi che via via si usuravano. Un’asse oggi, una vela domani, a un certo punto sulla nave non c’era più nessuno dei pezzi originali che la componevano. Per cui, si può dire che quella fosse ancora la Nave di Teseo?

A livello semantico il paradosso della Nave di Teseo è un’antinomia che si basa sull’errata equivalenza tra le parti e il tutto. Ma l’aspetto più interessante di questo enigma è quello filosofico, che ci porta a riflettere non tanto su quando la nave va ribattezzata, ma su quale sia la componente essenziale che definisce la nostra identità: quand’è che il cambiamento è così radicale che io non sono più io?

Questa domanda non trova una risposta univoca e soddisfacente per tutti, ma ciò non ha impedito a generazioni di pensatori di rifletterci sopra a vario titolo. E naturalmente anche la fantascienza ha affrontato il tema, grazie ai suoi strumenti di anticipazione tecnologica e speculazione sociale. Si possono trovare una quantità di opere che affrontato proprio questo argomento, dai libri ai film, dai fumetti ai videogiochi, ognuna con una sua prospettiva e in qualche caso una possibile soluzione dell’enigma.

La Nave di Teseo come sostituzione del corpo

Forse nel Dodicesimo secolo l’idea che una persona potesse vivere grazie alla sostituzione di parti del proprio corpo con quelle di altre persone si sarebbe potuta definire fantascienza. Da diverso tempo però i trapianti di organi sono pratica consolidata, per cui sappiamo che non è con un polmone nuovo che una persona cessa di essere quella che è. La fantascienza dal Ventesimo secolo in poi però si è spinta un po’ più in là, immaginando che la sostituzione di componenti del corpo possa arrivare a livelli ben più rilevanti. L’aggiunta e il continuo ricambio di protesi meccaniche e robotiche potrebbe davvero arrivare a compromettere la natura e l’identità di una persona?

È soprattutto con il cyberpunk che l’immaginario dell’uomo meccanizzato si è diffuso, con personaggi che grazie ai numerosi innesti cibernetici possono aumentare le proprie capacità, migliorare i sensi o aggiungerne di nuovi, come la possibilità di interfacciarsi con il cyberspazio. In questo caso forse il dilemma non viene propriamente affrontato e l’aspetto principale che emerge è soprattutto quello estetico, che si ritrova maggiormente in opere degli anni 90 diventate cult come il film Johnny Mnemonic o il videogame Deus Ex. Ma difficilmente eroi e cattivi di queste storie avevano profonde crisi d’identità.

Un caso in cui la sostituzione del corpo porta a conseguenze più pesanti è quello che vediamo nell’episodio della settima stagione di Futurama La capra al curry. Qui Hermes, in cerca di una sempre maggiore efficienza burocratica, sostituisce poco per volta le parti del suo corpo, fino a diventare una creatura interamente robotica, che conserva solo il cervello originale dell’umano. Ma quello che è ancora più interessante è che, in parallelo, il dottor Zoidberg sta raccogliendo le parti scartate da Hermes e con queste ha rimesso insieme il suo corpo. E quindi la domanda in questo caso è ribaltata: quale dei due è il vero Hermes Conrad?

Questo filone di ragionamento può portare a pensare che il fattore determinante nel risolvere il paradosso della Nave di Teseo sia la gradualità: se la sostituzione di componenti del corpo avviene poco per volta, allora l’identità rimane intatta. D’altra parte le nostre stesse cellule si rinnovano completamente ogni sette-otto anni, dopo di che ci troviamo con un corpo totalmente composto di pezzi nuovi. Ma se invece questa sostituzione avviene rapidamente, allora il risultato non corrisponde più con l’originale? È il caso del teletrasporto di Star Trek, che nel canone accettato della serie scompone le molecole del viaggiatore e le ricompone a destinazione, di fatto creando una copia dell’oggetto di partenza. In genere questo aspetto viene trascurato, ma a volte alcuni personaggi si rendono conto delle implicazioni filosofiche di questa tecnologia: il medico di bordo dottor McCoy lo evita sempre, e l’episodio Punto di non ritorno della serie Enterprise si basa interamente su un banale effetto collaterale dal teletrasporto.

