Io non credo nella luna. Per me è il retro del sole

L’Inserviente

“I know… I’m no… Supermaannn” così faceva la sigla che apriva le danze di una delle comedy destinate a fare la storia del decennio scorso. Una sigla che era già tutta un programma, scritta, musicata e interpretata dai Lazlo Blane nel loro album più famoso All the Time in the World del 2002, che veicolava, attraverso un sound bizzarro e inusuale, l’importanza di lottare contro le storture della vita nonostante i propri limiti, limiti che andavano accettati senza sentirsi inutili o impotenti. Il senso profondo del testo, il messaggio nascosto: fai ciò che è in tuo potere per cambiare le cose, per aiutare qualcuno, per salvare delle vite, ma abbi la forza di sopportare e di andare avanti quando tutto questo non basta. Ideali non banali, che sembrano assolutamente attuali ancora oggi nonostante ne sia passata di acqua sotto i ponti. E pensare che stiamo parlando dell’intro di una serie tv ambientata in un ospedale con al centro le peripezie di giovani medici alle prime armi. Messa così potrebbe assomigliare ad uno dei tanti medical drama in circolazione, che da E.R. in poi hanno raggiunto una fama immortale ingraziandosi un pubblico che ha dimostrato di non averne mai abbastanza. No, stiamo parlando di qualcosa di diverso. Stiamo parlando di Scrubs.

Sono diventato medico per gli stessi quattro motivi di tutti: soldi, donne, potere, donne“.

Perry Cox

Ma cosa vuol dire Scrubs? Si tratta di un intraducibile gioco di parole con il termine inglese “scrub” che indica, nel linguaggio medico, la divisa indossata dagli addetti ai lavori e c’è anche un verbo, “to scrub”, che teoricamente si riferisce alla pratica chirurgica di lavarsi le mani prima e dopo un intervento. Tuttavia, spesso sta a significare anche lo stato di una persona inesperta o incapace di compiere una determinata azione. Ed è dunque sfruttando questa vasta gamma di concetti che nel 2001 Bill Lawrence, all’epoca showrunner di sicuro avvenire, decide di chiamare “Scrubs” il suo nuovo progetto. Andata in onda per la prima volta il 2 ottobre di quell’anno, Scrubs (anche nota con l’imbarazzante titoletto italiano “Medici ai primi ferri”) è stata una delle serie tv cardine del Duemila, capace di conquistarsi una vasta platea di appassionati che, nonostante siano passati oltre 10 anni dalla sua chiusura, continuano ad amarla in barba allo scorrere del tempo.

Che l’abbiano conosciuta tramite le prime serate di di MTV, che si siano sbellicati dalla risate il primo pomeriggio su Fox o che abbiano imparato ad apprezzarla nelle remote contrade dell’Internet (dove per un lungo periodo è stata disponibile perfino su Youtube), è veramente difficile trovare qualcuno che non l’abbia apprezzata o anche solo sentita nominare. E questa è forse la prova definitiva che testimonia, casomai ce ne fosse bisogno, l’eredità di questo cult assoluto: il fatto che abbia lasciato una vasta eco nella memoria di tutti quelli che l’anno incrociato anche solo una volta. E Scrubs, in effetti, se l’è meritato, grazie al suo particolare dna che gli ha permesso di sopravvivere fino a diventare un ricordo condiviso della nostra cultura, un dna fatto di personaggi brillanti, un cast superbo, sceneggiature geniali e, soprattutto, un’inedita commistione tra umorismo e dramma che ha insegnato a tutti il vero significato del termine dramedy. Scrubs, nella sua lunga e gloriosa carriera, ha saputo trovare il modo per mettere insieme due poli opposti come le risate e le lacrime, la sofferenza e la gioia, il nonsense con la coerenza, incrociandole in un meccanismo oliato a regola d’arte che ancora oggi non ha eguali. Un ibrido di generi narrativi che metteva in scena situazioni e battute degna della miglior sit-com fuse insieme in un’ambiente ospedaliero fatto spesso di malattie, dolore e tragedie personali, scovando un pregevole equilibrio tra questi estremi. È scientificamente provato che, sui trenta minuti medi a puntata, lo spettatore ne passa ventinove a sbellicarsi dalla risate e l’ultimo a piangere come una fontana. Una medical dramedy, potremmo dire, dal forte contenuto innovativo che ha creato un vasto vuoto nei fan e nel palinsesto televisivo in generale, anche perché nessuno è mai riuscito a replicarne lo stile, il savoir fair e la perspicacia.

