Una riflessione personale sull’apatia videoludica in tempi di quarantena

I videogiochi mi hanno stancata. Da mesi.
Da quando nel 2020 è esplosa la pandemia, nonostante un evidente rallentamento delle nuove uscite, ho giocato una quantità di ore inverosimile, approfittandone anche per rimpicciolire il classico backlog. Soprattutto durante la prima fase di lockdown, i videogiochi sono stati la mia compagnia principale, tolto quel santo di mio marito. Poi, all’improvviso, qualcosa si è inceppato.

Che sia vagare tra le lande colorate del Messico di Forza Horizon 5 o vestire i panni di Master Chief in Halo Infinite, non riesco a provare nulla. E non è un discorso legato a una console specifica: per Natale ho ricevuto Ratchet & Clank: Rift Apart, brand a cui sono molto legata per motivi personali ma che è ancora avvolto nel cellofan sullo scaffale di casa. Non ho nemmeno la minima voglia di accendere la Switch per riprendere Hades, titolo che ho davvero adorato nel 2020. Del resto, perché giocare se non provo nulla? Per far scorrere il tempo? Per me questa non è una motivazione valida da veramente molto tempo, dato che, da quel che ricordo, i videogiochi mi hanno sempre dato qualcosa in termini di coinvolgimento. È chiaro che il problema non è da rintracciare nei titoli sopramenzionati, ma in me stessa. A quanto pare, soffro di apatia videoludica.

Posso capire il sentimento di apatia. Capita anche a me spesso. In periodi normali può essere che la saturazione di offerta e di informazioni su un mercato che viaggia a 300 km all’ora possano far perdere la bussola anche sulla propria passione.

Davide Salvadori – Stay Nerd

Purtroppo non è possibile fare una disamina scientifica, perché di apatia videoludica se ne parla poco in maniera “ufficiale”. Lato stampa, è possibile individuare alcuni esempi legati al tema, tra cui l’articolo di Stefania Netti, ma sono troppo pochi o in chiave troppo soggettiva (come questo) per avere un quadro complessivo del fenomeno. Un discorso che riguarda sia la stampa nostrana ma anche estera. Eppure sono tante le persone che cadono nell’apatia videoludica, ossia nella totale mancanza di partecipazione o interesse verso un qualcosa che invece prima generava grande trasporto emotivo e sensoriale. Lo dimostrano i numerosi post su ResetEra e Reddit. E non pensate che si tratti di una questione di oggi. Ricordo ancora bene che, su un vecchio numero di PSM (chiedo venia ma non ho modo di verificare quale di preciso al momento), un utente chiedeva supporto al caporedattore Gianluca “Ualone” Loggia perché i videogiochi non riuscivano più ad emozionarlo.

Le cause possono essere diverse e anche qui mi preme precisare che si tratta più di percezioni personali che di un’elencazione completa e attendibile. Nella puntata podcast di Gaming Wildlife dedicata al tema, è emerso che tutti in redazione abbiamo sofferto nella vita di apatia videoludica. Chi perché ha perso la magia dello stupore; chi per saturazione; chi perché messo davanti ad altre priorità dalla vita.

Personalmente, non so quando tutto è iniziato di preciso. Ricordo però che dopo l’enorme impatto emotivo che ha avuto su di me il finale di The Last of Us Parte II, i titoli venuti dopo mi sono sembrati scialbi, incapaci di colpirmi in maniera altrettanto forte. Questa necessità dell’emozione a poco a poco si è tramutata in apatia, nonostante nel mezzo mi siano capitati titoli del calibro di Haven, Disco Elysium e, in tempi recenti, Inscryption, capaci, in maniera egregia e inaspettata, di riaccendere la mia scintilla interiore, ognuno nel suo magnifico modo. Ma si tratta di un attimo, il tempo dell’esperienza in sé, poi ripiomba quella noia quasi soffocante al punto che ormai gioco solo per lavoro.