Eppure, salvo rari incidenti, quella che compare all’altro capo del teletrasporto è la stessa persona che è partita, pur essendo composta da materia del tutto diversa. Viene da pensare allora che non siano le molecole a fare la differenza nel definire ciò che siamo, ma qualcos’altro.

La Nave di Teseo come sostituzione della mente

Affermare che la natura di un individuo è determinata dall’insieme delle sue molecole è sicuramente riduttivo, e come si è visto non rappresenta una soluzione efficace del paradosso della Nave di Teseo. Ma noi umani non siamo solo sacchi di carne, siamo anche pensiero. Forse anzi, siamo soprattutto quello. Allora potrebbe essere proprio la mente quella parte essenziale che, una volta sostituita, ci porta a diventare qualcos’altro.

La fantascienza non ha faticato molto a giocare anche su questa ipotesi: con la facilità con cui ci si innesta un braccio robotico o un occhio cibernetico si può impiantarsi anche un cervello diverso. Daneel Olivaw, il robot positronico umanoide coprotagonista dei romanzi del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov, nel lontano futuro descritto in Fondazione e Terra racconta di aver ricostruito numerose volte il proprio cervello a fini di manutenzione e miglioramento, e nonostante questo è rimasto sempre R. Daneel Olivaw. Ma certo, lui era già un robot, per cui era facilitato.

Nel videogioco Soma, il protagonista è arrivato nel futuro grazie alla scansione e riproduzione della sua mente su un supporto digitale, e in seguito è in grado di occupare corpi diversi, anche nello stesso momento. Una cosa simile avviene nell’episodio USS Callister della quarta stagione di Black Mirror, generalmente poco apprezzato, in cui i colleghi di lavoro di un game designer sono da lui ricreati all’interno di uno spazio virtuale. In entrambi i casi, le due versioni dei personaggi arrivano anche a interagire tra di loro: a quel punto chi di loro può ritenersi l’originale? È sufficiente il criterio di quale è venuto per primo? E in tal caso, perché la copia non avrebbe diritto a pretendere la propria identità, nonostante sia in tutto e per tutto identica all’originale?

Finora abbiamo considerato iterazioni della stessa mente che conservano un percorso condiviso, un fusso di coscienza univoco, almeno fino al momento della copiatura. Ma in certi casi può succedere anche che questo flusso sia deliberatamente alterato. La fantascienza straripa di casi in cui i ricordi sono manomessi, cancellati, aggiunti: dall’Altra Memoria delle Bene Gesserit di Dune, alla terapia per cuori spezzati di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, dalle vacanze simulate del racconto Ricordiamo per voi di Philip Dick (da cui è stato tratto Atto di forza e il più recente reboot Total Recall) alle numerose copie a diversi stadi di conoscenza create dal protagonista del gioco indie Axiom Verge. In tutti questi casi la corrispondenza tra la mente originale e quella derivata non esiste più, eppure come si fa a dire che le due non sono, in qualche modo, la stessa persona?

In opere come Ghost in the Shell e Alita l’angelo della battaglia abbiamo protagoniste che hanno perso sia i loro corpi che le loro memorie. Non hanno più niente di quello che erano all’inizio, ma nonostante questo ciò che sono state continua a influenzarle e scoprire il proprio passato sarà uno dei motori principali delle loro storie. Sia Alita che il Maggiore si sentono in qualche modo la continuazione di quella versione precedente, che è diversa da quella attuale tanto nel corpo che nella mente. C’è anche il disturbante racconto Seconda persona tempo presente dell’autore americano Daryl Gregory, in cui dopo l’overdose della droga Z (che sta per Zen o Zombie, o entrambi) una ragazza si trova completamente dissociata dalla sua identità precedente: pur avendo lo stesso corpo e lo stesso cervello, afferma di essere un individuo del tutto separato da quello che era prima dell’overdose. Quella persona è morta, non esiste più. Lei è un’altra.

E allora forse non basta nemmeno questo. Non è ciò di cui siamo fatti a definirci, e nemmeno ciò che pensiamo o ricordiamo. Ci dev’essere qualcos’altro, qualcosa di più profondo e meno riconoscibile, che racchiude il segreto della nostra identità.

