Spesso considerato un prodotto di nicchia, The Expanse è una delle migliori serie in circolazione, anche se non si vede neanche un drago.

Cosa hanno in comune l’universo crossmediale di Wild Cards (partorito da G.R.R. Martin in un momento in cui  – probabilmente – avrebbe dovuto scrivere la conclusione de Le cronache del ghiaccio e del fuoco), i Bastardi Gentiluomini di Scott Lynch (annunciata per il ritorno in libreria nel 2020 grazie a Mondadori) e le avventure di The Expanse ideate da James A. Corey? I giochi di ruolo.

I romanzi che compongono queste saghe, infatti, nascondono dietro il loro sviluppo sessioni di RPG (role-playing game) masterate dagli autori; nel caso di The Expanse, poi, il legame con Wild Cards è ancora più stretto: la saga creata da Martin, che conta al momento 27 romanzi, una dozzina di racconti e una serie tv in produzione per Hulu, è il trait d’union tra i due autori che si nascondono dietro il nome d’arte di Corey.

Galeotto fu George Martin

Daniel Abraham, autore di alcuni dei romanzi del mondo di Wild Cards, conosce infatti G.R.R. Martin, con cui ha modo di collaborare alla stesura del romanzo a sei mani Fuga impossibile, basato su una novella del compianto Gardner Dozois e sviluppato da Dozois stesso con la collaborazione di Martin e Abraham.

Come spesso succede tra nerd, una storia ne trascina un’altra e alla fine del primo decennio del nuovo secolo Daniel Abraham si trova a collaborare proprio con l’assistente personale di Martin, Ty Franck, allo sviluppo in forma di romanzi dell’ambientazione sci-fi creata da Ty per il suo gioco di ruolo. Il resto, come il fatto che il detective Miller fosse proprio il personaggio giocato da Abraham, è storia. Nel 2011 viene pubblicato il primo romanzo della serie, Leviathan Wakes, e nel 2015 Syfy presenta ai suoi spettatori una prima stagione di The Expanse straordinariamente ben fatta, che si avvale dei Corey come autori e produttori.

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Per concludere in breve la sezione wikipedia dell’articolo e passare ai motivi per cui The Expanse è la miglior space opera in circolazione, la serie rischia di chiudere alla terza stagione quando SyFy decide di rinunciare all’unica serie decente che abbia trasmesso in decenni di onorata carriera; a salvare capra, cavoli e ronzini ci pensa Jeff secondouomopiùriccodelmondo Bezos, che compra i diritti della quarta stagione per il suo servizio di streaming Amazon Prime Video.

The Expanse, capitolo quarto

Proprio in questi giorni sono stati resi disponibili sulla piattaforma i dieci episodi della quarta stagione della serie, che non delude le aspettative. Nonostante la qualità dell’opera, tuttavia, The Expanse resta un prodotto di nicchia, che non è riuscito a sfondare il muro del genere e a far appassionare agli intrighi politici e interplanetari di Terra, Marte e Belters il pubblico generalista. The Expanse, insomma, non è Game of Thrones.

Se guardate la nostra classifica delle venti migliori serie tv degli ultimi dieci anni, infatti, noterete che le avventure di Holden, Naomi, Alex e Amos non sono nominate, e che le uniche serie assimilabili alla fantascienza presenti in classifica sono distopie come Black Mirror e The Handmaid’s Tale o serie animate come Love, Death + Robots e Rick & Morty. Uno dei possibili motivi per cui The Expanse – con i suoi personaggi sfaccettati, profondi, in grado di suscitare empatia nello spettatore senza risultare mai sfacciatamente scritti per ottenere quel risultato e una trama complessa e appassionante, che non pecca mai di cali di tensione o buchi di trama – resta un prodotto di nicchia e non ci troviamo circondati (purtroppo) da merchandise della Rocinante, nessuno ha ancora chiamato la figlia Chrisjen Avasarala e beltalowda non è ancora diventato un termine di uso comune, è che la space opera, a differenza del fantasy, con la sua magia che non ha bisogno di essere compresa per essere accettata, viene percepita come un prodotto complesso, per appassionati e fanatici della gravità zero.

Questione di impegno

A differenza di Black Mirror, che usa esempi di cattiva tecnologia per mettere in guardia lo spettatore dai pericoli della malvagità umana, o di The Handmaid’s Tale, che prospetta una società terribile nel suo essere possibile, quello presentato in The Expanse è un futuro complesso, ma ottimista.

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Le tre potenze in gioco, le Nazioni Unite della Terra, il fortemente militarizzato Marte e la sfruttata e soggiogata Belt, che vede nell’OPA la sua frangia terroristica e agguerrita, danzano attorno all’universo e sviluppano coreografie di alleanze, guerre, sotterfugi e doppiogiochismi tali da far impallidire qualsiasi Maestro del conio dei Sette Regni, senza per questo sacrificare sull’altare dei giochi di potere scene di azione, crescita dei personaggi, profondità nell’affrontare tematiche attuali come il welfare, l’importanza della verità nella politica, la necessità di usare la diplomazia al posto dei missili.

The Expanse è una serie corposa, non certo un prodotto da mettere in sottofondo mentre lavate i piatti, prestando attenzione con un orecchio ai dialoghi dei personaggi e con l’altro ai vocali da dieci minuti che vi arrivano su Whatsapp, ma è anche una storia che vi farà dimenticare delle notifiche del cellulare, trascinati come sarete dagli eventi scatenati dalla protomolecola nel nostro universo.

Per serie tv ad astra

Uno dei punti di forza di The Expanse è costituito dal continuo cambio di registro che la serie mette in atto in maniera fluida e organica: se i giochi di potere fanno sempre da leit-motiv alla narrazione, ciò che mette in moto gli eventi della prima stagione viene raccontato con una sfumatura da noir fantascientifico che evolverà in un vero e proprio thriller, passando dalla spy story e virando poi sul weird, con scene di primo contatto alieno, prove tecniche di colonizzazione e, nell’ultima stagione, atmosfere da disaster movie.

Mentre Netflix ancora arranca alla ricerca di una sua space opera in grado di fare breccia nel cuore degli utenti (ci ha provato con Lost in space prima e con Nightflyers – tratto proprio da una novella di Martin – dopo, ma con risultati non proprio eccellenti), The Expanse conquista con facilità il podio grazie all’abilità dell’intera crew che lavora al progetto – dagli attori al reparto VFX, tutto collabora alla riuscita di un prodotto senza sbavature – di portare avanti una storia in grado di soddisfare più categorie di spettatori, che parla di noi attraverso i trope della fantascienza della golden age – pistole laser e inseguimenti spaziali – evidenziando come il problema della sci-fi non sia la morte della space opera, quanto piuttosto il nascondersi dietro di essa per proporre prodotti ripetitivi e poveri di contenuti.

Una riflessione questa che, estesa a ogni prodotto di intrattenimento, dovrebbe spingere sempre più a sostenere produzioni in grado di – appunto – intrattenere senza puntare al minimo comune denominatore di una narrazione vuota e fine a se stessa. Perché anche mentre guardiamo uno schermo, ci piace puntare alle stelle.

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