Una sinergia di fattori premiata anche dalla critica, visto che negli anni Scrubs ha racimolato decine di nomination agli Emmy in svariate categorie, tra cui spiccavano quelle per il miglior casting, il miglior montaggio e la miglior sceneggiatura, insieme ad altri riconoscimenti in molteplici campi del settore. Segno che il grande pregio di questa serie, prima di tutto, era quello tecnico, prova provata che il lavoro qualitativo dietro ad ogni episodio sfiorava la perfezione. Tant’è che non sono mancati virtuosismi, sperimentazioni e giochi letterari e cinematografici in puntate memorabili come La mia vecchia signora (1×4), Il mio gabinetto sul tetto (3×13), Il mio disastro (3×13), La mia vita come una sit-com (4×17), Il crollo del mio idolo (5×21), Il mio musical (3×6), Il mio lungo addio (6×15), La mia principessa (7×9), piccoli capolavori che ogni aspirante scrittore dovrebbe guardare per imparare a realizzare uno show degno di questo nome. Del resto, la sua autorevolezza, la sua importanza, la sua capacità di salire in cattedra è stata testimoniata da una lunga vita durata ben otto stagioni (la nona non esiste), che dal 2001 ha attraversato un paio di periodo storici della tv e qualche stravolgimento epocale (compreso il famoso sciopero degli sceneggiatori del 2007) per arrivare fino a noi.

“Sapete, oggi non è soltanto un altro giorno, oggi è il mio primo giorno. E quattro anni di studi, quattro anni di tirocinio e mucchi di rate da pagare mi hanno fatto capire una cosa: non so un cavolo”.

JD

Cominciava così, con questa lunga riflessione che nel pilot My First Day, tradotto in italiano Il mio primo giorno (una piccola curiosità: quasi tutti i titoli in lingua originale cominciano con un My, sulla falsariga di Friends e i suoi TOW, acronomino per The One With, The One When, The One Where…), e questa riflessione era già indicativa di quella che sarebbe stata serie: la storia di un giovane medico agli inizi della sua carriera, timido e impacciato che ci raccontava le sue peripezie in questo percorso di maturazione umana e personale. Una formula nota e spesso usurata, qui però resa profondamente rivoluzionaria grazie al punto di vista inedito con cui veniva trattata. L’intera narrazione era raccontata attraverso gli occhi del protagonista John Dorian, soprannominato JD, che lasciava fluire libera la sua fantasia in ogni momento della giornata, dando corpo a tutti i suoi dubbi, alle sue paure, ai suoi pensieri e alle riflessioni che lo accompagnavano durante l’orario di lavoro, spesso diretta conseguenza dei casi clinici che affrontava o delle persone con cui entrava in contatto. All’interno, la puntata poi poteva cambiare, cercare strade insolite e originali per raccontare la vicenda del paziente di turno, tuttavia ogni volta le riflessioni del protagonista aprivano e chiudevano l’intero episodio, partendo all’inizio da un presupposto e tirandone in conclusione le dovute conseguenze. Un magistrale percorso circolare che rendeva totale la catarsi e rivitalizzava l’esperienza dello spettatore, anticipando un modus operandi che poi sarebbe stato ripreso ed accentuato (e in parte plagiato, ad essere onesti) da Grey’s Anatomy. Questa scelta non solo rendeva JD una figura da nuova, in controtendenza rispetto agli standard dell’epoca, ma permetteva allo spettatore di immedesimarsi subito nei suoi panni, oltre che di prenderlo istantaneamente in simpatia. Col suo vagare perennemente tra le nuvole, i suoi timori messi sempre a nudo, il suo stile riconoscibile (e anche vagamente gay, da cominciare dal suo cocktail preferito: l’appletini) e i suoi errori, John Dorian era il prototipo di ciascuno di noi un preciso momento della crescita, quando si è sul punto di completare la strada che dall’adolescenza porta alla vita adulta. Una maschera di questo fondamentale passaggio esistenziale talmente vera da riuscire a fare una breccia nel cuore dello spettatore con le sue stranezze, le manie e il costante bisogno di un mentore in grado di aiutarlo a completare la sua maturazione (ma non è quello che andiamo tutti cercando?). JD ci parlava e ci parla ancora oggi da pari a pari, come se esistesse davvero. E, in fondo, è così visto che Lawrence prese ispirazione per crearlo dal suo vecchio compagno di collage Jonathan Doris, il JD originale, che è stato consulente per tutte le otto stagioni e ha fatto perfino un cameo nel finale.