In questi giorni mi trovo in quarantena perché sono positiva al COVID-19. All’inizio il solo pensiero di giocare per distrarmi mi metteva ansia, ma una volta arrivato l’ennesimo giorno uguale al precedente, mi sono decisa a scaricare dal Game Pass Fallout: New Vegas, già divorato più e più volte al tempo. Nemmeno la paura costante di “e se giocato oggi è terribile e rovini il ricordo?” mi ha fermata. Così, per la sesta volta nella mia vita, mi sono avventurata nel deserto radioattivo del Mojave.

Che dire? Le texture avranno pure 12 anni, così come le animazioni, ma il titolo di Obsidian mi ha rapita ancora una volta: girovagare di notte per la Zona Contaminata, scoprirne i suoi segreti e i suoi personaggi, mentre dal Pip Boy risuona Johnny Guitar, mi dà un senso di libertà e appagamento che avevo dimenticato. In questi giorni, leggere le email contenute nei computer retro della Repconn, indagare su quale bestia notturna massacra i bramini a Novac o soffermarmi sul cimitero di Camp Forlon Hope non mi annoia, anzi, mi travolge, permettendomi con il massimo coinvolgimento di rivivere il Far West in chiave post-apocalittica.

Nonostante Fallout: New Vegas si stia rivelando, per l’ennesima volta, una bellissima esperienza, non mi sono mica fermata a una sola valvola di sfogo: ho ricominciato a giocare pure su PC. Ho ripreso Coffee Talk, la calda visual novel di Toge Productions. Un titolo indie la cui unica pretesa è quella di rilassare chi gioca. È diventato il mio appuntamento fisso prima di andare a dormire nelle ultime sere: la musica Lo-Fi, i suoni calorosi del bar e le storie dei clienti abituali mi sgombrano del tutto la mente, facendomi dimenticare della quarantena.

Non so se dopo Fallout: New Vegas e Coffee Talk cadrò nuovamente nell’apatia videoludica. Se questo riavvicinamento spontaneo verso i videogiochi sia dettato dalla stato di isolamento in cui mi trovo, che mi svincola dalla rincorsa verso il trend del giorno. Un vero e proprio lusso nell’era cronofagica in cui viviamo. Non ho interesse a pormi queste domande, perché ho imparato una lezione importante: ascoltare l’apatia. Come qualsiasi disagio, non occorre soffocarla, perché in realtà ci mostra quali sono le nostre reali necessità. In questo momento un RPG di 12 anni fa e una visual novel in pixel art sono ciò di cui io, in quanto videogiocatrice, ho bisogno. Forzarmi di giocare ad altro non è la soluzione, anzi acuisce il problema.

Tra i consigli riportati nei vari articoli sull’apatia videoludica vi è sicuramente quello di prendere un periodo di pausa dai videogiochi, per evitare un senso di saturazione e frustrazione. Una volta staccata la spina, c’è il rischio che la FOMO (Fear of Missing Out) venga a bussare alla propria porta. Ed è qui che è necessario ascoltare l’apatia, perché lei chiederà: “Vuoi davvero giocare al gioco X del momento?”. Se la risposta è no, va bene così.
“Vuoi giocare al tuo gioco preferito di tot anni fa?”
“Vuoi giocare a un indie?”
“Vuoi giocare a un mobile game?”
“Vuoi giocare a qualcosa?”

La risposta potrà essere sempre no e andrà comunque bene. Vuol dire che non è il momento giusto, per quel titolo specifico o persino per nulla. La fiamma si riaccenderà spontaneamente, così come si rispegnerà. La passione è come un ruota, diceva Ualone, no? E come tale gira, si ferma, per poi ripartire se non fermarsi una volta per tutte. L’importante è seguire il suo tracciato.

Sotto un caschetto nero e un grosso paio di occhiali si cela una ragazza amante dei videogiochi, di Storia americana contemporanea, Game Studies e più in generale di cultura pop. Nelle sue analisi le piace andare oltre, nel tentativo di comprendere i perché di una particolare rappresentazione.