La Nave di Teseo come sostituzione dell’anima

Nella sua prima avventura, il Dodicesimo Dottore interpretato da Peter Capaldi si confronta con un gruppo di robot che da secoli sta sostituendo le proprie parti meccaniche con componenti biologiche per mantenersi in vita. Li accusa di essersi modificati così a fondo e così a lungo da non conservare nulla della loro natura originale. Ma mentre li accusa di questo, si accorge che anche lui, fresco di rigenerazione, è cambiato così tante volte da non conservare più niente di quello che era prima. Ogni volta che un Timelord si rigenera, rinnova interamente le proprie cellule e la propria mente, al punto di cambiare personalità e a volte anche sesso, come è successo proprio al Tredicesimo Dottore. Ma se fisico e personalità cambiano, i ricordi col tempo si mischiano e affievoliscono, come può il Dottore continuare a ritenersi il solito Dottore?

Siamo partiti dalla filosofia, siamo passati dalla chirurgia e dalla psicologia e ora approdiamo al misticismo. Perché l’unica risposta a questo punto pare essere che esista una sostanza o grandezza immisurabile che non equivale alla somma delle sue parti. Possiamo chiamarla in tanti modi, ma alla fine dei conti si sta parlando dell’anima. Senza implicazioni religiose, si potrebbe definire l’anima come quella cosa che caratterizza una creatura nel suo ruolo nel mondo. Per un oggetto inanimato come la nave di Teseo, l’anima corrisponde a ciò che la nave stessa rappresenta: se la nave stazione nel porto di Atene per celebrare la memoria dell’eroe fondatore della città, allora non importa che nel corso di duemila anni al posto di una galea a remi sia diventata un sottomarino nucleare. Finché sarà percepita da tutti come la nave di Teseo, ovvero “quella cosa che ci fa ricordare delle gesta di Teseo”, allora sarà sempre la stessa.

Ma certo è facile individuare che cosa definisce un oggetto, meno nei casi di una persona. Nel suo racconto Respiro, Ted Chiang trova la risposta a questa domanda, individuando con rigorosità scientifica ciò che costituisce l’identità di un individuo. Peccato che lo faccia riferendosi alle creature meccaniche protagoniste del racconto e che quindi la sua scoperta sia meno utile agli uomini di ossa e sangue. Un’altra creatura meccanica che sembra aver trovato la sua risposta è L’uomo bicentenario di Asimov, l’androide che progressivamente si tramuta in umano fino a vivere l’esperienza più estrema e umanizzante di tutte, quella della morte.

Non sarebbe d’accordo con quest’approccio il dottor Robert Ford, il progettista degli automi di Westworld interpretato da Anthony Hopkins. Per più di trent’anni Ford ha lavorato per determinare cosa fosse la coscienza, da rendere tanto speciali gli uomini rispetto alle sue creazioni biomeccaniche che popolano il parco. E la sua conclusione è che non si può definire la coscienza, perché la coscienza non esiste, e non c’è nessuna forza speciale che ci rende migliori della somma delle nostre parti. Eppure gli stessi host, una volta superate le barriere della memoria e del dolore, possono trovare la strada verso il centro del labirinto e acquisire un nuovo livello di comprensione di sé. Anche loro, ricostruiti e modificati continuamente nell’hardware e nel software, mantengono un qualche tipo di continuità con le loro versioni precedenti.

Per cui, o si accetta che questa entità inafferrabile che per comodità chiamiamo “anima” esiste, oppure dobbiamo ammettere che invece è il presupposto a essere errato, ossia che non c’è nessuna corrispondenza e continuità in nessun essere o oggetto tra passato e presente. Che tutto cambia, niente è se stesso per più di un istante, e che insomma, non ci si può immergere nello stesso fiume due volte, una conclusione su cui concordano Eraclito, il Buddha e pure il Dottore.

Certamente se il dilemma della nave di Teseo esiste già da più di duemilacinquecento anni non sarà risolto da un racconto o un videogioco. Ma come sempre, il compito della fantascienza non è fornire risposte, piuttosto ulteriori domande e spunti per affrontarle da prospettive diverse. Perché forse sappiamo chi siamo oggi ma non possiamo prevedere chi saremo domani, ma esercitarci a vedere le cose in modo diverso ci sarà sempre utile.

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