“È per questo motivo che l’emicrania non le passa: qui vede, questo si legge ‘analgesico’, non ‘anale gesico’. Signore, le prenda per bocca…

Turk

Tuttavia, non è l’unico character ispirato a persone esistenti. Anche gli altri straordinari protagonisti hanno dei riferimenti più o meno espliciti, individualità precise riportate sulle schermo in maniera chiara o a volte più sfumata. Del resto, per rendersene conto bastano alcuni minuti, il tempo minimo per avvertire l’empatia quasi istintiva che ci lega ai personaggi. A cominciare dal Dr. Perry Cox, un uomo cinico, narcisista, egocentrico e dal monologo facile che non perde occasione per vessare JD con continui nomi femminili o chiamandolo ripetutamente “pivello”, inaspettata figura paterna messa in scena da un John C. McGinley in stato di grazia, capace di dare con la sua mimica e la sua voce una caratterizzazione memorabile. Senza dimenticare Turk (Donald Faison), il migliore amico di Dorian ed ex compagno di stanza al collage, un aspirante chirurgo di colore dall’atteggiamento macho e competitivo, ribattezzato da JD “orso bruno”. Turk che avvierà una relazione destinata a durare con Carla Espinosa (Judy Reyes) una delle migliori infermiere dell’ospedale, una donna di origine dominicana dall’indole materna, affettuosa e a volte anche un po’ vendicativa. Ad alimentare la componente femminile del cast troviamo la nevrotica e insicura Eliott Read (Sarah Chalke), anche lei specializzanda che darà vita con JD ad un tira e molla leggendario, destinato a far concorrenza a quello ancor più interminabile di Rachel e Ross di Friends (altro particolare che le due serie hanno in comune). Ma non finisce qui.

Fin dalla primissima, indimenticabile stagione faremo la conoscenza di tutte le figure imprescindibili delle serie: l’Inserviente (dal nome ancora oggi sconosciuto) con il volto di Neil Flynn, il Dr. Kelso (Ken Jenkins), l’acido primario dell’ospedale dei polpacci stranamente giovanili e dai pollici sempre in bella vista, Ted (Sam Llyod), il sudaticcio avvocato dall’ugola d’oro, Il Todd (Robert Maschio), chirurgo in erba con una passione per tutto quello che riguarda la sfera sessuale, Laverne (Aloma Wright), un’infermiera dotata di una fede religiosa molto forte e Jordan (Christa Miller), la diabolica ex moglie del Dr. Cox, forse l’unica persona sulla faccia della Terra capace di rivaleggiare con lui… Senza dimenticare poi la presenza di guest star dal calibro di Michael J. Fox, Courteney Cox, Elizabeth Banks, Heather Graham, Bellamy Young, Dick Van Dyke, Heather Locklear, Masi Oka e Aziz Ansari, che  negli anni hanno arricchito la serie con le loro comparsate. Altra lancia spezzata a favore della notorietà di Scrubs e che ha contribuito, esattamente come per Friends, How I Met Your Mother e Will & Grace (che in questo particolare campo ha fatto scuola ospitando alcune delle più grandi stelle del decennio), a decuplicarne la fama.

Ti sei fatta quattro anni di college e quattro di medicina, giusto? Quindi vado sul sicuro quando affermo che hai almeno otto anni. “

Dr. Kelso

Tuttavia, il realismo di Scrubs non si rintraccia solo nei suoi personaggi. Infatti, anche il set, la “Springfield” di Scrubs ha il suo preciso ruolo: l’ospedale Sacro Cuore, palcoscenico prediletto dell’intera serie. L’ambientazione, che ospitava la stragrande maggioranza delle puntate, fu infatti realizzata in un vecchio ospedale con una cura talmente maniacale che durante il primo anno di riprese, come raccontato  in varie interviste dagli attori, molte persone si presentavano quasi tutti i giorni chiedendo di poter essere ricoverate. Chissà che effetto gli avrebbe fatto diventare i pazienti del Dr. Cox, avverando il sogno di tutti gli appassionati. Non fatichiamo a credere che sarebbe rimasti alquanto scandalizzati dalla folle quotidianità del luogo, tra dottori che chiamano continuamente i propri subordinati con nomi di donna, inservienti che fanno scherzi crudeli agli specializzandi e un intero personale in grado, a giorni alterni, di rubare camici per trasformarli in tendine, indossare pantaloni-doccia, girare in tanga, cominciare dal nulla a cantare e a urlarsi contro, magari ammirando la sala dei ricoveri diventare all’improvviso il set di una sit-com o scovando insospettabili servizi igenici sul tetto. Sarebbero certamente rimasti allibiti di fronte ai dialoghi surreali tra gli adetti del personale, alle espressioni oltremodo bizzarre e irripetibili come “Ammaccabanane“, “Jambalaya“, “Questo momento è così bello che ci farei sesso“, “Hooch è pazzo!“, “Notte bistecca!“,

Bongo Day“, “E anche Hugu Jackman!” entrate di diritto nella cultura popolare contemporanea. Se qualche volta vi capiterà di sentirle, sui Social o nel mondo reale, sappiate che provengono da qui.

 

“Perché no? Chi può dirmi che le mie fantasie non si avvereranno? Almeno questa volta…”

JD

Le ultime parole pronunciate da JD nella puntata conclusiva, Il mio finale, mentre si accinge a lasciare per sempre l’ospedale Sacro Cuore dov’è diventato un medico e un uomo. Prima di arrivare alla porta e trovare ad attenderlo Bill Lawrence, che interpreta un bidello in uno dei cameo più speciali della televisione, il nostro protagonista riflette su quanto gli piacerebbe salutare tutte le persone che ha conosciuto in questi anni di militanza come specializzando e poi come dottore, per poi fantasticare sul futuro che lo attende. Si prefigura di sposarsi con Elliot, di avere un figlio con lei, di vivere un magico Natale con Turk, Carla, Cox e Jordan, sotto le note della toccante The Book of Love di Peter Gabriel. Dopo aver riso, adesso si piange a fiumi, il momento delle lacrime succede a quello del divertimento, seguendo la struttura classica della serie. Quello che JD ammira è un futuro roseo, splendido, che aspetta solo di essere vissuto. Ed ecco che, dopo aver passato intere giornate con la mente tra fantasticherie impossibili, JD capisce che la sua abitudine a perdersi tra le nuvole altro non è che la capacità, meravigliosamente umana, di concepire i propri sogni per poterli trasformare in realtà.

Non a caso, quello che si immagina stavolta è abitudinario, tranquillizzante e possibile, una meravigliosa normalità che appare in dirittura d’arrivo. Ecco dunque a cosa lo ha condotto il suo percorso di crescita, il tragitto che lo ha visto arrivare al Sacro Cuore da ragazzo e andare via da adulto, ad immaginarsi l’avvenire non come chimera irraggiungibile ma in quanto obiettivo a portata di mano. La grande eredità di Scrubs, non poi troppo lontana dal “I’m no Superman” della sigla, da quel messaggio sull’accettare i propri limiti e di continuare, comunque, a lottare. Stavolta invece sembra parlarci dell’importanza di usare la fantasia non come mezzo di evasione dalla vita ma come rotta maestra nelle cose normali di ogni giorno. Il trionfo del legame che lega la fantasia e la realtà.

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